Wacken Open Air 2017: Live Report e foto del Day 3 con Kreator, Rage e altri

Ci avviciniamo al momento dei saluti, e ancora una volta ci accingiamo a vivere una giornata frenetica sotto tutti i punti di vista. Abbiamo trascorso il venerdì interamente sotto ai tre palchi principali, mentre la giornata di sabato ci porterà nuovamente a fare la spola fra questi e il tendone dei W.E.T. e dell’Headbanger Stage, rimbalzando come palline di flipper tra un live e l’altro, fino a quando la pioggia non inizierà a cadere, sottile e infida, durante il concerto dei Kreator, invogliandoci a levare le tende qualche ora prima del tempo con destinazione aeroporto. La giornata inizia comunque con i Rage, in un altro di quei live che richiedono attenzione nonostante sia a malapena ora di pranzo. Un’esibizione neanche tanto breve la loro, che con una dozzina di pezzi sanno dare la giusta sveglia al pubblico presente nell’Infield, grazie anche alla première di “Season of The Black”, brano che dà il titolo all’ultimo album della band di Peavy Wagner e soci, uscito da pochissimi giorni, e al finale affidato a “Higher Than The Sky”, in cui si inserisce anche un passaggio di “Holy Diver”.

I Beyond The Black forse non meritano il palco principale, sia per la giovane età della formazione di Jennifer Haben che per un repertorio non particolarmente innovativo, ma questo è Wacken e c’è poco da discutere. Anche la loro esibizione si struttura intorno a una decina di brani, fra cui anche la cover di “Love Me Forever” dedicata, ovviamente, a Lemmy Kilmister, e anche se il loro metal sinfonico non riserva grosse sorprese, si può pensare a loro come a un piacevole intermezzo prima della cavalcata finale.

Una cavalcata che parte subito dopo, con l’arrivo dei fratelli Cavalera. Gli anni non sembrano essere passati per Max e Igor, dinamici sul palco e completamente a loro agio nella riproposizione di un repertorio incentrato nella sua totalità sui vecchi brani dei Sepultura. Solo nel finale i due fratelli si lanciano in un breve excursus nel terreno delle cover di classe, con la riproposizione di “Iron Man” e “Ace Of Spades”, anche se il vero piacere sta nel risentire dal vivo brani come “Roots Bloody Roots”, “Ratamahatta” o “Spit”.

A questo punto ci spostiamo nuovamente, dopo un giorno di assenza, sotto il tendone, dove il W.E.T. e l’Headbanger Stage riserveranno parecchie sorprese. Si comincia con lo stoner rock degli Orange Goblin, sempre impeccabili nelle loro esibizioni, e si continua con gli Insomnium e le loro atmosfere oscure e glaciali e il loro sound micidiale.

Si continua poi con gli Insomnium, gelidi e glaciali con le loro luci blu ad accompagnarli e le loro melodie altrettanto fredde.

I Primal Fear hanno poco tempo a loro disposizione e quindi lasciano da parte i brani più lunghi del loro repertorio, come ad esempio “Fighting The Darkness”, ma “In Metal We Trust”, “Angels Of Mercy” o “Metal Is Forever” sono sempre validi ascolti per un Rafl Scheepers sempre in forma impeccabile, alla guida di una formazione più valida che mai.

Si sa che a Wacken non mancano le esibizioni di band estranee al metal puro, di qualunque sottogenere si tratti. Una di quelle di quest’anno riguarda i The Headcat, che faranno pure rockabilly ma hanno avuto Lemmy Kilmister nella loro formazione, e solo per questo sono circondati da una specie di aura mistica. Ottima la loro performance, completa e solida, tra cover di Roy Brown, Robert Johnson e l’immancabile cover dei Motörhead, che questa volta è “Born To Lose”.

Si cambia nuovamente atmosfera grazie a Uli Jon Roth che, accompagnato questa volta da una formazione giovane, che comprende altri due chitarristi, torna al festival tedesco dopo un’assenza di due anni e con un repertorio pieno di estratti da “Scorpions: Revisited”. Si torna a capofitto negli anni ’70, grazie a brani come “The Sails Of Charon”, “In Trance” e “Virgin Killer”, e si chiude, immancabilmente, con “All Along The Watchtower” nella sua versione hendrixiana. Uli Jon Roth non cambia una virgola nella propria attitudine e nella perfezione della sua esecuzione, e vederlo sul palco equivale alla garanzia di assistere a uno show perfetto e regolare.

A Wacken l’atmosfera è tale che a volte succedono dei piccoli miracoli. Uno di questi è vedersi Steve Harris a pochi metri di distanza da te, impegnato non con i Maiden ma con i suoi British Lion. Un live abbastanza breve, in linea con le tempistiche degli stage minori, ma divertente, che consente di vedere il celebre bassista alle prese con un repertorio diverso dal solito e con una band che, per niente preoccupata dall’aura imponente che Harris ha dietro di sé, sa farsi valere e tiene il passo alla perfezione.

Le ore passate sotto il tendone sono volate, fuori è notte fonda e ricomincia a piovere. In queste condizioni, seguire lo sohw dei Kreator, con cui il festival si avvia alla conclusione, non è la cosa più facile del mondo, ma naturalmente ne vale la pena. Mille Petrozza e compagni giocano in casa e lo sanno, e danno vita a uno show aggressivo, pieno di luci accecanti e fumo, che alterna pezzi storici come “Pleasure To Kill” e “Total Death” ad altri più recenti. Niente da dire nemmeno su questa esibizione, che riconferma il buono stato di salute dei Kreator e il loro potere distruttivo. Nel pomeriggio non ci siamo lasciati scappare il solito appuntamento con la conferenza stampa in cui gli organizzatori del festival tirano le somme dell’edizione che volge al termine e lanciano il trailer della prossima. La conferenza stampa ha visto anche la presenza di due ospiti del tutto inattesi, vale a dire Doro Pesch (che si esibirà anche nel 2018, stavolta in uno show tutto suo), e nientemeno che Alice Cooper. E mentre riprendiamo la strada di casa insieme a qualche altra decina di migliaia di persone, pensiamo che anche questa volta il festival sia stato corrispondente alle aspettative, e che probabilmente sarà sempre così.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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