Tradate Iron Fest: Live Report (4 Giugno)

BATTLE RAM

La giornata del TIF dedicata al classic metal inizia con l’unica band italiana prevista, I Battle Ram, che hanno fatto della proposta “classica” una ragione di vita.

Il concerto inizia con ‘The Burning’ pezzo tratto dal loro primo MCD autoprodotto e continua con ‘Behind The Mask’. Come sempre i Battle Ram deliziano poi il loro pubblico con un vecchio classico degli anni ’80. In questo caso viene eseguita ‘In The Fallout’ dei Fifth Angel, che suscita la gioia degli intenditori presenti sotto il palco (per il momento ancora poco numerosi).

Il concerto continua con la proposizione di un pezzo abbastanza cadenzato che finirà nel debut album del gruppo e si conclude con ‘Battering Ram’, song manifesto del combo guidato dal chitarrista Gianluca Silvi.

Un buon inizio per questa giornata di pura fede metal.

VICIOUS RUMORS

La band di Geoff Thorpe (chitarrista storico) arriva sul palco con una buona carica, ma il pubblico è veramente poco numeroso e ben presto i nostri perdono la verve dimostrata nel pezzo d’apertura.

Ma il calore dei fan italiani è tale da riuscire a rincuorare i nostri che si lanciano in una furia disumana nell’esecuzione di un pugno di song dal furente sapore del power metal americano.

Colpisce il pubblico in particolare l’ultima trance del concerto, costituita dalla versione velocizzata di ‘Down To The Temple’ e ‘On The Edge’.

I migliori del combo americano sono stati senz’altro il singer, vera furia umana, e il batterista, Larry Howe, che a danze concluse fa foto ricordo al pubblico da riportare in America.

Unico neo dello show la durata veramente risicata (appena cinque brani).

BRAINSTORM

Si prosegue all’insegna del metal classico insieme ai Brainstom, roccioso power metal act forte della nuova release ‘Liquid Monster’.

La band sembra infatti dare lustro alla sua ultima fatica, estraendone oggi la maggior parte dei brani, tra i quali citiamo ‘Inside The Monster’, (pezzo compatto e molto gradito dai fan presenti), la più melodica ‘All Those Words’ e il mid tempo ‘Burns My Soul’, brano ricco di groove che i nostri usano per salutare il pubblico di Tradate.

La band appare affiatata sul palco e propensa a interagire con l’audience, con i due chitarristi Todde e Milan che oltre a “stordire” con cascate di riff, si ritagliano cammei alle backing vocals. Notiamo inoltre come Andy B.Franck, nonostante la grande versatilità delle sue vocals, dal vivo prediliga un’impostazione più diretta e ricca di energia.

Una buona prova.

RIOT

A lunga attesi dagli amanti del vecchio hard’n’heavy anni ’80 i Riot non deludono le aspettative con un show sfavillante che copre gran parte della propria enorme discografia.

Prima annotazione per Mike Tirelli, il nuovo singer (già negli Holy Mother e nei Messiah’s Kiss), che dimostra di poter affrontare con la giusta potenza e stile tutti i momenti della carriera della band newyorchese, destreggiandosi senza problemi fra la fase hard blues, il metallone e lo speed. La sua voce possente ma tradizionale non teme di confrontarsi con gli acuti di Moore; di conseguenza ‘Thundersteel’ e ‘Flight Of The Warrior’ (due mitiche song di ‘Thundersteel’) vengono eseguite finalmente con la giusta attitudine (mentre purtroppo DiMeo, più hard rock oriented, non era in grado di cantare decentemente i pezzi del periodo speed), ossia con acuti al cardiopalma e tanta potenza. Allo stesso modo Mike canta benissimo i pezzi del periodo di Guy Speranza dimostrando una vena blues di tutto rispetto e quindi le feroci ‘Sword And Tequila’ e ‘Warrior’ sono semplicemente fantastiche e scatenano giustamente il pubblico. Anche la produzione più recente, con ad esempio ‘Angel Eyes’, viene eseguita magistralmente. Unico appunto negativo è la scelta discutibile di eseguire la cover dei Deep Purple di ‘Burn’… con tutto il ben di Dio composto dai Riot non ha molto senso sprecare del tempo della set list non lunghissima per una cover!!

Comunque ai Riot si risparmia tutto ed è un piacere vedere sul palco l’inossidabile Mark Reale, sempre pieno di gusto con la sua chitarra, ma con i segni evidenti degli eccessi stampati sul viso e sulla pelle.

Un appunto infine per la prestazione di Gilchriest alla batteria, drummer dei Virgin Steele. Il suo stile, potente e preciso, dona una marcia in più ai vecchi leoni newyorchesi. Grande concerto per una band che con la formazione attuale può affrontare tranquillamente ogni sfida del futuro.

SENTENCED

Nonostante siano un po’ fuori contesto in una bill esclusivamente classic metal e nonostante faccia un certo effetto vedere una band così notturna e scenografica esibirsi sotto al sole di Tradate, i finlandesi Sentenced fanno del loro meglio per coinvolgere l’audience durante la loro performance, una delle ultime purtroppo, in previsione dell’imminente scioglimento.

Va detto però che una gran parte del pubblico dell’Iron Fest, qui presente per le sonorità più heavy non presta loro molta attenzione, a parte (ovviamente!) l’affezionato manipolo di sensuali dark ladies.

