The Offspring + Pennywise: Live Report del concerto di Rimini

Non ho più l’età per i festival. Non ho più l’età, la voglia e la pazienza di rischiare il diluvio universale previsto per ogni-maledetta-estate-mandata-in-terra ed andare ad ascoltare una delle mille band che solcano lo stivale. Succede che poi non mantieni questa sacra dichiarazione d’intenti per uscire di casa (praticamente 2 metri, casello più casello meno), ed andare in pellegrinaggio a “casa” Offspring. Quale occasione migliore se non il Rimini Park Rock per andare a vedere un pezzo della tua adolescenza accompagnato da valorosissimi scudieri chiamati Good Riddance e Pennywise?

Good Riddance

I Good Riddance sono una di quelle piccole leggende punk che vengono tramandate di generazione in generazione, che raggiungono lo status di “band di culto” ma che non riusciranno mai a sfondare la barriera della celebrità planetaria. Gregari? Forse, ma 30 anni (con pausa) di carriera non si regalano a nessuno e allora quando senti Russ Rankin ringhiare i primi anthem della band di Santa Cruz capisci cosa intende dire “fare il mestiere del musicista”. E allora via con “Letters Home”, “Disputatio”, “Last Beliver” in un turbine di passione che sin dai primi minuti pubblico e band riescono a scambiare con efficacia. Ed allora la prendi a ridere quando vedi una barchetta di gomma solcare il mare di persone accalcate sotto il palco, e non puoi che applaudire Chuck Platt (bassista della band) che si spancia dal ridere esclamando: “Ehi! Una piccola nave per i piccoli crowdsurfer!”. Anche questo è punk rock.


Pennywise

Anche i Penniwise non scherzano, e raccontano la loro storia punk con passione ed energia, accompagnati da un pubblico sempre più presente e sempre più “vicino” ai propri idoli. Nel giro di un amen la band di Jim Lindberg snocciola “Peaceful Day”, “Rules”, “Something To Change” ed una “My Own Country”  accolta da urla ed applausi convinti. Stupisce (ma non troppo) il giochino messo in scena dalla band: urlare per conoscere la band preferita (o qualcosa di simile, non ho ben capito lo slang californiano…invoco la vostra comprensione). Urla per Bad Religion, Ramones, poche per i Minor Threat (io ho urlato…sono per caso così vecchio da conoscerli solo io? ) ed un boato per i Nirvana. Con il consenso dell’”applausometro” i nostri si lanciano una brutale “Territorial Pissings”, ancora più disperata dell’originale. Non sono mancate all’appello l’obbligatoria “Pennywise”, la cruda “Fuck Authority” e la doppietta finale “Alien” e “Bro Hymn” .  Un pokerissimo che ha sancito la fine delle “ostilità” e che ha preparato il pubblico al “piatto forte” della serata…..

The Offspring

“Ciao Rimini! Vogliamo tornare qui ogni estate!”: Ci sanno fare gli Offspring, è innegabile. Non possiamo che celebrare la bravura di questi “ragazzi” californiani che sfondati da qualche anno i 50 si dimostrano ancora vispi come un ventennio fa, quando ancora c’era Mtv ed i video punk/metal in televisione erano una pia e gloriosa illusione. Ora è tutto internet, spotify, youtube dove anche la band sfigata del vicino di casa può avere i suoi 10 minuti di gloria come il buon TruceBaldazzi. Ma qua lo spessore è diverso – e per fortuna – e allora già dai primi accordi di “You’re Gonna Go Far Kid” ti scende una lacrimuccia perché ti rendi conto che band di questo tipo non ne fanno più, perché nonostante tutto queste canzoni ti hanno dato una mano durante lo “sviluppo musicale” e magari accompagnato durante qualche scorribanda (soprattutto estiva) tra amici. E poi tutte d’un fiato “Want You Bad”, “Come Out And Play”, “Coming For You” ed “Original Prankster”  regalate ad  un pubblico sempre più rapido dalla band californiana. Spezzano la tensione “Kristy, Are You Doing Okay” e “Why Don’t You Get A Job” che permettono al buon Dexter (convincente la sua prova) di rifiatare e di cimentarsi con la chitarra acustica. Tour de force finale per i ragazzi di Garden Grove che tirano la volata al pubblico piazzando in coda “All I Want”, “(Can’t Get My) Head Around You”, “Pretty Fly (For A White Guy) e The Kids Aren’t Alright”. Piccola pausa per far ricaricare le pile al pubblico (e alla band dai…vista l’intensità della prestazione) e poi le obbligatorie “Americana” e “Self Esteem” che prosciugano le forze di un pubblico che non ha smesso un secondo di urlare insieme a Dexter, Noodles e Greg K. Sarò anche un “vecchio”, pigro e lamentoso rockettaro, ma alla fine di tutto ai concerti ci andrò sempre. Festival (o qualcosa di simile) compresi. Ne vale e ne varrà sempre la pena.

P.S.

Bisogna anche parlare con onestà e raccontare di qualche ingranaggio un po’ macchinoso nella macchina messa in piedi per ospitare gli Offspring. Partiamo dalla location: graziosa ma probabilmente non del tutto adatta per un evento del genere vista anche la poca “larghezza” dello spazio scelto. I bagni: pochi decisamente pochi per un’orda di punkettoni e punkine (erano anni che non utilizzavo questo termine….sto invecchiando) ma soprattutto volumi troppo bassi. Passi (ma non troppo) per i Good Riddance e Pennywise, ma cercare di ascoltare la voce di Dexter con il cornetto acustico (sì, ve l’ho detto che sono vecchio) mentre ti stai massacrando tra body surfing e pogo non è certamente il massimo.

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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