Wacken Open Air 2019 – Live Report e foto del Day 0 con Rose Tattoo, UFO, Sweet e altri

Il Wacken Open Air giunge al ragguardevole traguardo dei trent’anni senza apparenti scossoni, e regala ai presenti, che come sempre si riuniscono da ogni parte del mondo, un’edizione caratterizzata da qualche incoveniente, ma anche da tante migliorie e una serie di solide conferme. Gli inconvenienti non sono dipesi dagli organizzatori e sono stati puramente di natura atmosferica, e sono dipesi da due allerte meteo per tempeste in avvicinamento, che hanno obbligato nelle giornate di mercoledi e venerdi due sospensioni temporanee dei concerti. Mai nella storia del festival si era assistito a un evento del genere, neanche durante le piogge torrenziali che hanno reso tutta l’area quasi impraticabile in anni come il 2012 e il 2015, ma ci hanno raccontato che gli organizzatori tedeschi sono diventati più prudenti nell’ultimo periodo. Del resto, in entrambe le allerte (risoltesi per fortuna senza gravi inconvenienti), nel momento in cui è stato dato l’ordine di abbandonare le aree del festival e di rientrare in campeggio, tutto si è svolto in perfetta tranquillità, organizzazione e senza scene di panico: ancora una volta la magia di Wacken si è attivata e ha permesso a tutti di superare gli imprevisti con serenità.

Meteo a parte, l’enorme area in cui si svolge il festival si è arricchita di un importante optional, cioè un supermercato vero e proprio per soddisfare le necessità più o meno urgenti da parte dei campeggiatori. Sembra che nessuno abbia giudicato la novità come troppo “da fighetti” e chi ha potuto ha approfittato del cambiamento. Per il resto, Wacken ha accolto i presenti con la solita organizzazione impeccabile; le aree dedicate al festival sono talmente ampie da non permettere mai di sentirsi in qualche modo oppressi e nella tradizionale conferenza stampa di fine festival, ancora un volta, gli organizzatori hanno potuto esprimere la propria soddisfazione.

Ultimo ma non ultimo, le band presenti. E’ vero che, man  mano che venivano annunciate le presenze, si sono sentite da più parti critiche negative, più che altro per l’assenza di un vero e proprio “grande nome” che facesse gridare al miracolo (a differenza, ad esempio, di quello che succedeerà nel 2020, dato che sono già stati annunciati nomi quali Mercyful Fate e Judas Priest). E’ vero comunque che abbiamo potuto assistere a show spettacolari, come quello su due palchi per il ventennale di carriera dei Sabaton, o quello dei Rage con la Lingua Mortis Orchestra, ma in generale, nonostante qualche nome si ripeta ormai da anni, anche questa edizione ha permesso di assistere a una grande quantità di concerti di ottimo livello e, naturalmente, di perderne altrettanti per sovrapposizione di orari, stanchezza o semplice prigrizia.

Per quanto ci riguarda, arriviamo nel campeggio VIP martedi sera, il che ci permette addirittura di fare una tranquilla passeggiata serale per Wacken, che, incredibile a dirsi, è praticamente deserta e sembra ancora un normale paesino della amena campagna tedesca, se non fosse per la musica dei Rammstein sparata a tutto volume dal kebabbaro sulla strada principale e per qualche losco figuro ancora non in preda ai fumi dell’alcol che si aggira per il paese. Poche ore, e si darà il via ufficiale al festival.

La giornata di mercoledi, tradizionalmente quella di warm up, oltre che dalla prima allerta meteo, a metà pomeriggio, si caratterizza per una serie di concerti di quello che potremmo affettuosamente nominare “reparto geriatria”. Molte band dal passato ragguardevole affollano il tendone dove si trovano il W.E.T. e l’Headbanger Stage, mentre per le band vincitrici della Metal Battle quest’anno c’è uno spazio riservato. Si tratta dell‘History Stage, un altro palco coperto, più piccolo, che riprende fedelmente dimensioni e posizione del primissimo palco di Wacken, quello dell’edizione 1990, per intendeerci.

