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Wacken Open Air 2016: Live Report del Day 3 con Twisted Sister, Arch Enemy, Dio Disciples & more

I report di Symphony X e Metal Church sono a cura di Fabio Guarnieri.

La mattinata di sabato 6, ultimo giorno di baldoria a Wacken, inizia con un paio di scrosci di pioggia furibondi (grandina anche per qualche secondo); tra maltempo e stanchezza da ultimo giorno, è possibile che sia per questo che, quando arriviamo ancora una volta sotto il Bullhead City Circus, i presenti sono decisamente pochi (ovviamente nell’ambito numerico dei 75.000 paganti a Wacken). I più mattinieri possono comunque assistere a una performance interessante da parte dei Jesus Chrüsler Supercar, band svedese con look vagamente Motorheadiano dedita a un heavy rock che sfocia nello stoner. Il genere è uno di quelli che si apprezzano meglio se ascoltati dal vivo, e gli svedesi fanno un’ottima figura.

Va un po’ meglio, per quanto riguarda il pubblico, ai tedeschi Watch Out Stampede, band post metalcore relativamente giovane e con un paio di album alle spalle, aggressivi al punto giusto nel tempo a loro disposizione.

Fantastico concerto quello dei Symphony X in terra tedesca. Russell Allen, vero mattatore, si presenta con la maschera simbolo della band e sforna una prestazione devastante! La sua voce svetta sempre potente su tutto e il suo carisma è fortissimo. Anche il grande Michael Romeo non sbaglia un colpo e tutta la band è assolutamente all’altezza della sua fama. La scaletta è incentrata sull’ultimo album, “Underworld“, di cui spiccano brani di grande intensità come “Without You” e “In My Darkest Hour“, ma non mancano i classici come “Sea of Lies”. Un concerto memorabile per la qualità dell’esibizione da parte di tutta la band.

A Wacken può succedere sempre di tutto. Anche che, mentre ti trovi in area stampa in attesa che inizi la conferenza stampa di presentazione dell’edizione 2017, arrivino i Blaas Of Glory, uno dei due “walking act” che hanno attraversato le varie aree di Wacken durante il festival. I Blaas Of Glory sono un tipoci esempio della goliardia tamarra tipica dei tedeschi: una formazione di 8 musicisti in costume da banda di paese e parrucche da capelloni che, armati di strumenti insoliti come chitarre acustiche, bassotuba e fisarmonica, marciano impettiti e si muovono a passo di marcia prima suonando a ripetizione l’intro di “The Final Countdown“, e poi eseguendo qualche cover celebre come “Jump“, “Ace Of Spades” e “Sweet Child O’ Mine“, per il divertimento dei fortunati presenti.

Arriva il momento dell’esibizione dei Metal Church, e sembra che gli americani siano in fase di rilancio, forti del recente album “XI” e delle diverse presenze nei festival estivi tedeschi; se ne saranno resi conto probabilmente anche i convenuti a Fontaneto D’Agogna per la data italiana di pochi giorni fa. La setlist è formata prevalentemente da brani dei primi album della band, risalenti ai mitici anni ’80, con perle come “Watch the Children Pray” o la conclusiva “The Human Factor“. Solo due invece le tracce tratte dall’ultimo album, precisamente “Killing Your Time” e “No Tomorrow“. L’energia sprigionata nell’ora abbondante a loro disposizione è forte e la band sembra vivere una seconda giovinezza; ottima infine la prova di Mike Howe, semplicissimo nel look e devastante dietro il microfono, preciso ed emozionante come pochi.

Decisamente sottotono, invece, la prova dei Therion, molto interessanti dal punto di vista estetico con il loro look steampunk, ma apparentemente molto “legati” in sede live. E’ anche possibile che, come i Blind Guardian, i Therion non siano un gruppo adatto per i grandi festival, che la loro musica vada ascoltata in contesti più intimi e che in questi contesti tenda alla dispersione. Ad ogni modo, dopo il flusso di potenza sprigionato dai Metal Church e in attesa del tornado californiano degli Steel Panther, la loro esibizione passa abbastanza sotto silenzio.

Se proprio dovessimo trovare un difetto nello show degli Steel Panther, potrebbe essere quello di avere divagato un po’ troppo negli scketch e nei siparietti che chi li ha visti dal vivo almeno una volta conosce bene; ad ogni modo, anche questo fa parte del loro modo di essere, un modo di essere che va adorato e preso per quello che è. Il pubblico di Wacken, già da solo incline ai travestimenti, per l’occasione dà il meglio di sè, e tra i presenti si vede di tutto, oltre a una bambola gonfiabile e a un grosso fallo gonfiabile. I californiani, dal canto loro, apprezzano tutta questa attenzione nei loro confronti e intrattengono il pubblico con siparietti di presentazione della band (“Questo è il nostro batterista, il che vuol dire che non ha mai suonato veramente uno strumento”, “Alzi la mano chi vorrebbe che i Dragonforce facessero sesso”, “Alzi la mano chi vorrebbe che i Dragonforce facessero sesso!”). Durante “17 Girls In A Row” spuntano sul palco un buon numero di belle figliole, mentre prima erano salite sul palco altre due ragazze del pubblico e una ragazzina con apparecchio ai denti, che è stata accolta con un “She’s legal!” dalla band saputo che aveva 16 anni e quindi, ovviamente, in età da sesso. Per il resto, la band suona alla grande e accende l’Infield con una buona dose di glam e ironia, da “Tomorrow Night” a “Community Property“, da “Girl From Oklahoma” a “Fat Girl“. Si chiude con una scatenata “Death To All But Metal“, dopo un’ora di risate e buona musica e qualche generosa ragazza tedesca che risponde all’invito di Michael Starr a mostrare le proprie grazie (si fa per dire…).

