Tesla + Wayward Sons: Live Report della data di Londra

Poche ore di trasferta per assistere al ritorno in Europa dei Tesla, band hard rock che manca dall’Italia ormai da un po’ di anni (il loro ultimo passaggio risale alle prima edizione del Frontiers Rock Festival, nel 2014) e che torna nel vecchio continente in occasione dell’uscita dell’album “Shock“. Un lavoro, diciamo la verità, che ha lasciato un po’ di amaro in bocca, non perchè sia suonato male ma perchè un po’ privo di idee; data comunque la caratura della band, nonchè dei due opener, è valsa davvero la pena di fare questo piccolo viaggio. Anche la sede scelta per il concerto è di quelle degne di attenzione; lo Shepherd Bush Empire si trova nella zona ovest di Londra ed è un vecchio teatro riadattato, con un palco basso e tre ordini di gradinate che si sviluppano in altezza e garantiscono una buona capienza. Non staremo qui a intavolare l’ennesima discussione sugli aspetti positivi dei concerti all’estero, e segnaliamo solo che, fra un gruppo e l’altro, gli addetti alla sicurezza passavano tra le prime file armati di una buona scorta di bicchieri di plastica (riciclabile, è ovvio) per regalare acqua a chi ha preferito restare incollato alla transenna piuttosto che dissetarsi al bar.

Detto questo, veniamo al concerto vero e proprio. I primi ad esibirsi sono i Flashfires, una formazione londinese appartenente alla fascia di età della “generazione risvoltino”, ma dotati di una grinta degna di molte altre band più esperte e mature. Il quintetto ha saputo scaldare a dovere l’atmosfera, proponendo una manciata di brani inediti alternati fra ballad acustiche e pezzi più spinti; la formazione appare solida e ben strutturata, con il cantante e chitarrista Alex Gonzato che ricopre la parte principale, ottimamente coadiuvato dal resto della formazione. Se amate la scoperta di band giovani e apprezzate l’hard rock vecchio stile, i Flashfires fanno al caso vostro.

Nel nostro Paese i Wayward Sons, che hanno debuttato due anni fa per Frontiers, non sono molto noti, ma a Londra godono già di una notevole fama. Nella formaziome c’è infatti Toby Jepson, che negli anni ’80 e ’90 riscosse un notevole successo cantando nei Little Angels. Jepson è tornato in scena con questa formazione, e fin dalle prime note ci si rende conto che la qualità dei pezzi e la capacità di tenere il palco sono aumentate esponenzialmente. i Wayward Sons sono letteralmente esplosivi, anche perchè il live di Londra è una delle primissime occasioni per qualche anticipazione dal loro secondo album, che sarà pubblicato in ottobre e si intitolerà “The Truth Ain’t What It Used To Be“. Quarantacinque minuti circa per loro, sfruttati fino all’ultimo secondo e riempiti da brani che scorrono senza problemi, eseguiti da una band che spazza via ogni compromesso e fa tremare le assi del palco con una serie di riff rabbiosi e la voce di Toby Jepson che non ha risentito per niente del passare degli anni. Un’ottima band che può e deve avere attenzione da parte del pubblico internazionale.

Chi ha avuto modo in passato di vedere i Tesla dal vivo sa già che i loro live sono un giusto mix di qualità, tecnica sopraffina e brani in equilibrio fra dolcezza e potenza. Il concerto di Londra mostra ancora una volta, e per fortuna, una band in ottima forma, con un’esibizione ben ancorata al passato e agli immancabili classici della band, a cui comunque si accostano una serie di brani recenti che non sfigurano di fianco a capisaldi come “Little Suzi“, “Heaven’s Trail” o “Modern Day Cowboy“. Anche Jeff Keith ha conservato bene la propria voce, e a parte qualche brano con tonalità abbassata, come la ballad “What You Give“, non si segnalano problematiche di alcun tipo. Si inizia subito con un brano nuovo, “Tied To The Tracks“, per continuare con la già citata “Modern Day Cowboy” e un altro estratto da “The Great Radio Controversy“, ripescato per l’occasione di questo tour, che risponde al nome di “Be A Man“. I Tesla parlano pochissimo durante i loro concerti, preferendo concentrarsi su una raffica di pezzi che si susseguiono uno dopo l’altro, a volte anche senza interruzioni, impedendo così che l’adrenalina scenda. I due chitarristi, Frank Hannon e Dave Rude, si dividopo gli assoli e le ritmiche con la solita perfezione, con Hannon che ha anche modo di giocare con il theremin in occasione di “Edison’s Medicine“. Ottimo anche il ruolo svolto dalla sezione ritmica, composta dall’inossidabile Troy Luccketta e dal silenzioso ma perfetto Brian Wheat al basso. Innsomma, anche in questa occaasione i Tesla hanno dimostrato il loro grande valore e l’alto livello delle loro composizioni; viene lasciato spazio anche alla cover di “Blackbird“, in onore del compleanno di Paul McCartney, prima del gran finale riservato a “Love Song“, perfetta nella sua semplicità, a “Little Suzi” e a “Signs“. Di fronte a un pubblico attento e partecipe, scatenato nonostante l’età media non sia proprio fra le più basse (tra l’altro scopriamo dal web che fra il pubblico in balconata c’era nientemeno che l’ex Sex Pistols Paul Cook), i Tesla hanno dimostrato ancora una volta il loro grande valore. Li aspettiamo di nuovo in Italia, con le certezza che in ogni occasione sapranno dare il meglio.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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