Top 20 – I migliori album Metal e Hard Rock del 1991 – Pt.1

Continua su Metallus.it la nostra serie di speciali dedicati ai chiacchieratissimi (e per molti maledetti) anni ’90, non tanto per effettuare un’opera di rivalutazione, ma piuttosto per mettere in luce i capolavori che sono usciti durante gli anni del presunto declino del metal e dell’hard rock. Dopo il 1990, annus mirabilis con l’uscita di capolavori come Rust In Peace, Painkiller e Cowboys From Hell, ora è il turno del 1991. Difficile scegliere solo 20 titoli tra i fantastici album usciti in quell’anno. Sicuramente inizia a farsi sempre più da parte il metal classico, nella sua forma più 80’s, a favore però di una varietà incredibile, passando tra le tante uscite death metal, i rigurgiti hard rock, i primi “odiati” capolavori di Seattle ma anche capolavori heavy a tuttotondo come il Black Album dei Metallica e i due Use Your Illusions dei Guns N’ Roses. Ce n’è per tutti i gusti. Abbiamo cercato di selezionare i 20 titoli più rappresentativi del 1991, cercando di mediare tra rilevanza, vendite e qualità e, per non fare torto a nessuno, li abbiamo raccolti in ordine alfabetico. Di seguito la prima parte della top 20, con i primi 10 titoli. Online anche la nostra playlist dedicata che potete ascoltare direttamente su Spotify e tramite il player a fondo articolo.

ALICE COOPER – Hey Stoopid (Epic Records)

Alice-Cooper-Hey-StoopidBuona parte degli anni ottanta per Alice Cooper non sono stati affatto rosei con album non sempre ispirati e presi di mira dalla critica piuttosto feroce nei suoi riguardi, ma con l’uscita di “Trash” nel 1989 le cose cambiano nettamente per il signor Furnier e finalmente la notorietà e la fama bussano anche alla sua porta. Su queste coordinate stilistiche si è sviluppato anche “Hey Stoopid”, l’album successivo, il diciannovesimo uscito due anni dopo e che ha cavalcato l’onda del successo e della notorietà acquisita dal precedente lavoro in studio. In questo platter Cooper si avvale della produzione di Peter Collins e di tantissimi ospiti come Slash, Steve Vai, Joe Satriani e tanti altri. Nella title track, pezzo contro il suicidio troviamo Ozzy Osbourne che partecipa con un cameo nel video, mentre in “Feed My Frankeinstein”, perfetta horror track che verrà usata anche nella colonna sonora del film “Fusi di Testa” troviamo la presenza di Nikki Sixx al basso. Una curiosità che forse in molti non sanno è che il disco in questione viene anche presentato al Parioli al Costanzo Show e possiamo solo immaginare le facce dei presenti al cospetto del signore dello shock rock. (Eva Cociani)

CARCASS – Necroticism-Descanting the Insalubrious (Earache)

Carcass-NecroticismI Carcass, zimbello di molti metallers causa dei primi due album grindcore e all’insegna dell’eccesso, spostano il tiro verso il death metal con questo terzo LP che pur rifacendosi a tematiche da testo di anatomopatologia e medicina forense trova un equilibrio fra melodia e violenza primigenia grazie all’ingresso del chitarrista Mike Amott vhe va ad affiancare l’altra ascia Bill Sterr, Jeff Walker alla voce e al basso e Ken Owen ala batteria. Bordate di suono malato fin dall’iniziale “Inpropagation” e che attraverso veri e propri inni di un genere come “Corporeal Jigsore Quandary” (quella batteria iniziale…) e “Incarnated Solvent Abuse” giungono imperterrite fino alla finale “Forensic Clinicism/The Sanguine Article”. Una pietra angolare per la storia del metal estremo e l’inizio della considerazione giusta per i Carcass, gruppo che riuscirà a lustri di distanza ad essere ancora ammirato e preso ad esempio per chi ama il metal violento, malato ma con la giusta punta di melodia e tecnicamente ineccepibile. (Fabio Meschiari)

CATHEDRAL – Forest Of Equilibrium (Earache)

CATHEDRAL-Forest Of EquilibriumStanco di una scena punk/hardcore che aveva ormai perso la sua genuinità e non soddisfatto della svolta death metal che stavano prendendo i Napalm Death, Lee Dorian lascia il gruppo per dare vita ad un progetto che tributa tutto il suo amore per il doom classico, con un forte accento sui Black Sabbath, meastri e mentori del nostro nell’opera prima dei suoi Cathedral. “Forest Of Equilibrium” è un disco cupo e monolitico che se ne infischia alla grande delle necessità radiofoniche degli anni’90. Il platter ci inonda come una colata lavica, tra riff di chitarra che avanzano poderosi e distorti insieme a una sezione ritmica tellurica, mentre la voce di Lee, evocativa ed estraniante, dipinge i caratteri del folle cantastorie del doom metal moderno. Lievi accenni psichedelici sparsi nelle note di flauto e tastiera, danno al lavoro quel tocco seventies che diventerà una costante del gruppo e di molti suoi continuatori. La funerea “Ebony Tears” e la teatrale “A Funeral Request”, restano tra i migliori esiti dei nostri. (Andrea Sacchi)

