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Testament: Gene Hoglan derubato del suo equipaggiamento e degli anfibi in Cile

Ecco un post che ha pubblicato il batterista Gene Hoglan, di ritorno dal Cile:

Ciao a tutti, sono appena tornato dal Cile, dove ho suonato coi Testament al Metal Fest e, ragazzi, è stato fantastico! Giuro, i metalheads presenti erano tantissimi. C’erano circa 4000 matti che correvano in cerchio, e tutti gli innocenti venivano falciati come erba da quella brutalità. Metalheads cileni, voi ci sapete fare.
E’ stato grande anche rivedere i miei amici Forbidden, Anthrax, Kreator, Exodus e Fear Factory.
Ma devo riportare anche delle brutte notizie. In qualche modo è stata rubata la mia borsa con l’attrezzatura, che conteneva i miei due Alesis DM5, i miei trigger, la borsa con le bacchette, gli auricolari, i pesi per le gambe, ma cosa più importante, i miei ANFIBI. Quegli anfibi coi quali ho suonato negli ultimi dieci anni. Tralasciando i sentimenti, la casa di produzione di quegli anfibi ha chiuso.
Mi appello direttamente a voi, amici cileni. Se per qualche motivo siete a conoscenza di che fine abbia fatto la mia borsa, specialmente i miei anfibi, posso chiedervi di contattarmi tramite il mio manager Rob Shallcross all’indirizzo
rob@reversedrecords.com?
Quegli anfibi significano molto per me, e trovereste in me un amico per la vita se mi aiutaste a riaverli.
Certo, tutta l’attrezzatura della borsa può essere sostiuita, ma non gli anfibi. Non potrei mai ringraziarvi abbastanza, miei amici cileni.
Grazie tante.
Gene

Ci auguriamo che almeno gli vengano restituiti i suoi amati anfibi.

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Finn Arild – Recensione: Testament

Ex bambino prodigio delle tastiere, il norvegese Finn Arild è l’ennesimo musicista coraggioso che cerca di  coniugare le sue numerose influenze musicali con il difficile compito di realizzare un prodotto diverso da quanto è già stato scritto. L’impresa non è di quelle più semplici, considerando che “Testament” è un concept album nel quale si descrive la storia dell’universo dal Big Bang in avanti, e la suite “Genesis”, quasi diciassette minuti suddivisi in tre momenti, è posta all’inizio del disco e potrebbe costituire un ostacolo a un uditorio poco avvezzo a cose del genere.

In realtà il disco nel suo complesso è molto gradevole, anche se è difficile trovare in esso degli elementi riconducibili al metal puro. Anzi, i brani successivi alla consistente suite iniziale, sia quelli strumentali che quelli cantati (alcuni interventi vocali sono ad opera della moglie di Arild, Elin), descrivono un caleidoscopio di situazioni spesso narrate in prima persona, attraverso ritmiche lente e arrangiamenti curati in ogni minimo dettaglio (non dimentichiamo che la gestazione dell’album è durata ben cinque anni).  Con “Water” la musica si fa liquida e scivola via dalle dita dolcemente come gocce di rugiada, così come in “Carnival” la voce di Finn  Alrid si alterna con grazia a una melodia delicata e morbida come seta, con un effetto sonoro impareggiabile. Solo ascoltando “Testament” a partire dalla suite si riesce a percepire la grandezza di questo progetto e dei suoi mattoni, tutti indispensabili per la sua compiutezza, anche i più piccoli.

Voto recensore
7
Etichetta: Finn Arild Music

Anno: 2010

Tracklist:

01 Genesis (16:43)
i) Big Bang The start of it all
ii) White Points
iii).Entropy
02 Water (3:57)
03) All Right Life (3:40),
4) Inside (3:54)
5) live Man (3:45)
6) Intermission (1:51)
7) Ride (4:35)
8) Carnival (5:06)
9) Excess (4:56)
10) Robin (5:19)
11) Liasons (3:04)
12) Nemesis (8:06)


Sito Web: http://www.finnarild.com/

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Testament: Live Report della data di Milano

Attesa da molto tempo la loro nuova release da studio, i Testament offrono al pubblico mondiale (ed italiano, in questo caso) un tour speciale, in occasione dei loro vent’anni d’attività: la formazione originale dei primi album (con il supporto di John Tempesta alla batteria, dato che Luciano Clemente suonerà solo quattro brani) on stage per proporre track che arrivano fino a ‘The Ritual’, momento per commemorare una carriera piena di successi e difficoltà superate brillantemente e (speriamo) per guardare al futuro di una delle migliori formazioni metal mai apparse sulla scena. A supportare questo ‘party of the tytans’, altre tre formazioni, dedite allo sviluppo del thrash metal, rinvigorito da esperienze death e black.

Teoricamente, dovremmo essere qui a parlare dei Divine Empire (da poco uscito il loro terzo lavoro), formazione che apriva la bill di questa sera e che vede tra i suoi componenti ex-membri dei Malevolent Creation , ma, come stavamo dicendo a causa del poco tempo a loro disposizione ed a imprevisti lungo il tragitto (leggi ‘ennesimo imbottigliamento nel barocco traffico meneghino’), arriviamo che sul palco stanno già salendo gli austriaci Demolition. Ovvie e dovute le scuse alla formazione americana dei Divine Empire ed ai loro fan, per l’impossibilità di raccontare l’esibizione di questa sera.

