Wacken Open Air 2019: Live Report e foto del Day 1 con Sabaton, Hammerfall, Airbourne e altri

Il secondo giorno effettivo a Wacken, il primo ufficiale per lo svolgimento del festival si svolge all’insegna di un clima perfetto, soleggiato e con un po’ di vento, che rende tutto ancora più piacevole. Sono molte le aspettative per questa giornata, anche se alcune delle band che si esibiranno sui tre palchi principali, il Faster, l’Harder e il Louder, si sono già esibite negli anni passati e quindi non rappresentano una novità. 

SKYLINE

Come da tradizione, il primo concerto dopo l’apertura dell’Infield, il grande prato principale su cui sono collocati i tre palchi grandi, è quello degli Skyline, la band fatta daalcuni degli organizzatori del festival. Anche se la loro è più che altro una tradizione, come lo è la slot machine che appare sui monitor e annuncia l’esibizione imminente ogni volta (ma per gli habitué di Wacken sono anche queste piccole cose che danno serenità), quest’anno le cover più o meno classiche che costituiscono il set sono arricchite da un paio di novità. Per il trentesimo anniversario della nascita del festival, infatti, è stato composto un brano intitolato “30 Years Ago“, con cui gli Skyline aprono il momento a loro dedicato. Infine, la chiusura del set è dedicato a un altro brani ben noto a chi frequenta Wacken, cioè “This Is W.O.A.“, l’inno ufficiale del festival. Per questa circostanza arriva sul palco a sorpresa Doro Pesch, altra figura di riferimento e quasi sempre presente, con la sua band o come ospite, e persona considerata ai limiti della venerazione per il pubblico. Un warm up piacevole, in linea con quello che seguirà. 

BEYOND THE BLACK

 I Beyond The Black sono il classico esempio di band che, più o meno ogni due o tre anni, viene convocata ad esibirsi a Wacken. Per la band di Jennifer Haben, infatti, questa è la terza esibizione in quattro anni, e per quanto i loro concerti siano sempre impeccabili dal punto di vista esecutivo, forse i Beyond The Black non hanno tutte quelle doti che meriterebbero le band in programma sui palchhi principali. Il loro metal sinfonico è gradevole, così come lo è la voce della Haben, e dal vivo i brani dei tre album pubblicati fino a questo momento hanno comunque una buona resa. La particolarità del concerto di quest’anno è data dalla presenza per alcuni brani di Tina Guo, una violoncellista elettrica alla quale il pubblico tedesco sta riservando molta attenzione, e che si presenta sul palco per qualche momento da solista, ai quali si aggiunge poi tutta la band. Non manca neanche quest’anno l’omaggio a Lemmy Kilimster, già ricordato nel 2017, con una cover di “Love Me Forever”, e la conclusione riservata ad “Hallelujah”, un brano che inizia delicatamente e prosegue con una di quelle “cavalcate” sinfoniche che tanto piacciono ai fan del genere. 

KROKUS

Si è già parlato di come quest’anno Wacken sia stato caratterizzato da un “reparto geriatria” particolarmente nutrito numericamente e capace in diversi casi di dare la polvere a band molto più giovani anagraficamente parlando. Ecco, i Krokus sono proprio una di queste band. La band di Mark Storace ha già dichiarato che questo è il loro ultimo tour (che non a caso si chiama “Adios Amigos”), o forse i Krokus sono sempre stati così carichi di energia e in tanti non se ne sono resi conto prima, fatto sta che la loro è senza dubbio una delle esibizioni più intense della giornata, e forse di tutto il festival. I Krokus, tra membri nuovi e originali, sono una formazione affiatata, dotata di quella sfrontatezza necessaria per suonare hard rock nel migliore dei modi, e Mark Storace dal canto suo è un frontman che non si risparmia. La band costella qua e là il proprio live di cdover a effetto, come una ruggente “Rockin’ In A ree World” e “Queen The Eskimo” nel finale, e passa in rassegna diversi cavalli di battaglia della sua carriera, come “Bedside Radio”, “Eat The Rich” o “Tokio Nights”, il tutto conducendo il gioco senza il minimo cedimento e costruendo un concerto che è un po’ un tuffo nel passato. Se veramente i Krokus hanno intenzione di terminare qui la loro carriera, il loro è un commiato generoso, che non si dimenticherà tanto facilmente. 

HAMMERFALL

Quella di Oskar Dronjak che impugna la sua chitarra simil martello di Thor è un po’ una delle immagini emblematiche di questa edizione del Wacken. Che piacciano o non  piacciano, infatti, è innegabile che gli Hammerfall, che si esibiscono nel tardo pomeriggio sul palco principale, abbiano saputo rendersi protagonisti di uno show di tutto rispetto. Accompagnati da un backdrop imponente e da giochi di luci importanti, la band ha in sostanza accompagnato il pubblico presentando una carrellata di estratti da buona parte della propria discografia, partendo da brani storici come “Let The Hammer Fall” e “Renegade“, per arrivare a episodi più recenti come “(We Make) Sweden Rock” e “One Against The World“, tratti dal recente “Dominion”. Ormai riconosciuti come un pilastro del power metal europeo, con questo live gli Hammerfall non fanno altro che confermare la validità della loro esperienza. Tra la voce di Joacim Cans che non ha cedimenti e la chitarra di Drojnak, sono presenti tutti i tratti distintivi della band, che riscuote il successo che merita. 