AXXIS 

 Sono circa le tre del pomeriggio quando salgono sul palco gli Axxis, prima band con cui abbiamo a che fare quest’anno. Premesso che non assisteremo per intero al loro concerto, sempre per le famose sovrapposizioni di orari di cui parlavamo prima, l’impressione che ne traiamo è ottima. Il loro heavy metal regge bene gli anni che scorrono, dato che anche la band festeggia quest’anno il trentennale di carriera, e il loro show è una rapida escursione in tutta la storia della band, che parte dagli esorid di “Kingdom Of The Night” e “II” e arriva al repertorio più recente. Accolti molto bene dal pubblico tedesco, gli Axxis tengono il palco alla perfezione e non hanno il minimo segno di cedimento.

THE QUIREBOYS

La camminata a passo di marcia serve per portarci in tempo nell’area del Beergarten, il cui palco per tradizione è dedicato a quelle esibizioni un po’ più caciarone e di accompagnamento per chi si dedica alle bevute. Ed è qui che si esibiscono i The Quireboys, uno dei gruppi che non salgono sui palchi di Wacken per la prima volta ma che hanno sempre dato vita ad esibizioni impeccabili. La situazione si ripete anche questa volta, con il frontman Spike che alterna riferimenti al bere, con tanto di accidenti verso gli astemi, a una carrellata del repertorio della band, che va dai classici come “There She Goes Again” ed “Hey You” ad estratti del recente “Amazing Disgrace“. Come sempre, i britannici mescolano hard rock e blues con classe, inserendo una ballad qua e là per mitigare l’atmosera, salvo poi riscuotersi e trascinare i presenti con loro nei momenti più rock del loro repertorio. Gran finale, come sempre, affidato a “7 O’ Clock” ed è già ora di pensare a un’altra band. Ma l’imprevisto è in agguato, sotto forma di alleta maltempo.

UFO

Poco prima di quello che dovrebbe essere l’orario in cui gli UFO dovrebbero iniziare il loro live, l’annunciatore che solitamente presenta il gruppo che sta per esibirsi sotto il tendone difffonde un comunicato che dice in sostanza che l’area concerti deve essere evacuata perchè si sta avvicinando una tempesta, di tornare tutti i campeggio e di aiutare chi non ha mezzi sicuri come camper o automobili in cui rifugiarsi. Obbedienti, rientriamo in area stampa (che è giudicata sicura perchè composta da un paio di strutture molto solide) e aspettiamo. Miracolosamente, questa prima allerta meteo si risolve con un nulla di fatto, solo un gran vento e qualche goccia di pioggia e ci consente di rientrare dopo un po’ sotto il tendone. Appena in tempo, perchè la band di Phil Mogg ha appena iniziato il concerto, e dopo avere parlamentato un po’ con l’inflessibile security a guardia del pit, riusciamo anche ad entrare per scattare un po’ di foto. Ne è valsa la pena, perchè gli UFO sono agli sgoccioli della loro carriera come band, e questa potrebbe essere stata l’ultima occasione di vederli dal vivo. Phil Mogg mantiene la sua impassibilità durante tutto il concerto, non fa il minimo riferimento a questa eventualità e si concede solo un attimo per ricordare Paul Raymond, il chitarrista e tastierista morto pochi mesi fa. Forse la setlist viene un po’ accorciata per rimanere nei tempi, ma la manciata di brani eseguiti rende pienamente giustizia a una band che avrebbe ancora molto da dire. Vinnie Moore è eccellente come sempre, sia alla chitarra elettrica che all’acustica, Phil Mogg tiene il palco con l’entusiasmo di uno con la metà dei suoi anni e il resto della band, compreso Neil Carter, ex membro della band chiamato d’urgenza per sostituire Paul Raymond, non sbaglia un passaggio. Anche in questo caso il finale è dedicato a due grandi classici come “Rock Bottom” e “Doctor Doctor“, l’allerta meteo è ormai un lontano ricordo e si prosegue con l’acceleratore al massimo.

