1349 – Recensione: The Infernal Pathway

Pensavano che non ce ne accorgessimo… peccato per loro.

Che I 1349 siano un gruppo privilegiato era già evidente fin dall’inizio: non tutti possono permettersi di avere in formazione un batterista come Kjetil-Vidar Haraldstad (aka Frost dei Satyricon) e fare tour con nomi come Celtic Frost, Cannibal Corpse e Skeletonwitch come una combriccola di ragazzi che si diverte. La conferma del successo del moniker arrivò con la loro presenza alla crociera-concerto 70000 Tons of Metal, nel 2015, e al Wacken Open Air nel 2016. Eppure, tutti i loro album in studio non erano esattamente una rivoluzione, basandosi su black/thrash metal stereotipato e complesso, con parecchie tendenze death e classic, ma, in chiara ottica black, sempre in accordatura Mi standard: le influenze industrial-ambient usate saltuariamente in “Revelations of the Black Flame” e “Demonoir” furono tutt’altro che longeve, poiché “Massive Cauldron of Chaos” ritornava ad essere il mescolamento di metal estremo anni 80 delle pubblicazioni precedenti.

Un gruppo del genere può permettersi lunghe pause, ma se questo significa la pubblicazione di album come “The Infernal Pathway”, ciò indica che è ormai impossibile aspettarsi di più da loro. Districandosi tra i vari interludi che, dal titolo, riprendono quelli di “Demonoir”, “Abyssos Antithesis” inizia con una cavalcata in perfetto stile epic/classic metal, per poi proseguire con una sequela di palm-muting che sembra un pezzo dei vecchi Kreator con qualche blast-beat, mentre “Through the Eyes of Stone” include un riffing più melodico: con “Enter Cold Void Dreaming” si ritorna in lidi thrash e malevoli, al contrario “Towers Upon Towers” segue tecniche più semplici e tipiche del primo Burzum e degli Aura Noir, tra cui alcuni arpeggi a corda aperta. “Striding the Chasm” continua l’ossessione per la musicalità thrash a base di riff in sedicesimi e in quarti alternati fra di loro come un botta e risposta, “Dødskamp” fa il suo figurone anche qui, anche se leggermente modificata, mentre la conclusiva ed epica “Stand Tall in Fire”, come buona parte dell’album, sembra un rimescolamento degli stessi stili con qualche tocco preso dai contemporanei Darkthrone: quest’ultima è anche l’unica con un assolo di chitarra.

Un buon album per gli amanti dell’estremo in generale, ma badate bene: ormai di black ne troverete molto poco, venendo sostituito dalle varianti old-school di thrash/death e occasionalmente classic metal. Sicuramente meno complicato dei loro primi album, anche se dal marasma sonoro, che risente troppo dell’effetto “muro del suono” non si direbbe. Perciò, lunga vita ai 1349, ma facciamo attenzione a voler parlare di “puro metallo nero” a tutti costi, perché verrete sbugiardati quasi istantaneamente.

Etichetta: Season of Mist

Anno: 2019

Tracklist: 01. Abyssos Antithesis 02. Through Eyes of Stone 03. Tunnel of Set VIII 04. Enter Cold Void Dreaming 05. Towers Upon Towers 06. Tunnel of Set IX 07. Deeper Still 08. Striding the Chasm 09. Dødskamp (album edit) 10. Tunnel of Set X 11. Stand Tall in Fire

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