Header Unit

Wacken Open Air 2016: Live Report del Day 1 con Iron Maiden, Whitesnake, Foreigner & more

Il report degli Iron Maiden è a cura di Fabio Guarnieri. 

Il primo giorno “ufficiale” dell’edizione 2016 del Wacken Open Air è stato rinominato come “la notte da ricordare”. Se infatti uno dei due palchi principali, il True Stage, è dedicato interamente agli Iron Maiden, l’altro palco, il Black Stage, vede un susseguirsi di artisti di calibro esagerato, per una successione di band veramente eccezionali. Prima che le porte dell’Infield, il prato principale su cui si trovano i due palchi (e anche il terzo, il Party Stage, che giovedi è ancora inattivo), c’è comunque tempo per ascoltare alcune delle altre band coinvolte nella tradizionale Metal Battle, prima che vengano annunciati i vincitori il pomeriggio seguente.

Sono contenti come la proverbiale pasqua i Tidal Dreams, rappresentanti della Grecia, portatori di un heavy metal con sfumature power e leggeri richiami folk, una formazione a due chitarre, un cantante valido nelle note acute e l’entusiasmo di chi si esibisce per la prima volta al di fuori del proprio Paese.

Di genere ben diverso sono gli Zhora, provenienti dall’Irlanda e dediti a un genere definito come progressive sludge. Il quartetto realizza un set devastante, fatto di volumi altissimi, ritmi e movimenti frenetici per un’esecuzione esplosiva.

Avete mai pensato che potesse esistere il black metal cantato in spagnolo? Esiste eccome, e lo dimostrano i Lepergod, rappresentanti dell’Argentina, che si presentano al pubblico con uno spettacolo molto curato dal punto di vista dei costumi e del face painting (interviene anche una corista / ballerina), che però, a chi è abituato a sentire il black metal decantato in altre lingue, potrebbe fare un effetto strano proprio per la scelta di utilizzare l’idioma del proprio Paese.

Ultima band a salire sul palco della Metal Battle è quella che viene presentata come la band dal nome più strano del festival. Cosa si potrebbe dire altrimenti dei Zombies Ate My Girlfriend, rappresentanti del Sudafrica? Sarà forse per il nome particolarmente azzeccato, o per il metal estremo che portano in scena, o per la buona tenuta di palco, fatto sta che i sudafricani riscuoteranno poi il consenso della giuria e verranno poi proclamati vincitori della Metal Battle.

 Si è ormai fatto pomeriggio, ed è ora che l’Infield apra i suoi cancelli. Come è ormai tradizione di Wacken, il primo gruppo ad esibirsi sul palco principale è quello degli Skyline, niente più che una simpatica cover band in cui suonano anche gli organizzatori del festival. La band alterna i propri cantanti e esegue alcune cover hard rock e metal ben note, come piacevole riscaldamento per quello che avverrà nel pomeriggio e nella serata.

Fuochi come scenografia e una setlist incentrata su brani classici che manda in visibilio i fan di vecchia data. I Saxon sono ormai una garanzia e vecchi amici fedeli di Wacken (la loro prima apparizione risale al 1992, come ricorda Biff durante il concerto), e la loro presenza è rassicurante come quella di un vecchio amico. Li rivedremo in Italia in autunno, ma date le premesse possiamo confidare in esibizioni di valore. Tra una “The Eagle Has Landed” e una “Power And The Glory“, tra il ritornello scandito di “Crusader” e la dedica a Lemmy su “Heavy Metal Thunder“, i Saxon al completo sono ancora in buona forma e riscaldano gli animi di chi si prepara a una  lunga notte di heavy metal anche se è ancora l’ora del the. Durante il loro concerto viene anche lanciato un pallone aerostatico che contiene una telecamera; le riprese aeree fatte dal pallone finiranno anche nel video conclusivo dell’edizione 2016 e regaleranno un punto di vista alternativo sulla grandiosità del festival.

In un festival dedicato all’heavy metal, i Foreigner potrebbero sembrare leggermente fuori luogo perchè troppo “morbidi” rispetto ad altre band che saliranno sul Black Stage nel corso dei giorni. In realtà, la loro presenza scenica, la storia che la band porta con sè e soprattutto una manciata di brani noti anche ai defender più incalliti rendono anche questo un momento indimenticabile. Il primo che si nota è il frontman Kelly Hansen, che spiazza tutti con una tenuta di palco strepitosa (scenderà anche nel pit per una corsa con stretta di mano alle prime file) e per un’interpretazione intensa dei brani. Lo sfrenato entusiasmo di Hansen si contrappone poi alla calma e allo stile di Mick Jones, membro storico dei Foreigner e uno dei chitarristi migliori per quanto riguarda il rock melodico. La band viene accolta molto positivamente e ballad arcinote come “I Want To Know What Love Is” scatenano cori che coinvolgono buona parte dell’Infield. La setlist non riserva grosse sorprese, con una parata di brani noti, fra cui compaiono anche “Urgent” e “Dirty White Boy“, ma considerato che sarà ben difficile rivedere a breve i Foreigner dalle nostre parti, è stato importante seguire con attenzione anche questo live.