THE DAMNED

Negli anni 70 la Trimurti del punk inglese era composta da Sex Pistols, The Clash e The Damned. Ecco, per sfatare il luogo comunne secondo cui a Wacken suonano solo band metal, i The Damned si esibiscono subito dopo gli UFO e ci riportano alle atmosfere della seconda metà di quel decennio, con un’esibizione composta da quindici brani, di cui nove estratti dal primo e dal terzo album. Del primo periodo rimangono solo il cantante Dave Vanian e il chitarrista Captain Sensible con il suo consueto baschetto rosso, ma il repertorio appartenente al periodo punk della band e l’atteggiamento fuori dagli schemi non lascia spazio ad incertezze. Il pubblico accoglie con piacere questa virata su un genere un po’ diverso (per quanto i The Damned siano stati spesso citati da grandi band e abbiano spesso condiviso il palco con Lemmy) e si lascia trascinare dall’onda di una band che ha fatto storia e ha ancora molto da dire.

SWEET

Alcuni anni fa gli Sweet vennero in Italia, e a verderli c’erano meno di cento persone. A Wacken questa volta il tendone straripa di gente ed è quasi impossibile muoversi. Sarà stato anche per la comparsata di Andy Scott sul palco di Doro Pesch lo scorso anno, sarà che il pubblico di Wacken è più recettivo in generale, sarà che semplicemente i loro brani sono fatti apposta per non stare fermi sul posto, fatto sta che la loro esibizione è la più acclamata e la più partecipata del giorno. Il tendone diventa un’enorme pista da ballo su cui giovani e meno giovani si scatenano al suono di brani come “Action“, “Teenage Rampage“, “Fox On The Run” e l’immancabile “Ballroom Blitz“. Tra qualche battuta sui capelli bianchi di Scott (“Niente parrucca, tutto autentico”, annuncia mentre gli danno una bella scrollata alla chioma) e l’intenzione di divertire, gli Sweet fanno scatenare tutti i presenti.

ROSE TATTOO

Abbiamo visto i Rose Tattoo in azione poco meno di un anno fa in occasione di un loo concerto a Londra. Rispetto ad allora non è cambiato molto, la formazione prevede ancora l’ex AC/DC Dave Evans e ha sempre Angry Anderson, unico sopravvissuto della formazione storica, come suo portabandiera. Anche per la band australiana si può parlare di concerto perfettamente riuscito, con il ruvido rock che li caratterizza portato avanti con costanza e coerenza a dispetto del passare degli anni. Angry Anderson non è bello, sul palco è scontroso come un riccio ma non si può non provare affetto per questo personaggio indomito nonostante tutto, che non si è ancora stancato di portare in giro “One Of The Boys“, “Bad Boy For Love“, “Nice Boys (don’t play rock ‘n roll)” e i suoi racconti da ragazzo di strada problematico. Una conferma.

THE SISTERS OF MERCY

Il buio della sera a questa latitudine arriva più tardi, ma arriva. Si avvicina la mezzanotte quando salgono sul palco i The Sisters Of Mercy, un’altra band esordiente sui palchi di Wacken, con una storia pesante alle spalle, nonchè un altro episodio “anomalo” nel panorama delle band presenti a Wacken. La loro esibizione smorza molto i toni, con luci quasi inesistenti, composte solo da qualche faretto che illumina di tanto in tanto lo storico frontman, Eldritch, quasi immobile sulla scena ma comunque carismatico. Anche chi non conosce il repertorio post punk della band ne rimane comunque affascinato, grazie a un repertorio che attinge a piene mani dai primissimi album della band, come “First And Last And Always” e “Floodland“. Dopo l’abbuffata di rock classico, questa virata verso il dark è un cambiamento interessante, che chiude in bellezza una giornata densa di emozioni. E’ solo il preludio al festival, l’area che contiene i tre palchi principali, l’Infield, è ancora chiusa e i grandi nomi devono ancora arrivare, ma l’inizio è stato dei migliori.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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