AIRBOURNE

 Gli Airbourne mancavano dai palchi del festival tedesco da alcuni anni, e con la loro esibizione hanno fatto sì che il loro ritorno fosse indimenticabile. Niente di nuovo, per chi li ha già visti in azione in passato: tanto rock n roll a pieno volume, il buon Joel O’ Keeffe che fa il matto in ogni momento, fino a correre giù dal palco, farsi la sua solita escursione sulle spalle di un omone della security e improvvisarsi barman dispensando birra a profusione. Semplicemente, siamo a Wacken e tutto è fatto più in grande. Abbiamo così modo di ascoltare un’anteprima dal nuovo album, ovvero la title track “Boneshaker“, che conferma lo stato di grazia della band, che forse non avrà inventato nulla ma sa farsi valere in questo ambito, e la solita carrellata di brani appartenenti di diritto alla storia della band. Questa volta l’album privilegiato è “Running Wild”,, visto che, oltre alla title track, che da tempo chiude le esibizioni degli Airbourne, vengono proposte anche “Cheap Wine & Cheaper Women“, “Heartbreaker“, “Stand Up For Rock n Roll” e una serie di altri cavalli di battaglia. Il pubblico assiepato sotto il Faster Stage non manca di esprimere la propria partecipazione, e fra le altre cose è da evidenziare un crowd surfing scatenato, che ricorda un po’, per mole di gente coinvolta e per allegro entusiasmo, quello visto l’anno scorso durante il concerto degli Alestorm. Divertimento assoluto e l’hard rock più classico per una band che non smette di sorprendere.

SABATON

Quello dei Sabaton è di sicuro uno degli eventi più clamorosi per questa edizione del festival. La band svedese, infatti, non paga di avere anche un proprio festival, ha proposto, per la sera del giovedi, un doppio show, che coinvolge i due palchi gemelli, il Faster e l’Harder, un po’ come fecero Savatage e Trans-Siberian Orchestra nello storico concerto del 2015. Tutto questo viene fatto per festeggiare nel migliore dei modi i vent’anni di carriera della band. La prima parte del concerto, sul Faster Stage, vede i Sabaton esibirsi in un’ambientazione che ricostruisce fedelmente un campo di battaglia della Prima Guerra Mondiale, con tanto di sacchetti di sabbia a fare da trincea, cannone davanti alla batteria, un tripudio di fuochi e fiamme e così via. In questa parte del set non mancano gli estratti dall’ultimo album, “The Great War“, che come tutti sappiamo tratta appunto tematiche relative alla Grande Guerra, e che per un paio di brani vede la partecipazione dell’ex chitarrista Thobbe Englund. Questa partecipazione lascia già presagire quello che succederà nella seconda parte del live, quando anche il secondo palco si illumina, mostrando una seconda formazione dei Sabaton, composta appunto da quei musicisti che in passato hanno fatto parte della band e che, in momenti diversi, ne sono usciti. Oltre a Englund vediamo infatti l’altro chitarrista Rikard Sundén, il tastierista Daniel Mÿhr e il batterista Daniel Mullback. E’ impossibile rimanere indifferenti di fronte a questa grande parata di artisti che ripercorrono il passato dei Sabaton con un entusiasmo e un dinamismo quasi trionfali. Molti gli estratti da “The Art Of War“, come “Swedish Pagans“, suonata nei bis insieme alla violoncellista Tina Guo (già vista in azione oggi pomeriggio), ma si risale anche al primo album con l’esecuzione della title track “Primo Victoria“. Quasi due ore di live che infiammano l’Infield e segnano uno dei momenti più importanti di tutto il festival. 

HELLHAMMER

E’ già mezzanotte, la giornata è volata, ma i concerti sono ben lontani dall’essere terminati. Perchè quindi non concedersi una scappata sotto il tendone? Si cambia di nuovo genere e si passa all’esibizione di Hellhammer Performed by Triumph Of Death. Tom Gabriel Fischer è un personaggio dal carisma dirompente, che fa piombare i presenti in un passato ancora valido e glorioso. Sono infatti passati oltre trent’anni dalle prime registrazioni degli Hellhammer, ma questo tuffo nel passato a suon di “Bloody Insanity“, “Aggressor“, “Messiah” e naturalmente “Triumph Of Death“, è motivato e permette di riunire sotto la stessa (oscura) bandiera fan della prima era e nuove leve. Infine, un pizzico di orgoglio nazionale non può mancare per la presenza al basso della validissima Mia Wallace. Si torna in campeggio a ricaricare le batterie in attesa di quello che potrà riserevare la giornata del venerdi. 

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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