DEATH – Human (Relativity)

Death-humanHuman” è il disco della maturazione definitiva della band di Chuck Schuldiner. Se infatti il precedente e validissimo “Spiritual Healing” aveva già messo in luce tutta la voglia dei Death di provare nuove strade, con questo album siamo di fronte ad una crescita esponenziale per ciò che concerne la complessità della composizione e l’intero lavoro si basa su un’idea totalmente diversa rispetto al passato. Non più solo brutalità e aggressione, ma una lucida visione della musica estrema che portava all’interno del concetto musicale dei Death la sperimentazione di band più vicine al techno-metal. Non a caso la formazione era del tutto cambiata e si componeva di musicisti come Sean Reinert, Paul Masvidal e Steve DiGiorgio. Una miglioria dal punto di vista puramente strumentale che contribuisce non poco a valorizzare song come “Suicide Machine”, “Secret face” o “Lack Of Comprehension”. E dopo una prestazione di questo calibro chi nutriva dubbi sulle reali qualità musicali del gruppo si dovette ricredere. Uno splendido nuovo inizio, che porterà la band a pubblicare altri capolavori negli anni successivi. (Riccardo Manazza)

DEATH SS – Heavy Demons (Contempo)

Death SS - Heavy DemonsHeavy Demons” rappresenta la prima svolta significativa nella carriera dei Death SS; dopo i primi due album decisamente più cupi, seppur legati al metal classico, il terzo full length dei nostri propone un heavy metal puro ed incontaminato e di conseguenza il disco perde un po’ di quell’oscurità che si riscontrava nelle prime due opere. Altre due caratteristiche importanti vanno sottolineate… la line-up viene totalmente rinnovata fatta eccezione ovviamente per il leader assoluto e cantante Steve Sylvester e la canzoni sono quasi tutte nuove (a differenza delle prime opere in cui si pescava abbondantemente fra i pezzi usciti nelle demo). Ovviamente rimangono intatti i riferimenti horror nonché i ruoli da creature dell’incubo affidati ai vari membri della band. La registrazione pulita, potente e precisa (mai prima era successo a questi livelli) rende poi ancor più convincente l’album. I brani sono tutti ottimi ma dovendo scegliere non si può non segnalare innanzitutto l’inno “Heavy Demons”, cavalcata metal per eccellenza con un chorus formidabile; il pezzo non mancherà mai nelle scalette live. Altra traccia eccelsa è “Family Vault”, una delle più cupe del lavoro, che mantiene i rapporti con il passato e ci consegna una delle interpretazioni più drammatiche e riuscite di Steve Sylvester. (Leonardo Cammi)

FATES WARNING – Parallels (Metal Blade)

Fates-Warning-Parallels_album“Parallels” fu il primo, vero, salto a piè pari nella sfera progressive da parte dei Fates Warning dopo un inizio di carriera prettamente metal e qualche avvisaglia di cambiamento già presente su “No Exit” e “Perfect Symmetry”. Probabilmente non la miglior prova di Jim Matheos e soci “Parallels” è però innegabilmente una delle loro produzioni più raffinate e di maggior successo anche grazie alla supervisione delle sapienti mani di Terry Brown (e in seconda misura dell’artwork di Hugh Syme); imperdibili i duelli di chitarra del mainman con Frank Aresti così come il pazzesco e fantasioso drumming di Mark Zonder (che per la prima volta introduce l’utilizzo di pad elettronici al suo già dinamicissimo stile). Molto catchy i refrain di buona parte dei pezzi, da “Life In Still Water” (con un James LaBrie alle backing vocals che non aveva ancora esordito su disco coi Dream Theater) a “Don’t Follow Me” passando per “Point Of View” e “We Only Say Goodbye”… tutte composizioni che trovano spesso ancora oggi spazio nelle setlist dei loro live. Due parole infine sulla splendida “The Eleventh Hour”, sicuramente una delle canzoni più belle e varie del songbook della band del Connecticut, con una prova magistrale di Ray Alder alla voce. (Alberto Capettini)

GUNS N’ ROSESUse Your Illusion I & II (Geffen)

