Wacken Open Air 2017: Live Report e foto del Day 2 con Megadeth, Apocalyptica e altri

 

La giornata del venerdì a Wacken è quella più impegnativa dal punto di vista fisico. Sei ormai entrato nel vivo del festival, hai ripreso contatto con tutte le strutture, sai bene come muoverti e ti senti invincibile. E questo è quello che ti frega, perché tendi a dimenticarti che ci sono ancora due giornate pienissime di concerti e le forze potrebbero non bastarti, specie se, come accade quest’anno, il meteo continua a fare i capricci e alterna sole, vento e pioggia in modo assolutamente schizofrenico. Comunque, per la prima parte della giornata il tempo sembra reggere, e con fare baldanzoso ci accingiamo a fare la nostra parte di supporto all’Italia con l’esibizione dei Lacuna Coil. Come è ormai consuetudine, anche le band che salgono sul palco in mattinata possono comunque approfittare di una nutrita compagine di pubblico. Cristina Scabbia e compagni, anche questa volta, riescono a dare vita a una prova molto convincente, che alterna estratti dal nuovo album, “Delirium”, a pezzi più vecchi, senza dimenticare la consueta cover di “Enjoy The Silence”. Promossi a pieni voti anche questa volta.

Dopo cinque anni di assenza, i Sancutary di Warrel Dane tornano sul palco di Wacken, e lo fanno accompagnati da quell’aura mistica che avvolge un po’ tutte le band storiche dalla storia a corrente alternata. Notevole comunque la loro esibizione, che semina entusiasmo sul sole di mezzogiorno che avvolge l’Infield, grazie a una manciata di pezzi come “The Year The Sun Died”, “Frozen” o “Taste Revenge”. Non avevamo avuto modo di vedere Warrel Dane di recente, ma l’impressione è quella di trovarlo in buona forma, sia fisica che vocale, e la band che lo accompagna è una di quelle che lasciano il segno.

Ci spostiamo ancora su un altro dei tre palchi principali (il più piccolo dei tre per l’esattezza), il Louder Stage, dove è la volta dei The Amity Affliction. La buona tenuta di palco è enfatizzata soprattutto dai movimenti da tarantolato del bassista Ahren Stringer, mentre il resto della band rimane un po’ in disparte. L’esecuzione in generale è buona, ma forse un po’ appesantita da un eccesso di suoni campionati.

Dopo i Sanctuary, tocca a un’altra band storica salire sul palco, e si tratta dei Paradise Lost. Anche il loro live alterna estratti dall’ultima fatica “Medusa” a pezzi storici che tornano addirittura ai primi anni ’90 con un’acclamatissima esecuzione di “Gothic”. Non mancano poi altri pezzi storici, come “One Second” o “Embers Fire”, con Nic Holmes in ottima forma, frontman carismatico grazie al suo atteggiamento glaciale ma carismatico.

Tra una raffica di vento e l’altra il clima inizia a raffreddarsi, ma a metà pomeriggio ci pensano i Saltatio Mortis a riscaldare l’atmosfera. Grazie al loro folk metal ricco di costumi tipici, fiamme e a una tenuta di palco entusiasmante, la numerosa formazione tedesca riscuote, è quasi sottinteso, un grande successo. Per chi apprezza le sonorità di questo tipo, sicuramente si tratta di un paese della cuccagna, anche se forse è una scelta un po’ azzardata quella di far suonare una band, famosa sicuramente in patria ma non altrettanto all’estero, in pieno pomeriggio e sul palco principale dei tre dell’Infield (quello, per intenderci, su cui le band suonano senza sovrapposizioni rispetto agli altri due palchi, che invece agiscono in contemporanea).

Le ombre della sera stanno per calare, ed è il momento di uno degli show che renderanno veramente particolari questa edizione del W.O.A. Gli Apocalyptica stanno attualmente rendendo omaggio al loro disco di debutto, quel “Play Metallica By Four Cellos” che li lanciò ormai venti anni fa e che ha caratterizzato la loro carriera successiva. I quattro musicisti appaiono quindi nella loro formazione classica, seduti, con i quattro violoncelli come unico strumento, ad eseguire alcuni estratti da quel lavoro, fra cui le loro versioni di “Enter Sandman”, “Master Of Puppets”, “Fade To Black” e “For Whom The Bell Tolls”. Ad un certo punto fa il suo ingresso anche la batteria, in linea con l’evoluzione stilistica della band, le sonorità si appesantiscono ma il carisma della band rimane immutato. E non è solo perché queste esecuzioni di brani così noti ai fan del metal hanno sempre un qualcosa di magico; probabilmente è il loro staccarsi dagli stilemi classici di quello che normalmente il metal porta con sé che rende gli Apocalyptica così affascinanti, e quindi così emozionante la loro esibizione.

È ormai sera piena, e avvolti da luci prevalentemente tendenti al blu, è la volta dei Megadeth. La loro è un’esibizione abbastanza canonica, validissima ma che non aggiunge niente a quello che Dave Mustaine e la sua corte hanno portato avanti nel corso degli ultimi anni. la formazione attuale regge molto bene il passo, Dave Ellefson sembra ringiovanito di dieci anni e Kiko Loureiro non sfigura assolutamente (e come potrebbe essere altrimenti?) di fianco agli altri musicisti. Anche la setlist proposta è abbastanza standard, e alterna cavalli di battaglia come “Hangar 18”, con cui si apre il concerto, “In My Darkest Hour” o “Tornado Of Souls”, a brani più recenti come “Dystopia”. Manca solo “A Tout Le Monde” (tra l’altro si era pure ipotizzata una comparsa della Scabbia sul palco, dato che le due band si sono esibite nello stesso giorno), ma per il resto i grandi classici ci sono tutti.

A questo punto, ci sarebbe da scegliere se seguire Marylin Manson, senza dubbio uno degli eventi più importanti di tutto il festival, o i Turbonegro, che suonano in contemporanea al Reverendo sul Louder Stage. Scegliamo questa seconda opzione, e ci va benissimo. Primo, perché i Turbonegro, accompagnati come sempre dai fedeli seguaci della Turbojugend, i cui giubbotti di pelle appaiono come funghi sotto il palco nel freddo della mezzanotte, fanno uno show divertente, corredato da una scenografia da film di gangster anni ’30, caldo e tutto da ballare. Secondo, perché da quello che ci racconta chi assiste invece allo show di Manson, pare che il Reverendo si sia presentato sul palco in sospetto di ubriachezza, abbia cantato ma anche inserito una bella serie di sproloqui sconclusionati e, soprattutto, abbia fatto annullare la maggior parte dei pass foto che erano stati approvati la mattina; cose che capitano, ma sempre poco piacevoli. Probabilmente è andata meglio a noi, ma c’è ancora un giorno da passare qui, ancora tanti concerti da vedere, e altre occasioni di riscatto.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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