Geoff Tate: al lavoro sull’immenente trilogia

L’ex ugola d’oro dei Queensryche, come già anticipatovi in precedenza, è al lavoro nella composizione dei brani che andranno a completare la sua prossima fatica che si concretizzerà in un triplo concept album. Come molti di voi sapranno, dopo lo split dai Ryche, Geoff Tate ha formato una nuova band con il monicker Geoff Tate’s Queensrÿche, tuttavia Geoff ha deciso di prendere le distanze dalla sua vecchia band cambiano il nome del progetto in Operation: Mindcrime.

Di seguito le dichiarazioni di Tate:

Sto lavorando ad una trilogia suddivisa in tre album, l’intero progetto verrà registrato in un’unica recording session tuttavia i 3 CD veranno pubblicati separatemente in un lasso di tempo di tre anni. Il concept consiste in una storia che avrà luogo in differenti paesi del mondo, ma più di questo ancora non posso svelare, posso solo aggiungere che le location geografiche narrate nella storia influenzeranno anche l’aspetto musicale, ovvero utilizzerò strumenti tradizionali a seconda del luogo in cui sono incentrate di volta in volta le vicende.
La realizzazione della trilogia avrà un approccio completamente differente rispetto a qualsiasi mia esperienza musicale passata, ad esempio non si tratterà di una band vera e propria in quanto ho intenzione di avvalermi del contributo di diversi musicisti.
Un altro aspetto fondamentale è che nella composizione delle song non intenderò seguire nessuno standard di struttura, non aspettatevi il solito schema strofa-bridge-ritornello o canzoni dal classico minutaggio radiofonico, sono consapevole che questo nuovo lavoro non sarà passato da nessuna emittente radiofonica dunque sarò libero di fare come voglio.

L’attuale band di Geoff Tate è composta da Rudy Sarzo (OZZY OSBOURNE, WHITESNAKE), Simon Wright (AC/DC, DIO), Randy Gane (MYTH), Kelly Gray (MYTH, QUEENSRYCHE) e Robert Sarzo (QUEENSRYCHE).

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Geoff Tate – Recensione: Geoff Tate

“Un aggettivo per definire la mia produzione solista è ‘eclettica’, penso che sia un termine elegante e contemporaneo” Questa dichiarazione rilasciata alla stampa da Geoff Tate non potrebbe essere più chiara e rispondente alla musica contenuta nel suo primo, omonimo, album solista: eclettismo, eleganza e contemporaneità sono i costanti punti di riferimento del cantante, con la componente metal volutamente tralasciata in favore della raffinata sperimentazione rock-pop. In una tavolozza sonora assemblata con abilità, ritmi e timbri elettronici si sovrappongono a violini e chitarre acustiche, distorsioni avvolgono il pulsare di un contrabbasso, un pianoforte jazzato ricama su groove e cori soul rivelatori sul cuore ‘classico’ di un musicista che vive nel terzo millennio ma non dimentica le potenzialità espressive della tradizione ‘nera’ americana e del rock settantiano. A volte l’omaggio è palese ed appena ‘sporcato’ di attualità come in ‘This Moment’ (uno slow da ballo di primavera nell’ingenua America anni ’50), molto più spesso i riff di chitarra e le soluzioni classiche sono calati in contesti sonicamente attuali e dondolanti come nell’ottima ‘Grain Of Faith’ (immaginate i King’s X meno beatlesiani che decidono di costruire un brano di rock moderno e iperprodotto intorno al giro di accordi di ‘Hey Joe’). Altrove il tentativo di proporsi come interprete pop (ancorchè atipico nei complessi arrangiamenti) produce output dal valore disomogeneo, passando dalle pulsazioni sensuali e suadenti di ‘Flood’ e ‘Helpless’ (un ammaliante numero da dance-floor di classe, al ritmo del quale sedurre una splendida sconosciuta. O qualcosa del genere, insomma…) al manierismo troppo rilassato e piacione ‘Touch’ ed ‘Every Move We Make’. La prestazione vocale è all’altezza di un simile turbinio stilistico e, coerentemente al contesto musicale, Tate sceglie di non andare quasi mai sopra le righe prediligendo toni caldi ed interpretazione ad acuti e virtuosismi, anche se una maggiore teatralità avrebbe potuto donare all’album quel quid di energia che separa un ‘buon lavoro’ da uno che verrà ricordato a lungo. Non è infatti un caso che la notturna ‘In Other Words’, con i suoi drammatici intrecci di piano e violino, l’imprevista carica (tra schitarrate quasi ‘alternative’ e synth saltellanti) di ‘Off The TV’ e la conclusiva ‘Over Me’, altro slalom fra melodia e impatto rock, si distinguano in positivo proprio grazie al maggior piglio ‘recitativo’ riversato in esse dal cantante. Con questo esordio ‘in proprio’ Tate ha sicuramente cercato di svincolarsi dallo scomodo (per il mercato mainstream) e limitativo (per un artista che desideri andare oltre certe barriere) ruolo di ‘cantante heavy metal’, mettendo sul tavolo una notevole quantità di spunti musicali e di razionalità nell’assemblarli. Il risultato è degno di nota ed attenzione, anche se la sua non facile collocazione stilistica potrebbe lasciare interdette parecchie categorie di pubblico, ma il prossimo passo dovrà probabilmente trasudare più passione ed un pizzico di calcolo in meno, per convincerci del tutto. Siamo fiduciosi, in ogni caso…