Non presenta nessuna sorpresa, specie per chi ha assistito ad almeno una data delle scorse settimane in Italia, il live dei Whitesnake. I brani presentati sono esattamente gli stessi del resto del tour, così come lo sono gli assoli infilati a debita distanza in modo che Coverdale possa concedersi un attimo di tregua e i momenti in cui sempre Coverdale fa cantare il pubblico al posto suo. I maxischermi ci restituiscono una band compatta, che esegue alla perfezione perle estratte da un repertorio enorme, da “Crying In The Rain” a “Judgement Day“, da “Is This Love” a “Fool For Your Loving“. David Coverdale, con i suoi soliti cambi d’abito a metà set, è una rockstar consumata che non teme la vastità della folla accalcata in attesa degli Iron Maiden, e non teme neanche lo scroscio di pioggia che irrompe improvviso nel finale, proprio all’inizio di “Still Of The Night“.

La corazzata inglese degli Iron Maiden si presenta per la terza volta al Wacken e una folla sterminata li attende come al solito. La band è all’ultima data del tour di supporto a “The Book of Souls” e infatti la prima parte del concerto è incentrata principalmente su questo album; anche in questo caso, quindi, non ci sono sorprese rispetto alla setlist dei concerti visti in Italia pochi giorni fa. Fortunatamente i brani selezionati sono i migliori di un disco non del tutto riuscito. Si apre con “If Eternity shall Fall” e si prosegue con “Speed of Light“, seguite dall’immortale “Children of the Damned“, introdotta a sua volta dal discorso di Bruce Dickinson che ricorda come in molti tra il pubblico non fossero ancora nati quando quel brano era stato registrato. Tutto come da copione insomma.
Il concerto prosegue per due ore e i nostri sfornano una prova sicuramente molto buona, dove però Dickinson sembra a tratti accusare un po’ il colpo, complici anche, ma non solo, alcuni difetti di ricezione del microfono; se a Trieste il frontman aveva accusato un po’ su “The Trooper“, questa volta il brano che soffre un po’ è “Hallowed Be Thy Name“, anche se non si arriva mai a situazioni “pericolose” dal punto di vista vocale e la prova di Dickinson è assolutamente da manuale. Nel finale “The Number of the Beast“, la toccante “Blood Brothers” e “Wasted Years” seguite dagli auguri di compleanno a Bruce, che compie 58 anni. Nel complesso si è trattato di un bel concerto, anche se sicuramente non il migliore visto negli ultimi anni.

Si sa che a Wacken c’è di tutto, e che anche mentre sul palco principale gli Iron Maiden stanno chiudendo il tour nel migliore dei modi, c’è anche qualche pazzo che va a seguire qualche altro concerto. Torniamo quindi sotto il tendone del W.E.T. Stage e dell’Headbanger Stage per seguire tre band molto diverse tra loro ma ugualmente interessanti. I Therapy? portano con sè un pezzo importante degli anni ’90 e realizzano un set tirato, in cui non mancano una cover dei Joy Division e un accenno a “Ace Of Spades” (ve l’avevamo detto che gli omaggi a Lemmy non sarebbero mancati…). La maggior parte dei brani eseguiti sono estratti da “Troublegum“, come  “Unbeliever“, “Knives“, con cui si apre il live”, e “Die Laughing“. Interessante vederli dal vivo, considerando anche che sarà non scommettiamo su un loro ritorno in Italia a breve.

Folle, istrionico, tarantolato. Michael Monroe è tutto questo e molto altro. Impossibile da trattenere, corre, salta, si arrampica sulle transenne e sul traliccio che sostiene il palco, salta a gambe larghe in stile David Lee Roth dei vecchi tempi, suona il sax, agita il ventaglio, fa smorfie da vecchia signora arrapata, e in mezzo a questo riesce a infilare una serie di brani tratti dal suo repertorio senza sbagliare un colpo. Non serve arrivare a “Dead, Jail Or Rock ‘n’ Roll” per lasciarsi coinvolgere dalla frenesia sconvolta dell’ex Hanoi Rocks; Michael Monroe è un leader indiscusso, una pietra miliare del glam rock e un personaggio ancora unico nel suo genere.

Chiudiamo la giornata (anche se la festa continua ancora a lungo) con un’altra band unica nel suo genere. I Blue Öyster Cult sono e rimarranno sempre una band preziosa per le fondamenta dell’hard rock; i membri storici sono rimasti in due, il cantante e chitarrista Eric Bloom e il chitarrista solista Buck Dharma (possessore della chitarra più brutta della storia), ma la formazione ha una magia e una coesione che solo certe band storiche sanno avere. Ottima la setlist, piena di grandi classici come “Dominance And Submission“, “Godzilla” e l’immancabile “Don’t Fear The Reaper“. Peccato che, a causa probabilmente di qualche problema nel soundcheck, il concerto dei Blue Öyster Cult inizi con dieci minuti di ritardo rispetto al previsto, il che li porta a ridurre l’esibizione a 40 minuti invece che i 50 da programma. Ad ogni modo, un momento veramente unico in questa edizione di Wacken, vissuto dai presenti con entusiasmo e partecipazione, a dispetto di un secondo scroscio di pioggia e del freddo notturno.

anna.minguzzi

view all posts

Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Login