Iron Maiden: The Beast Collection, i 10 migliori album degli Iron Maiden

Dal 30 maggio, in tutte le edicole sarà disponibile la prima uscita di The Beast Collection, raccolta celebrativa degli Iron Maiden. Per festeggiare l’iconica band inglese, la redazione di Metallus ha deciso di dedicare qualche riga a raccontare i 10 migliori album in studio, realizzati dalla band.

Iron Maiden – EMI, 1980 (Andrea Sacchi)
Una zombie punk in copertina che sarebbe presto diventato l’idolo degli headbangers di tutto il mondo, fino a creare un denominatore comune con lo stesso concetto di heavy metal. L’avventura degli Iron Maiden inizia proprio così, con un disco terribilmente british destinato a rimanere nella memoria collettiva. Il basso pulsante di Steve Harris guida i pezzi in quel modo inconfondibile, coadiuvato dalle asce di Dannis Stratton e Dave Murray (unico membro del gruppo che, insieme ad Harris, è rimasto stabile nella line-up fino ad oggi), mentre il compianto Clive Burr pesta sulle pelli. Un punk di nome Paul Di’Anno interpreta i pezzi con la sua voce penetrante e catarrosa e se il perfezionismo di Dickinson è ancora lontano, i brividi e l’adrenalina non mancano affatto. L’album contiene otto gemme che hanno definito il sound maideniano, ancora oggi apprezzate e conosciute a menadito anche dalle nuove generazioni. “Prowler”, l’irresistibile “Running Free”, la strumentale “Transylvania”, “Charlotte The Harlot” e l’inno “Iron Maiden”, hanno fatto la storia.

Killers – EMI, 1981 (Andrea Sacchi)
Non passa nemmeno un anno e gli Iron Maiden tornano con una nuova opera fondamentale. Mentre Eddie scortica un malcapitato con un’accetta, facendo storcere il naso a genitori e benpensanti, gli inglesi affinano il loro sound toccando derive epiche che “Iron Maiden” sfiorava soltanto. L’ingresso in formazione di Adrian Smith è fondamentale, la sua chitarra sposa alla perfezione il basso di Steve Harris. L’album raggiunge i suoi apici nella magnificenza di “The Ides Of March”, il nuovo inno “Wrathchild”, “Murders In The Rue Morgue”, la stessa “Killers” e “Purgatory”. La voce di Paul Di’Anno, nel suo secondo ed ultimo album da frontman, si fa più espressiva ma è sempre adrenalinica. Le citazioni letterarie (Poe in “Murders In The Rue Morgue”) iniziano a diventare una costante, indice di una cultura che il pensiero comune non associava all’heavy metal e di cui gli Iron Maiden si fecero insospettabili rappresentanti.

The Number Of The Beast – EMI, 1982 (Anna Minguzzi)
Dopo avere dato il benservito a Paul Di’Anno per i suoi noti problemi di dipendenza da alcool e droghe, i Maiden trovano in Bruce Dickinson, ex cantante dei Samson, il nuovo motore portante per tutto il resto del decennio e, ovviamente, anche oltre. “The Number Of The Beast” si differenzia dai lavori precedenti per un appesantimento dei suoni e per il giusto spazio lasciato a tutti gli strumenti, con particolare rilevanza per le chitarre. Anche dopo più di trent’anni dalla sua pubblicazione, questo album contiene almeno tre successi planetari, alcuni fra i pezzi più noti di tutta la carriera dei Maiden. Cominciando dalla title track e dal suo ritornello inconfondibile, passando per le cavalcate furibonde di batteria nella sempre trascinante “Run To The Hills”, per finire con la struggente “Hallowed Be Thy Name” e le sue riflessioni sulla pena di morte, “The Number Of The Beast” rimane uno dei capolavori indiscussi e praticamente perfetti di tutta la carriera della Vergine di Ferro.