Voto recensore
7
Etichetta: Sanctury / Edel

Anno: 2002

Tracklist: Flood / Forever / Helpless / Touch / Every Move We Make / This Moment / In Other Words / Passenger / Off The TV / Grain Of Faith / Over Me

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Queensryche: Intervista a Geoff Tate

Il Geoff Tate che ci si presenta davanti nella sala di un lussuoso hotel di Seattle non sembra per niente l’indemoniato intrattenitore che abbiamo visto esibirsi sul palco del Moore Theater la sera prima. Rilassato, tranquillo, assomiglia ad un rampante manager in carriera più che ad una rockstar che ha girato per vent’anni i palchi di mezzo mondo. L’esordio rivela subito la sua tagliente vena ironica, unica eccezione al suo modo di fare altrimenti molto distaccato e composto.

“Quanti maiali hai fotografato oggi girando per la città?”

Si riferisce ad una curiosa iniziativa promossa dalla giunta della città: organizzare un’esposizione di opere d’arte (o, almeno, così dovrebbero definirsi) tra le vie di Seattle. Il tema? Un maiale. Ogni artista partecipante non deve fare altro che rimodellare a proprio piacimento la sagoma di un maiale, sbizzarrendosi tra colori, forme (alcuni vengono trasformati in fioriere o panchine) e disegni. Ogni ‘opera’ è stata poi esposta agli incroci delle strade, così che passeggiando ci si ritrova di fronte di tanto in tanto ad un simpatico suino decorato da hippie o in stile militaresco.

“Ah, ne hai fotografati solo due? Allora ti sei trattenuto, ahahah! Pare che i maiali stiano andando forti tra i turisti… ogni tanto qualcuno salta fuori con qualche idea bizzarra del genere.”

In realtà l’aria di distacco che sembra caratterizzare Tate non è per niente un senso di superiorità o arroganza. Sembra piuttosto il modo di nascondere il proprio personaggio, di separare il Tate artista che quindi deve avere a che fare coi media e l’attenzione dei fan, dal Tate uomo, che cerca in tutti i modi di tutelare la propria privacy e la propria vita. Ma questo è un particolare che si scopre nel corso della conversazione. Conversazione che non può che partire dal motivo principale per cui siamo qui: il doppio album dal vivo…

“Penso che si possa essere decisamente soddisfatti del risultato ottenuto con questi due show. Noi come band abbiamo fornito una prestazione di buon livello, mentre la Sanctuary e il nostro management che si sono ritrovati a lavorare insieme per la prima volta hanno svolto un ottimo lavoro. Era il primo progetto che mettevamo in piedi con la nostra nuova casa discografica e il nostro nuovo management ed è andata decisamente bene, considerato anche che abbiamo cominciato a pensarci non molto tempo fa.”

Come avete scelto il luogo in cui registrare? Mi aspettavo un’arena di grandi dimensioni, invece avete preferito un teatro dall’atmosfera molto intima e raccolta…

“E’ proprio quello che cercavamo, volevamo questa sorta di intimità poiché è la cosa più importante quando suoni dal vivo, questo legame diretto coi fan. Il Moore Theater in particolare è un luogo perfetto per noi, anche se non ci avevamo mai suonato prima è un posto che conosciamo bene poiché ci ritroviamo spesso là a provare prima dei tour. Quando metti in piedi un progetto come questo hai bisogna che tutto sia perfetto e vada per il meglio e quindi è importante avere un palco che fornisca tutto ciò di cui abbiamo bisogno, avere a che fare con gente che gestisce il locale che sia disponibile e competente… il Moore Theater era l’ideale anche per tutte queste ragioni.”

Come avete scelto i brani da includere nel disco? Se non erro avete preso brani da ogni disco, è stata una scelta precisa, una sorta di retrospettiva sulla storia della band?

“Decisamente sì. Volevamo fare qualcosa di speciale per festeggiare i nostri 20 anni di esistenza. Volevamo prendere qualcosa da ogni disco, brani che piacciono a noi e altri che piacciono ai fan che hanno potuto votare i loro brani preferiti tramite il nostro sito. Anche la Sanctuary aveva delle idee su cosa voleva sentire e quindi non abbiamo fatto altro che mettere insieme tutti questi spunti diversi. Ovviamente non è stato facile…”

Nel vostro sito se non erro poco tempo fa c’era una poll che chiedeva di scegliere quale song doveva essere esclusa dalla set list dei Queensryche. Incredibilmente la più votata è stata ‘Silent Lucidity’, forse uno dei vostri brani che hanno ottenuto maggior successo! Come te lo spieghi?

“Sì, l’ho notato anch’io… forse perché la suoniamo ad ogni concerto e probabilmente la gente si è stancata di sentirla ogni volta. In ogni caso quando la suoniamo la gente sembra apprezzare parecchio, quindi direi che va bene così.”

