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UFO: Live Report della data di Milano

Sapevamo già da tempo che il mese di novembre sarebbe stato molto intenso sul fronte dei concerti metal in Italia; un ottimo modo per iniziare questo mese è stato partecipare all’unica data italiana per il 2015 degli UFO. Diciamoci la verità, questo live non è stato pubblicizzato molto in giro, e la scelta del Legend, locale piuttosto piccolo di Milano, che aveva già subito un vero assalto di pubblico in occasione del passaggio di Glenn Hughes, poteva sembrare rischiosa. Contrariamente alle aspettative, l’affluenza è buona fin da subito e la regolazione dei volumi è ben equilibrata, in modo da non far perdere nulla di quella che succederà nel corso della serata.

Si comincia presto, come da tradizione, con i Red’s Cool, quintetto proveniente, abbastanza strano a dirsi, dalla Russia (San Pietroburgo nello specifico), che propongono un hard rock che non ha la pretesa di innovare ma solo di intrattenere nel modo giusto. La band se la cava molto bene sul palco, alternando simpatia e professionalità e attirando da subito l’attenzione con un repertorio costituito solo da brani inediti tratti in modo equilibrato dai due full length da loro pubblicati e intitolati “Press Hard” e “Bad Story”. Un buon inizio di serata, insomma.

La setlist degli UFO segue un programma abbastanza standard, con la maggior parte dei brani eseguiti che fanno parte del periodo, ed è logico immaginarlo, con Vinnie Moore alla chitarra. Non mancano naturalmente i classici come la romantica “Love To Love” o “Cherry”, ma di fronte a queste vecchie glorie, i brani nuovi, come quelli tratti dal recente “A Consòiracy Of Stars”, non sfigurano affatto. La seconda parte del concerto è più incentrata sui brani storici della band e mette più in risalto lo stile e la classe di questa grande hard rock band, tutti aspetti che con il passare degli anni si sono consolidati e rendono il live di Milano uno spettacolo solido e impeccabile. Phil Mogg, in abito scuro con bretelle a vista, è un professionista del microfono, anche se non perde mai l’occhio lucido da vecchio ubriacone consumato e nei suoi discorsi fra un brano e l’altro non c’è la minima traccia di senso logico. Vinnie Moore è il solito mattatore della sei corde, usa al meglio tutti gli spazi che gli sono concessi e ha l’aria di chi si sta divertendo un mondo dalla prima all’ultima nota, dividendosi con grande abilità e come sempre fra chitarra acustica ed elettrica. Alternandosi come sempre fra la sua chitarra mancina e le tastiere, Paul Raymond è uno di quei musicisti per cui il tempo sembra non essere passato, così come Andy Parker, che nonostante sia un po’ nascosto a causa delle dimensioni ridotte del palco, martella incessantemente piatti e pelli con entusiasmo e precisione. Con una buona scelta dei brani eseguiti dal vivo e una tale precisione tra voce e strumenti, il tutto arricchito da una ricca interazione con le prime file, l’arrivo della conclusione, affidato ovviamente alla famosissima “Doctor Doctor” e a “Shoot Shoot”, arriva troppo presto.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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