Piece Of Mind – EMI, 1983 (Leonardo Cammi)
“Piece Of Mind” rappresenta un’altra tappa fondamentale della storia degli Iron Maiden; si tratta infatti del secondo album con Bruce Dickinson alla voce (e qui il singer cercherà di spingere al
massimo in quasi tutti i brani) e del primo con Nicko McBrian alla batteria (che non abbandonerà più questo ruolo). Il disco propone un ruolo fondamentale del basso di Steve Harris praticamente in ogni brano, così come delle linee vocali di Dickinson, fra le più interpretative e possenti della carriera del singer. Al contrario le chitarre non convincono del tutto, complice anche una registrazione che non le esalta adeguatamente. Diversi pezzi diventano hit leggendarie che i nostri eseguono spesso dal vivo, come “The Trooper”(canzone simbolo per il gruppo inglese), “Fight Of Icarus”, “Revelations”, “Die With Your Boots On” e l’opener “Where Eagles Dare”. Solo qualche brano meno azzeccato in seconda facciata ne riduce il valore globale, che comunque resta inarrivabile per la maggior parte dei competitori dell’epoca.

Powerslave – EMI, 1984 (Alessandro Battini)
Con una media spaventosa di un album all’anno, gli Iron Maiden diventano ormai un rullo compressore inarrestabile. “Powerslave” è la quinta fatica discografica dei nostri e questa volta la band inglese si ispira alla civiltà egizia per la grafica suggestiva e le tematiche della title track, centrando ancora una volta il bersaglio grosso. I singoli “Aces High” e “2 Minutes To Midnight” hanno fatto la storia dei Maiden, riproponendo passaggi di chitarra decisamente ruvidi e potenti, ma mantenendo quella vena melodica, resa perfettamente dalla voce di Dickinson. “Flash Of The Blade” viene scelta dal regista del brivido, Dario Argento, per la colonna sonora del film horror “Phoenomena”, mentre con “Rime Of The Ancient Mariner” gli inglesi compongono uno dei brani più lunghi e colti della propria carriera, prendendo spunto dalla “Ballata del vecchio marinaio” di Samuel Taylor Coleridge. Le otto song del platter sono la miglior espressione heavy metal degli anni ’80, tra testi storici coinvolgenti, melodie adrenaliniche e porzioni strumentali finemente costruite, in cui il basso di Mr. Harris interpreta un ruolo da protagonista. “Powerslave” è ancora oggi uno dei dischi di maggior successo degli Iron Maiden e la mascotte Eddie in versione mummia e faraone, resta una delle icone preferite dai fan.

Somewhere In Time – EMI, 1986 (Alberto Capettini)
Dopo il leggendario “Slavery Tour” immortalato sull’altrettanto epocale “Live After Death” pubblicato nel 1985 gli Iron Maiden compiono una svolta a nostro parere decisiva per il prosieguo della loro carriera; rimanendo infatti saldamente ancorati agli stessi principi stilistici portati avanti fin dai loro esordi, con “Somewhere In Time” Steve Harris e soci introducono una vena vagamente progressiva alle proprie composizioni, caratteristica che rimarrà insita nel songwriting degli inglesi fino ai giorni nostri (si pensi ad “A Matter Of Life And Death” o “The Final Frontier” per esempio). Le canzoni che ne scaturiscono sono al contempo “classiche” (“Caught Somewhere In Time”, “Sea Of Madness”), ma anche “nuove” (“Wasted Years”, “The Loneliness Of The Long Distance Runner”), con un massiccio uso di guitar synth e arrangiamenti molto curati; “Wasted Years” in particolare svetterà nelle chart di mezza Europa. Ultima nota per una delle cover più belle realizzate da Derek Riggs, con Eddie catapultato in un futuro dai curiosi tratti sci-fi (siamo sempre nel 1986 non dimentichiamolo) ed una serie interminabile di dettagli che hanno fatto la gioia dei fan.

Seventh Son Of A Seventh Son – EMI, 1988 (Riccardo Manazza)
Si tratta di un album ambizioso, che si distingue dal resto della discografia della band perché per la prima (ed unica) volta gli Iron Maiden si lanciano nella costruzione di un concept album. Un formato che nel metal ha spesso portato alla creazioni di piccoli capolavori. E non sono certo Harris e soci a far eccezione. “Seventh Son Of A Seventh Son” diventa in qualche modo il disco più maturo del gruppo, con liriche profonde e dal retrogusto mistico, come la tilte tarck, “Moonchild” o “Infinite Dreams”. Senza dimenticarsi di grandi song come “The Calirvoyant” e “The Evil That Men Do”, per anni presenti in scaletta durante i concerti. Peccato solo che un paio di brani restino sottotono, tra cui il singolo “Can I Play With Madness”, rimossa infatti ben presto dalla lista dei favoriti. Nel complesso siamo comunque di fronte ad un gran disco, forse l’ultimo vero album top targato Iron Maiden.