Anche ieri sera infatti è stata accolta con un tripudio. Parlando di etichette, giravano voci tempo fa che foste stati scaricati dalla Atlantic, voci prontamente smentite da un vostro comunicato ufficiale. E ora siete sotto contratto con la Sanctuary: puoi spiegarci cosa è successo?

“Qualche anno fa, prima che firmassimo per l’Atlantic, eravamo in contatto con la CMC. Mia moglie li ha seguiti e ha cercato di capire se potevamo fare qualcosa con loro. All’epoca però non erano così grandi e non avevano i mezzi necessari che servono per supportare una band come i Queensryche. La stessa Sanctuary era interessata, ma anche in questo caso non faceva ancora al caso nostro. Il nostro manager inoltre era riuscito a negoziare un buon contratto con l’Atlantic, che ci dava tutta una serie di vantaggi anche nel caso in cui avessimo dovuto abbandonare quella label. L’Atlantic è una label molto grossa, ma ovviamente ha un certo tipo di mentalità che la prota a lavorare in un certo modo con le rock band. Ci siamo resi conto che non era quello di cui avevamo bisogno: volevamo qualcuno che lavorasse fianco a fianco con noi,c he fosse interessato alla nostra musica, che la apprezzasse. Nel frattempo la CMC e la Sanctuary hanno unito le proprie forze e sono diventate una realtà solida e consolidata, abbiamo così capito che era venuto il momento giusto di cominciare a lavorare insieme, anche perché finalmente potevamo avere una casa discografica specializzata nella musica che suoniamo e che poteva concentrarsi quindi sui Queensryche.”

A proposito di label, so che a fine settembre oltre al DVD e al live che avete registrato ieri e l’altro ieri verrà pubblicata anche una nuova edizione di ‘Operation: Livecrime’. Scelta della band o della vostra ex casa discografica?

“La EMI, la nostra etichetta precedente, ha il potere di pubblicare ciò che vuole e ha appunto pensato di ripubblicare ‘Livecrime’, cosa che tra l’altro mi rende molto felice poiché credo che quel disco fosse veramente ben fatto. Ovviamente la scelta è stata dettata dal fatto che noi avevamo deciso di pubblicare quest’altro live. Poi ci hanno contattati dicendo che volevano inserire qualcosa di speciale, magari un paio di brani che non erano stati pubblicati in precedenza (‘Road To Madness’ e ‘The Lady Wore Black’, N.d.a.), noi e il nostro management ci siamo trovati d’accordo e abbiamo dato l’ok. La nuova edizione di ‘Operation: Livecrime’ che troverai nei negozi avrà quindi queste due bonus track. Credo che ne verrà fuori qualcosa di interessante, anche se non ho ancora avuto modo di vedere il DVD.”

Visto che stiamo parlando di un’operazione per festeggiare i vent’anni di attività della band, diamo uno sguardo alla storia dei Queensryche, partendo ovviamente dal primo EP: quando avete cominciato pensavate di poter arrivare a questi livelli, di essere ancora qui dopo vent’anni?

“No, assolutamente, non abbiamo mai pensato a cosa poteva accadere nel futuro. Era tutto molto nuovo: dovevamo registrare un disco per la prima volta, dovevamo ancora trovare il giusto equilibrio all’interno della band, dovevamo trovare una label e un management, organizzare un tour… stavano succedendo così tante cose che non avevamo il tempo di pensare ad altro. Quello che è successo dopo è successo e basta, magari anche a causa della nostra tenacità, ahahah! E così è finita che registrare dischi è diventata la mia vita. Ma è stata una carriera piena di soddisfazioni fin’ora, abbiamo esplorato molto, e non solo dal punto di vista musicale, ci siamo spesso ritrovati in situazioni che nno avremmo neppure mai immaginato… è stato divertente, decisamente, e molto soddisfacente.”

Quindi non hai mai pensato alla possibilità che la tua strada fosse quella di diventare un cantante professionista?

“Guarda, sono arrivato a questa conclusione solo recentemente, negli ultimi due anni!! Da quando i miei figli hanno iniziato a crescere praticamente: cominciano a chiederti cose del tipo ‘dove stai andando?’ e tu dici ‘beh, sto andando a fare uno show’, ‘uno show? Cosa vuoi dire?’, ‘voglio dire che sto andando a cantare’, ‘ah, quindi sei un cantante?’ e qui cominciano le difficoltà… ‘sì sono un cantante’, rispondi, e loro incalzano ‘oh. E ti pagano per questo?’, ‘beh, sì, direi che mi pagano, sì, con i soldi che mi danno andiamo a fare la spesa, compriamo i vestiti per voi bambini e tutto questo genere di cose’. E’ grazie a loro quindi che ho realizzato che effettivamente la mia professione è quella del cantante! All’inizio non ci pensi, sai solo che stai facendo quelle cose perché è una tua passione, ma quando cominci a spiegarlo ai tuoi figli hai una visione diversa e la situazione ti rendi conto che non è così semplice come può sembrare!” (la versione completa dell’intervista la potete trovare sul numero di ottobre di Metal Hammer! Check it out!)

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