I finlandesi offrono uno show certamente professionale, ma che ci sembra poco sentito. I brani sono estratti in buona parte dalla carriera più recente dei nostri, e dunque orientati verso un maggiore utilizzo delle componenti melodiche e più squisitamente “dark”. Non mancano alcuni richiami al passato (citiamo la bellissima ‘Neptune’) ma anche in questo caso le song vengono ammorbidite e riproposte con il sound del corso odierno.

Un corso che sarà presto interrotto, secondo le parole degli stessi finlandesi. E noi vogliamo ricordarceli massicci e incazzati come un tempo. Un obiettivo che oggi, ahinoi, non è stato raggiunto.

RAGE

Ormai i Rage sono avvezzi alle calate in Italia e ancora una volta dimostrano di essere un’ottima band in un contesto festivaliero. I tedeschi, trascinati da un Peavy Wagner in forma smagliante, scalderanno l’audience di Tradate a suon di metallo teutonico, proposto con la consueta intensità di cui la band è capace.

Ben presto i convenuti all’Iron Fest saranno costretti ad un headbanging frenetico, lungo le note di ‘I’m Going Down’, ‘Insanity’, ‘Higher Than The Sky’ e gli altri successi. Peavy è sempre più intrattenitore, Mike Terrana (le cui doti sovraumane abbiamo già avuto modo di apprezzare ieri durante l’esibizione dei Pell) è un esecutore indiavolato e dalla precisione millimetrica, Victor Smolski un vero cecchino delle sei corde che per una volta ritaglia parentesi più ampie per dimostrare la sua tecnica.

Un altro spettacolo di qualità.

JON OLIVA’S PAIN

Ha un senso chiedersi il motivo dell’esistenza dei Pain? Sì, se la band in questione altro non è che una sorta di “tributo” ai Savatage, viste le similitudini presenti tra ”Tage Mahal’ e quanto prodotto dalla band madre. Ma i Pain sono forse più un omaggio alle composizioni del mai troppo compianto Chris Oliva (ricordato questa sera più volte dalle parole del fratello) che pare, sempre secondo le parole di Jon, avesse in mente un progetto di questo tipo che non vide mai la luce a causa della sua prematura scomparsa.

Ma diciamoci la verità, il pubblico di Tradate è qui per ascoltare soprattutto brani dei Savatage, e il mastodontico Jon non si farà pregare. La band snocciola una dopo l’altra tracks quali ‘Jesus Saves’, ‘Gutter Ballet’, ‘Ghost In The Ruins’, l’immancabile e dolcissima ‘Believe’, per poi stordire l’audience con un colpo di coda al fulmicotone composto dai brani più “tirati” dei ‘tage: ‘City Beneath The Surface’, ‘Power Of The Night’ e ‘Hall Of The Mountain King’.

Ma allora, stiamo assistendo a un concerto dei Pain o dei Savatage? Verrebbe da pensare ai secondi, visto che i brani di ”Tage Mahal’ sono rari e fungono solo da riempitivo alla scaletta. Ma poco importa, di fronte all’impatto emozionale che il pacioso Jon crea con gli astanti.

Massiccio e accattivante, ricorda più volte ai presenti le sue radici italiane e pur non essendo un vocalist di prima categoria (la sua ugola è sempre più “al vetriolo”!), oggi gli si può perdonare veramente tutto, tanto è il cuore che il nostro ci mette.

Un grande show. Ottimi Savatage, pardon, Pain.

SAXON

Quale band storica poteva concludere la giornata più classica del TIF?

Ovviamente i Saxon, alfieri dell’hard’n’heavy britannico, sopravvissuti ai tempi di magra e tornati in auge (tranne nel proprio paese) grazie all’enorme affetto del pubblico tedesco.

Dopo aver ottenuto la posizione di headliner al Wacken nel 2004 i nostri meritano i riflettori più importante anche in questo meraviglioso festival.

Come sempre il gruppo miscela sapientemente una set list che zompa impazzita fra ben tre decenni.

Se Biff inizia intonando la recentissima ed epica ‘Lionheart’, subito dopo arriva il primo classico, ossia ‘Heavy Metal Thunder’… e la magia del sound Saxon fa il resto.

Come sempre Biff ripete la solita trita manfrina chiedendo al pubblico se questo preferisce che venga eseguita una vecchia canzone o una nuova.

La risposta è quanto mai scontata e purtroppo viene scelta una delle song più noiose prodotta dai nostri, ossia ‘The Eagle Has Landed’.

Per la produzione più recente i Saxon eseguono brani come ‘Solid Ball Of Rock’, ‘Witchfinder General’, ‘Dogs Of War’ e l’ottima ‘Dragon’s Lair’, velocissima e power fino al midollo.

Però il pubblico si scalda soprattutto quando Scarratt e Quinn (i due chitarristi) sparano a mille pezzi come ‘Strong Arm Of The Law’, l’immortale ‘Princess Of The Night’, ‘Strangers In The Night’ ed anche ‘Dallas 1 PM’, che viene eseguita, almeno a credere alle parole di Biff, per accontentare Jorg Michael (drummer), fanatico del pezzo in questione.

A proposito della batteria non si può non sottolineare ancora quanto sia stata azzeccata la scelta dello “spaccapelli” tedesco, che infonde potenza a passione in ogni singolo brano della band albionica.

Uno dei momenti più intensi dello show è poi l’esecuzione di ‘Crusaders’, che coinvolge a dismisura tutti i fan… ma anche questa stupenda serata deve piano piano volgere al termine. Il sigillo conclusivo viene posto con un altro pezzo epocale, quella ‘Denim And Leather’ che è diventata il manifesto di un’epoca e di uno stile di vita.

Saxon immortali.

Photo by Federica Lunghi

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