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The Pretty Reckless: Live Report della data di Milano

Una bella serata. Un locale con un impianto davvero ottimo come il Fabrique ospita una delle band rock più valide degli ultimi anni, i The Pretty Reckless della esplosiva Taylor Momsen. Se infatti alcuni si fossero fatti l’idea della band come del classico prodotto a tavolino, assunto agli onori della cronaca esclusivamente per la presenza della bella Taylor (nota per il suo passato di attrice)… sarebbe davvero il caso di rivalutare completamente la propria opinione.

Ma andiamo per ordine. Ad aprire la serate ci sono i davvero interessanti The Cruel Knives, una giovane band di cui non credo molti avessero mai sentito parlare prima, che invece si dimostra convincente in tutto e per tutto. Belle canzoni, animate da una vibrante anima rock e ben gestite con ritornelli dal gusto molto pop (comunque ricchi di energia). Buonissima anche la presenza scenica del gruppo, che senza troppi fronzoli occupa il palco con grande spontaneità. Non a caso il numeroso pubblico, nelle prime file composta in gran percentuale da giovani ragazze che hanno riversato il loro entusiasmo sulle band per tutta la serata, li acclama e li incita quasi con la stessa intensità degli headliner. Ne scaturisce uno show dall’atmosfera elettrizzante che raramente si è potuta osservare per una band di supporto.

Con queste premesse il concerto degli attesi The Pretty Reckless non poteva che essere una bomba. Ed in effetti fin dall’iniziale “Follow Me Down” appare chiarissimo che tutto sia perfetto. Ottimo, come detto, il suono che esce dall’impianto, così come al prestazione di un gruppo che si capisce essere perfettamente rodato e capitanato da una frontwoman che mostra tutta la classe di un’artista dotata e la malizia di un’attrice navigata. Ovvio che tutta l’attenzione sia su di lei e che gli altri si limitino di fatto a fare il loro, importantissimo, dovere senza mai distogliere la luce della ribalta dalla carismatica Taylor.

Con già tre dischi alle spalle la band non ha sicuramente problemi ad infilare in scaletta una canzone valida dietro l’altra, con una varietà stilistica che fa ben capire quanto i nostri sappiano muoversi con agilità tra le varie sfaccettature del rock. Il nuovo singolo “Oh My God” è ad esempio robusta e aggressiva, incattivita ulteriormente da una prestazione vocale di Taylor Momsen che fa impallidire molti maschietti per grinta e ferocia.

All’opposto si possono invece ascoltare canzoni più melodiche che il pubblico canta all’unisono con la propria beniamina, come ad esempio la nota “Make Me Wanna Die” o “Just Tonight”. In entrambi i casi i The Pretty Reckless sono perfettamente a proprio agio, sia strumentalmente che nella corposa e adattabile voce della stessa Taylor.

A riprova della qualità media molto alta della produzione del gruppo il finale del concerto ci propone una hit dopo l’altra, con un singolo di successo come “Heaven Knows” seguito da altre due canzoni top come “Going To Hell” e il primo singolo del nuovo album “Take Me Down”. Ancora una volta tre canzoni molto diverse e ancora una volta tre canzoni eccellenti, proposte in modo impeccabile dal vivo, che scatenano un entusiasmo palpabile e totalmente giustificato.

Dopo la prima uscita di rito, la band torna sul palco per chiudere il concerto con un’altra canzone di successo come “Fucked Up World”, stranamente interrotta da un lunghissimo assolo di batteria di Jamie Perkins, tra l’altro completamente avulso dal contesto musicale generato dalla canzone stessa. Nonostante questa oggettiva bizzarria finale il concerto è stato coinvolgente come più non si può e i volti felici che si possono vedere appena le luci si accendono sono la testimonianza migliore di quanto anche stasera il Dio del Rock sia stato onorato come si deve. Un’ultima citazione per l’omaggio fatto dalla band a David Bowie, che ben sappiamo essere un punto di riferimento dichiarato per Taylor e Ben Phillips, la cui voce fa la comparsa nel sampler di introduzione di “Sweet Things”, tratto dalla sua narrazione di “Peter And Wolf”.

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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