Corre un brivido lungo la spina dorsale mentre ascoltiamo “It’s A Long Way To The Top (if you wanna rock and roll)“, che fa da introduzione all’ultima esibizione dei Twisted Sister in Germania, come ricorda anche la voce che introduce la band in scena. I Twisted Sister hanno deciso di uscire di scena invece di imbarcarsi in tour d’addio lunghi eterni, come ricorda anche Dee Snider facendo l’esempio degli Scorpions, dei Judas Priest e del No More Tours di Ozzy Osbourne, tutti gruppi che Snider apprezza, ma il cui esempio non sarà seguito dai Twisted Sister. Il sipario sta per calare, e forse è meglio così. Chi era presente a Wacken lo scorso anno ricorderà di come Dee Snider da solo abbia saputo animare l’Infield nel pomeriggio di sabato con soli quattro brani, e di come tutti siano stati travolti dal suo carisma dirompente. Purtroppo l’ultimo concerto in terra germanica ci restituisce l’immagine di una band stanca, provata forse dal lungo tour e dalle vicissitudini degli ultimi mesi. Dee Snider le prova tutte, e riesce sicuramente a smuovere gli animi con i grandi classici della band, ma ci sono anche momenti in cui l’età inizia a farsi sentire e tutti appaiono stanchi. “I Wanna Rock” rimane uno degli inni del genere, ma l’exploit dell’anno scorso non si ripete, mentre riscuote un successo grandissimo “We’re Not Gonna Take It“. Il pubblico infatti, a brano terminato, continua a cantare il ritornello, obbligando la band a riprendere a suonarlo per ben due volte. Molto commovente il momento dedicato a “The Price“, con cui Dee Snider ricorda il batterista A.J. Pero, l’immancabile Lemmy e l’altro amico Jimmy Bain. Le due ore di concerto previste dal programma si riducono a un’ora e quaranta, senza comunicazioni di sorta, e le note di “S.M.F.” urlata da tutti ad esorcizzare la tristezza sono quelle con cui la band si congeda dalla Germania. Giù il sipario, e grazie ragazzi per tutti questi anni.

Gli Arch Enemy avevano annunciato che quello di Wacken sarebbe stato uno show speciale. Al di là del repertorio proposto, infatti, è la sera in cui la band registra il proprio DVD live. Per l’occasione, la band porta sul palco una scenografia strepitosa, molto pittoresca, piena di fiamme, teloni con il logo della band, immagini a metà fra il sacro e il demoniaco e costumi di prima scelta. Alyssa White-Gluz, con indosso un abito che la fa somigliare a una piovra, non sta ferma un momento e ruggisce con tutta la forza che ha in corpo e danza sinuosa e selvaggia attirando tutti gli sguardi su di sè. La setlist eseguita è incentrata per la maggior parte su pezzi di “War Eternal” e “Khaos Legions” ma, al di là dei brani scelti, è tutta la spettacolarità dell’evento a rimanere impressa nei presenti.

Sono passate le due di notte, domani bisognerà smontare le tende e ripartire per il viaggio verso casa, ma c’è ancora qualcosa da fare. Non eravamo presenti alla conferenza stampa del pomeriggio di Wendy Dio, quindi non sappiamo come siano stati presentati, atto sta che la performance dei Dio Disciples non è proprio una di quelle memorabili. Sorvoliamo pure sulla diatriba cover band sì / cover band no, anche se alla fine i Dio Disciples sono questo, una cover band di lusso, ma sempre una cover band. Certo, ascoltare Tim “Ripper” Owens e Oni Logan alternarsi su brani della carriera di Dio, da “I” a “Holy Diver“, per poi duettare su “Rainbow In The Dark“, è sempre piacevole, così come è impressionante la scenografia, tutta a ologrammi, che troneggia dietro i musicisti. Che poi i musicisti suonino in apparenza del tutto distaccati fra di loro e che, a parte l’apparizione dell’ologramma di Ronnie James Dio nel finale, non succeda assolutamente nulla di rilevante, questo è un altro discorso, ed è il motivo per cui abbiamo valutato l’utilizzo dell’immagine di Dio come una mossa puramente commerciale ai limiti del pacchiano. E’ difficile in questi casi capire quali siano le motivazioni che hanno spinto Wendy Dio o chi per essa a fare questa scelta; certo che, quando insieme ai Dio Disciples era stato annunciato uno “very special guest“, mai ci saremmo aspettati un ologramma di uno dei migliori cantanti di tutti i tempi. Passato l’effetto sorpresa, però, la scelta non è una di quelle vincenti.

Cala il sipario sull’edizione numero 28 di uno dei festival più amati dai metallari nel mondo. Abbiamo conosciuto e parlato con tedeschi, russi, argentini, un libanese e perfino con due ragazzi della Nuova Zelanda, e come sempre, una volta appoggiato lo zaino e tornati alla realtà, la voglia di ripartire e la curiosità per la prossima edizione rimangono. Segno che, nonostante le paure della partenza e le misure straordinarie per la sicurezza, anche questa volta è andato tutto bene.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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