Wacken Open Air 2010: Live Report – Day 1

Alla 21esima edizione, WACKEN OPEN AIR non necessita sicuramente di presentazioni. Un festival che ha saputo progredire, evolversi, cogliere i nuovi stimoli provenienti dall’ambiente metal e soprattutto offrire un pacchetto di qualità insuperabile. La scelta nel passato era sempre stata quella di puntare al pacchetto ed all’esperienza complessiva, piuttosto che ai big accompagnati da band di minor rilievo. Ma una piccola rivoluzione quest’anno è avvenuta. Si ripropongono gli IRON MAIDEN come headliner assoluti ma vengono inseriti nel bill altri nomi altisonanti e decisamente più conosciuti anche al di fuori dell’ambiente come SLAYER, MOTLEY CRUE e ALICE COOPER. Scelta azzardata per un festival in cui si sono sempre identificati i true metallers di tutto il mondo? Forse si, ma la scommessa è vinta a nostro parere. Vince la varietà (chi c’era nel 2008 non aveva molte alternative oltre al metal estremo) insieme ad una qualità oggettivamente difficile da replicare.

L’arrivo al mercoledì non è stato dei più agevoli; la pioggia copiosa ha reso la vita difficile a più di qualche campeggiatore wackeniano ma anche a chi come noi si è dovuto sorbire un ora e mezza di camminata per trovare il press check-in (ma ne è valsa la pena!). Nonostante il bill ufficiale cominci il giorno seguente, già si alternano sul palco i gruppi vincitori dei concorsi nazionali della metal battle che purtroppo non riusciamo a goderci causa l’ora tarda.

Un po’ di birre (3,50 per un bicchiere da 0,4 è un prezzo decisamente più equo dei nostri canonici 5 euro) , dell’ottimo cibo vichingo, un rapido tour degli espositori di merchandise ed è ora di rintanarsi in tenda.

Giovedì si aprono ufficialmente le danze. C’è il tempo per spendere un po’ di soldi nel rifornitissimo metal market e salgono sul palco gli Skyline con la bella Doro che intona l’ormai classico inno “We Are the Metalheads” a cui seguono “Breaking the Law” dei Priest e “All We Are” dei suoi Warlock. Doro se ne va e Udo ci delizia con “Balls to the Walls”: per scaldare il pubblico vanno più che bene.

Intermezzo con Schmier presentatore dei Metal Hammer Awards e finalmente il primo big: ALICE COOPER. Il suo Theater of Death arriva a Wacken dopo aver già riscosso numerosi consensi in giro per l’Europa. Quasi un’ ora e mezza di show in cui il buon Vincent riesce a condensare il meglio della storia degli Alice Cooper con un occhio di riguardo, più che generoso, al passato. Tra i brani più recenti spiccano “Vengeance is Mine” e “Dirty Diamonds”, decisamente godibili e tutt’altro che fuori luogo tra le storiche “Poison”, “Be My Lover”, “I’m 18” e la clamorosa “I Love the Dead”. Apertura e chiusura affidate a “School’s Out”: in apertura purtroppo la voce non si sente ma fortunatamente il bis, dopo “Elected”, rimedia al misfatto. Oltre alla musica, lo spettacolo ha avuto la sua parte con continui siparietti che hanno accompagnato praticamente tutti i 24 brani della setlist: dall’impiccagione, alla ghigliottina, al mega punturone di veleno, il tutto accompagnato dall’avvenente “infermiera” che tormentava l’amato singer. Il resto della band fa il suo dovere alla perfezione mettendo in mostra una buona coesione anche nei momenti più prettamente strumentali.

Non passa un quarto d’ora che sul Black Stage ci ritroviamo già di fronte ai 4 MOTLEY CRUE, accolti abbastanza calorosamente dal pubblico del Wacken, oltre le più rosee aspettative. Saranno costruiti, saranno quattro cazzoni, ma comunque il concerto fila via liscio e divertente come pochi. L’interazione col pubblico non è molta ma bastano brani storici come “Shout at the Devil”, “Dr. Feelgood” e via dicendo, a smuovere gli animi. Diciamo che a livello di tempistica la band non si spreca, 13 pezzi e neppure un bis non sono molti, ma, se comunque il meglio è stato suonato, inutile criticare per partito preso. Nella setlist vengono inseriti anche due pezzi da “Saints of Los Angeles”, la titetrack e “Motherfucker of the Year”, che rendono quasi meglio live che in studio. Scelta coraggiosa quella di far partecipare alla “Night to Remember” due gruppi non metal come gli Alice Cooper e i Motley Crue; obiettivo centrato in pieno.

Si torna sul True Metal Stage e siamo pronti per gli headliner IRON MAIDEN. L’area palchi è letteralmente gremita, si fa fatica a trovare un buco libero anche a grande distanza dal palco, purtroppo ci limitiamo a sentirli e non a vederli. La scaletta ormai è nota e arcinota, i pezzi sono per la maggior parte tratti dagli ultimi tre album della band, con il finale dedicato ai grandi classiconi. Le considerazioni ormai sono sempre le stesse, i pezzi possono piacere o meno ma la performance della band sul palco è di altissimo livello. Bruce Dickinson corre su è giù per il palco senza un attimo di sosta. Il vantaggio di ascoltare i pezzi più recenti dei Maiden live è la possibilità di sentire abbastanza adeguatamente le tre chitarre, i volumi sono ancora troppo bassi ma almeno il basso di Steve Harris non sovrasta tutto come in studio. “El Dorado” dal nuovo “The Final Frontier” è il pezzo che convince meno insieme a “These Colours don’t Run” da AMOLAD. Bellissima “Dance of Death”, ottima “Blood Brothers” dedicata a Ronnie James Dio, ma è la cinquina finale che scatena il delirio. Mi aspettavo un concerto noioso ma mi sono dovuto ricredere, gli Iron Maiden restano comunque il top, non se ne esce.

Dopo tre performance di questo calibro è tempo di rifocillarci, spiedini e sbobbe vichinghe ci attendono, innaffiate di litri di birra e domani inizia il vero festival.

tommaso.dainese

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Folgorato in tenera età dall'artwork di "Painkiller", non si è più ripreso. Un caso irrecuperabile. Indeciso se voler rivivere i leopardi anni '80 sul Sunset o se tornare indietro nel tempo ai primi anni '90 norvegesi e andare a bere un Amaro Lucano con Dead e Euronymous. Quali siano i suoi gusti musicali non è ben chiaro a nessuno, neppure a lui. Dirige la truppa di Metallus.it verso l'inevitabile gloria.

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