Fear Of The Dark – EMI, 1992 (Tommaso Dainese)
Fear of the Dark segue a 2 anni di distanza il poco fortunato “No Prayer for the Dying” e rappresenta a tutti gli effetti l’album più anomalo della prima era Dickinson. Per la prima volta Riggs non firma l’artwork, a favore di Melvyn Grant, ma è anche la prima volta dei Maiden alla prese con una power ballad (“Wasting Love”), nonché l’esordio di Gers alla scrittura dei brani, con il duo Dickinson / Harris ormai ai ferri corti, tanto da non firmare nessun brano insieme. L’album è più cupo rispetto ai precedenti, più drammatico, un preludio di ciò che si svilupperà negli anni successivi. Viene ricordato per la clamorosa titletrack, entrata da subito nei classici della band, ma l’album contiene anche altri buoni pezzi dalla terremotante “Be Quick or Be Dead”, alla più classica “From Here to Eternity” o alla particolarissima “Afraid To Shoot Stranger”, rivalutata negli anni e inserita nell’ultima setlist live della band. Un album sicuramente migliore del suo precedente, non ai livelli dei “magnifici 7”, minato forse dal rapporto sempre più complesso Harris e Dickinson, il quale lascerà la band l’anno successivo.

Brave New World – EMI, 2000 (Riccardo Manazza)
Con il ritorno di Dickinson e Adrian Smith gli Iron Maiden tornano ad essere quelli che tutti hanno amato e quando “Brave New World” fa la sua comparsa sul mercato l’aspettativa è altissima. Come prevedibile una parte dei vecchi fan non seguirà con altrettanta passione il nuovo corso, ma gli Iron Maiden dimostrano ancora una volta la loro potenzialità di band extra-generazione guadagnandosi il credito delle giovani leve metallare. Se un singolo come “Wicker Man” non è certo rimasto nella storia, canzoni dal respiro armonico più ampio come “Ghost Of The Navigator” o “Blood Borthers” hanno contribuito a creare nuovi standard a cui far riferimento. E per la prima volta la band mette in maggior luce tentazioni lontanamente progressive rock, rintracciabili nella lunghezza media di molte canzoni e nella scelta di suoni più morbidi. Una voglia di rinnovamento che da subito ha diviso fan e detrattori, ma anche in questo sta il destino dei veri maestri.

Dance Of Death – EMI, 2003 (Giovanni Barbo)
Secondo album dopo la rentrée di Bruce Dickinson, “Dance Of Death” è il lavoro che sancisce definitivamente il rinato rapporto amoroso della band con i propri fan: in pieno terzo millennio, gli Iron Maiden ripresentano per buona parte dell’album sonorità che arrivano da vent’anni prima. Ma questo elemento, invece di essere una caratteristica negativa, finisce per esaltare l’unicità di un sound intramontabile, che trova nuove suggestive forme d’espressione nei brani che compongono “Dance Of Death”. La costruzione epica di “No More Lies” – che parte con un evocativo arpeggio e si sviluppa nella sua parte finale, in un duello fra le chitarre di Murray, Gers e Smith – la complessa “Paschendale” con le sue tinte progressive o lo stupefacente crescendo melodico di “Montesgur” sono indice di una creatività sorprendentemente intatta dopo oltre venticinque anni di carriera e smentiscono quanti avevano visto nel ritorno di Dickinson una semplice mossa per andare sul sicuro. “Wildest Dreams” sembra fatta apposta per diventare cavallo di battaglia dal vivo, colonna sonora per le corse di Bruce Bruce. “Dance Of Death” soffre di una lunghezza forse eccessiva, ma contiene almeno una manciata di pezzi che confermano il valore e la vitalità di una band leggendaria.

Tutti questi capolavori dei Maiden sono contenuti in The Beast Collection, in tutte le edicole dal 30 maggio!

Iron Maiden The Beast Collection 3

tommaso.dainese

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Folgorato in tenera età dall'artwork di "Painkiller", non si è più ripreso. Un caso irrecuperabile. Indeciso se voler rivivere i leopardi anni '80 sul Sunset o se tornare indietro nel tempo ai primi anni '90 norvegesi e andare a bere un Amaro Lucano con Dead e Euronymous. Quali siano i suoi gusti musicali non è ben chiaro a nessuno, neppure a lui. Dirige la truppa di Metallus.it verso l'inevitabile gloria.

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