Uli Jon Roth + Graham Oliver: live report della data di Papozze

Due modi diversi di intendere la chitarra, sia come tecnica che come atteggiamento esteriore, e che tuttavia si ritrovano sullo stesso palco a rendere omaggio a uno dei più grandi rivoluzionari di questo strumento. È questa la possibile sintesi della situazione venutasi a creare in una delle date italiane dell’ultimo tour di Uli Jon Roth che, pur essendo passato da pochi mesi nel nostro Paese, ha pensato bene di ritornarci, e di farsi accompagnare per l’occasione dall’ex Saxon Graham Oliver. Fatalità vuole che la serata di Papozze cada esattamente in occasione di quello che sarebbe stato il settantunesimo compleanno di Jimi Hendrix, un chitarrista a cui entrambi, ma soprattutto Roth, per evidenti motivi, devono moltissimo. Chi quindi sperava che il più fricchettone fra i fricchettoni nostalgici facesse sentire anche qualcosa del suo repertorio solista, o magari, perché no, qualcosa del periodo Scorpions, dovrà presto ricredersi.

La serata, accompagnata da una buona affluenza di pubblico, è comunque aperta da un gradito ritorno, quello dei Markonee, che per vari motivi non hanno potuto presentare nel modo migliore il loro ultimo lavoro, “Club Of Broken Hearts”. Sfoderando un repertorio misto, con estratti da tutti e tre gli album finora pubblicati, ed esplodendo in uno show adrenalinico ed emozionante, i cinque musicisti si comportano come leoni in gabbia che assaporano finalmente la tanto cercata libertà. Tra “Burning”, tratta dal primo album, “See The Thunder”, che dà il titolo al secondo full length, ed estratti dall’ultima uscita come “Native European” ed “I Say No”, i Markonee sanno di avere ancora molto da dire, e lo dicono al meglio.

Dicevamo dei due diversi atteggiamenti esteriori. Da una parte abbiamo Graham Oliver, sessant’anni portati magnificamente, scatenato ed evidentemente ben disposto nei confronti di tutti. Lo vediamo infatti salire sul palco durante l’esibizione dei Markonee, per concluderla suonando insieme a loro “Rock And Roll” dei Led Zepppelin, e lo vediamo successivamente mostrarsi amichevole e paziente nei confronti della band scelta per accompagnare sia lui che Roth nelle loro rispettive esibizioni. Negli intervalli, Oliver si comporta da perfetta anti rockstar, ha una parola per tutti, non si risparmia nei racconti della sua carriera con i Saxon, compresa quella volta in cui fecero da special guest al Festival di Sanremo, e sembra lui per primo stupito della calorosa accoglienza che il pubblico gli riserva. Uli Jon Roth invece, che è sempre stato uno che vive un po’ nel suo mondo, quasi avvolto da un alone mistico che ne rendeva ancora più affascinante il personaggio e la musica, si comporta da professionista venuto a presenziare per svolgere il suo compito e nulla più. Forse più concentrato, sicuramente impeccabile nell’esecuzione, più freddo e distaccato, in certi momenti sembra quasi infastidito dalle evidenti difficoltà che ha la band di supporto a tenergli il passo (cosa tutt’altro che facile, intendiamoci). Comunque, sia che suoni da solo, sia che duetti con Graham Oliver, Uli Jon Roth lascia fluire con grande precisione tutta una serie di capisaldi della carriera di Jimi Hendrix nella serata a lui dedicata, da “Foxy Lady” a “Red House”, da “Spanish Castle Magic” a “Purple Haze” per arrivare al medley fra “If 6 Was 9” e “Little Wing” e finire con un intenso duetto Roth / Oliver su “Hey Joe”. Non si può quindi dire assolutamente niente di negativo per quanto riguarda lo stile di entrambi i chitarristi, due musicisti che, in modi molto diversi, hanno comunque dato un contributo importante all’evoluzione recente di questo strumento. Per quanto riguarda l’aspetto umano, che in un contesto come questo, dove l’artista suona tanto vicino a te da poterlo toccare, ha ovviamente il suo peso, i due comportamenti sono molto diversi. Ad ogni modo, una serata da ricordare, organizzata con grande professionalità sotto tutti i punti di vista.

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