Guns N Roses Use Your IllusionDifficile sintetizzare in poche parole uno degli album (se consideriamo i due “Use Your Illusion” come un lavoro unico) caposaldo e simbolo del decennio, oltre che l’ultimo grande segno di vitalità per i Guns ‘n’ Roses, che anzi erano già considerati, almeno da una certa fetta di pubblico, finiti con questa uscita. I due album contengono pezzi entrati di diritto nella storia della band, come i singoli “You Could Be Mine”, le due versioni di “Don’t Cry” con il testo modificato, le due cover di “Live And Let Die” e di “Knockin’ On Heaven’s Door”, e brani meno noti (a meno che non si faccia parte di una cover band dei Guns) ma validi, come “Dust ‘N Bones”, “Civil War” e “14 Years”. Difficile anche uscire dal tunnel dei dieci minuti di “November Rain” e dal suo video strappalacrime se sei stato adolescente negli anni ’90. Fra tormenti amore, descrizione di momenti di grave disagio personale, dediche ad altrii musicisti caduti e posizioni politiche, i due “Use” offrono uno spaccato più completo di quello che sono stati i Guns ‘n’ Roses nel bene e nel male (Anna Minguzzi).

METALLICA – The Black Album (Elektra)

Metallica_-_Metallica_coverIl dibattito tra i metallers di vecchia data è ancora aperto da allora: “The Black Album” è un capolavoro o una delusione totale? Per chi ha coltivato la propria passione per l’heavy metal con “Kill’em All” e “Master of Puppets”, questo quinto disco dei Metallica fu una pugnalata al cuore. Troppo patinato per molti, costruito a tavolino dal quel volpone di Bob Rock per il grande pubblico, il “Black Album”, nonostante tutti i propri limiti, è rimasto comunque nella storia. Siamo lontani dal thrash nudo e crudo degli esordi della band americana, basti ascoltare l’opener “Enter Sandman” per assimilare il nuovo approccio alle canzoni di un James Heatfield (mai cosi misurato nel cantato) e dei suoi compagni di avventura. Questo disco dei Metallica contiene comunque passaggi di gran classe, melodie ipnotiche, guitar riff di Kirk Hammet ancora roboanti e, soprattutto, alcuni pezzi indiscutibilmente buoni. Fra tutti la dolce “Nothing Else Metter”, una delle ballad più famose di tutti i tempi e “Thorugh The Never”,  con un Lars Ulrich sugli scudi, che richima finalmente il thrash del passato. Pubblico e critica sono ancora divisi dal 1991: voi da che parte state? (Alessandro Battini)

MORBID ANGEL Blessed Are The Sick (Earache)

Morbid-Angel-BlessedAreTheSickUn disco come “Blessed Are The Sick” è molto più che un semplice classico del genere; è una sinfonia oscura che ancora oggi aspetta di essere pareggiata in pathos e qualità musicale. Una produzione estremamente pulita ha forse scontentato chi dal metal estremo si aspetta molto rumore, ma il tutto era assolutamente necessario per valorizzare il patrimonio di idee, riff e armonie che un album come questo è stato in grado di lasciare ai posteri. Ancora oggi nessuno ha saputo mettere con tanta intensità nello stesso disco, potendolo ancora definire death metal, chitarre acustiche, intermezzi sinfonici, ritmi sincopati, riff dissonanti e anche un fondo di costante melodia che rende ogni pezzo capace di distinguersi. Canzoni come “Fall From Grace”, “Abominations” o “The Ancient Ones” sono percorse da vibrazione genuinamente malvagie, con cambi di tempo continui capaci di togliere il fiato e un lavoro incessante da parte delle chitarre. Uno dei più seri candidati al ruolo di miglior album death metal di sempre. (Riccardo Manazza)

MOTORHEAD – 1916 (Epic)

1916_(album_cover)Pur non appartenendo al dorato periodo classico della band, “1916” è universalmente riconosciuto come uno dei migliori album dei Motorhead. I pezzi caratterizzati dall’inconfondibile marchio del combo inglese di certo in questo disco non mancano: dalla terremotante “The One To Sing The Blues”, a suo tempo singolo apripista, alla frizzante e stradaiola “I’m So Bad (Baby I Don’t Care)”, riproposta spesso e volentieri in sede live. C’è però anche spazio per brani al di fuori dei tipici canoni della band, come la melodicissima e diretta “No Voices In The Sky” o la title track, canzone davvero peculiare all’interno della discografia del gruppo per via della sua atmosfera rarefatta, del suo ritmo marziale e dei suoi inserti di tastiera. I Motorhead si presentarono dunque all’appuntamento con gli anni ’90 pieni di ispirazione e di idee vincenti. (Matteo Roversi)

Ed ecco il player con i primi 22 brani della playlist dedicata al 1991!

0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Login