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Homepage | Recensioni | INSIDIOUS DISEASE   

INSIDIOUS DISEASE

"Shadowcast"

Century Media / Emi
2010
voto: 7
Insidious Disease @ MySpace
19/07/2010
La mania del death metal old school deve essere gravemente contagiosa (forse a questo fa riferimento il nome della band?). Una volta innescata l’infezione diventa difficile fermarla in tempo e il rischio è quello di ritrovarsi invasi da band assolutamente mediocri la cui inutile presenza sarebbe giustificata da un inviolabile riferimento ad un glorioso passato (come accade ad esempio per la scena thrash attuale). Le premesse di questa nuova formazione non sono oltretutto delle migliori: trattandosi del solito progetto parallelo (o supergruppo) a cui partecipano membri di Dimmu Borgir (Silenoz), Napalm Death (Shane Embury), Old Man’s Child e Morgoth, più il solito Tony Lauerano; la puzza di prodotto confezionato a tavolino si sente già a distanza e impone una certa cautela. Uno scetticismo giustificato, che però in parte l’ascolto del disco si lascia alle spalle. Gli Insidious Disease ci propinano infatti una ricetta assolutamente classica, sentita e risentita, ma ce la presentano con un’intensità di tutto rispetto e accompagnati da una qualità di suono impressionante. Sono queste caratteristiche che da sole potrebbero valere la pena per chi, amante del genere, si ritrova a dover scegliere ormai tra troppe uscite, ma a non sfigurare sono poi addirittura le stesse singole canzoni. Nulla di davvero eccezionale, sia chiaro, ma con qualche ascolto alle spalle i brani si dimostrano concepiti in modo da conquistarsi un piccolo spazio nel nostro cervello bombardato da input a ripetizione, musicali e non. La varietà dei riferimenti è di sicuro il motivo più evidente di tale piccolo successo: le strutture delle song, le tipologie di suono e gli inserimenti vagamente melodici di armonizzazioni rimangono infatti difficilmente inquadrabili in un solo sottoinsieme. Di certo vengono in mente band come Asphyx, Pestilence, Grave e Morgoth (molto bravo qui il singer Marc Greeve), ma anche la scena americana di Morbid Angel e Death non manca di lasciare una sua influenze, così come alcune parti più veloci e compatte rimandano al death-grind britannico di Napalm Death e simili. Il risultato è quello di trovarsi ad ascoltare un lavoro potente, sufficientemente vario e godibile nella sua interezza. Attendersi di più forse sarebbe eccessivamente ottimistico…


Riccardo Manazza
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