Si passa, come già detto, ai Demolition, quintetto austriaco non molto conosciuto fuori dai confini nazionali (Austria) ma che dimostra di saperci fare con gli strumenti. Buona tecnica, song gradevoli che mostrano tutta l’influenza della Bay-Area, mista ad alcuni riferimenti Pantera, Machine Head ed, a volte, Fear Factory degli esordi ed i francesi No Return. Un po’ statici sul palco e non propriamente travolgenti come presenza scenica, i Demolition mettono in mostra un buon songwriting, specialmente nelle strutture di chitarra, che richiamano alla mente (guarda caso) i Testament dei primi tre album. Discreto cantato, con il singer che si attira le simpatie dell’audience milanese (che arriva alla spicciolata, ma finirà per riempire il Rolling Stones) grazie ad un perfetto italiano, sfoggiato durante i momenti di dialogo con il pubblico. Ogni tanto qualche leggero sbadiglio per la prevedibilità di certi passaggi, ma, tutto sommato, un gruppo ed una prestazione più che accettabili.

E’ il turno per norvegesi Susperia di scaldare un pubblico sempre più nutrito ed impaziente di (ri)vedere i Tastamene in formazione ‘primordiale’. La band scandinava, giunta alla sua terza release ‘Unlimited’, e che vede dietro le pelli e come suo fondatore Kenneth Ekesson, al secolo Tjodalv primo batterista dei Dimmu Borgir ed ora ritornato all’ovile dopo lo split con l’inglese Barker, nel corso della sua breve carriera si è spostata dall’originario black tecnico degli esordi ad un vero e proprio death/thrash che molto deve alla scuola americana, anche se non passano inosservate le influenze di Kreator e Destruction. Potenti e molto precisi, dotati di un repertorio (quello dell’ultimo periodo, soprattutto) accattivante e per niente scontato, i Susperia mostrano una buona padronanza del palco, nella figura, in primis, del frontman Pat Mathisen, ed anche una tecnica di tutto rispetto. I suoni, purtroppo,non li aiutano (pecca che si riscontrerà anche coi Testament) ma le track prese dall’ultimo lavoro e dal precedente ‘Vindication’, mostrano una band grintosa, che sa unire abbastanza bene la dinamica, la tecnica e la forza del thrash/death con tratti di cupa violenza tipica del black più moderno. Buona performance, anche se si nota ancora il periodo di transitorietà che questo five-piece sta attraversando, alla ricerca di una compiutezza di identità.

E’ vero, è da tempo che i Testament non si producono in qualcosa di nuovo (datato 1999 il capolavoro ‘The Gathering’) ma l’attenzione intorno a loro sembra aumentare invece che scendere; a riprova di questo, la carica elettrica che si poteva percepire tra il pubblico pochi minuti prima che la formazione di Oakland calcasse le assi del palco del Rolling Stones in formazione originale (o almeno originale per qualche brano). Skolnick, Christian e Tempesta entrano in scena affiancando le due menti pensanti dei Testament, Billy e Peterson e subito è l’urlo di Chuck ad annunciare ‘The Preacher’. La forza e l’energia del quintetto californiano assesta un colpo durissimo all’audience la quale risponde con uno dei pochi più feroci che si possano ammirare, condito da un mosh al centro della pista degno di un Maelstrom dei fiordi. Sfortunatamente, però, siamo alle solide con problemi di suoni che abbassano di molto la qualità di song come ‘The New Order’ o ‘Into The Pit’ e rendono quasi impercettibili gli assoli funambolici di Skolnick. Problemi tecnici a parte (che inficeranno anche la qualità della prova di Chuck Billy) il quintetto americano machina riff su riff con un’energia ed una precisione notevolissima, se si conta che stiamo parlando di una formazione che non suonava con quest’assetto da almeno 12 anni; i picchi di quest’energia, alimentata dalla prestazione di John Tempesta, vengono raggiunti durante l’esecuzione di ‘Practise What You’, ‘Trial By Fire’ ed il trittico finale, che chiama al definitivo assalto frontale i fan (impegnati per tutto il concerto ad assaltare il palco per lo stage-diving e non sempre trattati dolcemente dalla security): ‘Over The Wall’, ‘Raging Waters’, ‘Disciples Of The Watch’. Proprio nella parte finale e nel momento più caldo (eseguirà, per la precisione anche il brano ‘The Legacy’) entra in campo, sostituendo un grandioso Tempesta, annunciato dallo ‘speaker’ Billy, Luciano Clemente, più pingue di come lo si ricordava nelle foto del booklet di ‘The Legacy’, ma assolutamente non arrugginito dietro le pelli, anche se il suo drumming è sicuramente meno spettacolare di quello dell’ex-White Zombie Tempesta. L’energia, però, e la precisione, è indiscutibile e sulla classica track di chiusura ‘Disciples..’ si scatena un pogo da anni d’oro del thrash. Sicuramente questa non sarà la formazione del prossimo album dei Testament, che non sembrano voler cavalcare il trend delle reunion, vista la solidità dell’attuale line-up, ma ciò che si è potuto guatare in questa serata, è la qualità inossidabile di una band che deve ancora dire molto nel metal e scrivere altre pagine, prima di ‘sotterrare l’ascia di guerra’. L’appuntamento è con il prossimo album dei Testament: per ora, ci siamo goduti l’impressionante furia bellica di uno dei live-act per eccellenza del metal mondiale.

Photo by Luca Bernasconi

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