Summer Day In Hell 2005: Live Report

E’ triste nonché antipatico iniziare il report di un concerto parlando dell’organizzazione ma troppo macroscopici sono gli accadimenti per cui verrà ricordato questo “Summer Day in Hell”, alla terza edizione romana.

“Apertura cancelli ore 14.30, primo gruppo ore 15.30” dicevano…Invece un cartello che appare alla biglietteria verso le 15.45, ora in cui arriviamo al Centralino del Foro Italico, dice “Apertura cancelli ore 18”, ci insospettiamo e scopriamo che i Grave Digger sono saltati. Storia vecchia, purtroppo, e ci si passa sopra, ma la domanda rimane: perché se è saltato un gruppo con un set di 45 minuti si posticipa tutto di tre (!!!) ore?

Andiamo avanti come se nulla fosse e parliamo di musica, perché i concerti sono stati ottimi.

Sorprendenti gli EXilia, gruppo crossover milanese che apre la manifestazione. Ci sanno fare, in Europa hanno già ottenuto buoni responsi soprattutto con l’apertura di alcuni concerti dei Rammstein, e dopo le esibizioni del Gods of Metal e quella di oggi anche in Italia sicuramente ci si è accorti di loro. Una sorta di Guano Apes un po’ più “Korneggianti”, che sfornano canzoni non certo impegnatissime ma di grande presa e dai toni decisamente catchy. Da segnalare una divertente piccola gaffe della cantante che, disquisendo tra un pezzo e l’altro con discorsi sull’underground poco supportato in Italia, dice :”E per Italia intendo Roma, Milano, Firenze, Bologna…”, evidentemente al di sotto è Regno dei Borboni.

Seguono gli Extrema che, come e più del cane, non ti tradiscono mai: come presenza e come esecuzione ne ho visti pochi di gruppi così, anche tra gente molto più blasonata. A parte qualche problema iniziale di volumi, il set scorre con alternanza tra pezzi vecchi, vecchissimi e più nuovi: ‘All around’, il cui ritornello è cantato da centinaia di persone che già si assiepano sotto le transenne, ‘Wanna Be’, l’immancabile e ormai celeberrima ‘Money Talks’, fino ad arrivare alla presentazione di un brano tratto dall’album in uscita e se queste sono le premesse ci troveremo di fronte al disco dell’anno: riff violentissimi e veloci, doppia cassa, stop ‘n go, insomma un pezzo eccezionale. Chiusura dedicata al malato Lemmy, con la cover scatena-pandemonio di Aces of Spades.

Saltati dunque i Grave Digger, tocca ai Sodom iniziare la tripletta thrash che chiuderà la serata. Non c’è che dire: il thrash tedesco può piacere o meno, ma la precisione e il carisma messi in scena dal trio teutonico sono grandi, anzi enormi. Si tocca gran parte della discografia della band, ‘I Am The War’, ‘Outbreak Of Evil’, ‘Napalm In The Morning’ E ‘Masquerade In Blood’ sono solo alcuni dei momenti di violenta energia che Angelripper e soci hanno regalato al fedelissimo pubblico italiano. Il pubblico appare in completa estasi e la band in grandissima forma: Bernemann corre da un lato all’altro del palco sempre con suoni decisamente buoni e potenti, e Angelripper dimostra un carisma tale da riuscire a rapire qualunque attenzione. Il coinvolgimento del pubblico fa il resto.

E’ quindi il turno dei fratelli Kreator: la proposta è sicuramente un po’ più varia, grazie soprattutto ai pezzi tratti dagli ultimi lavori, tra cui la bellissima ‘Violent Revolution’ e le nuovissime ‘Enemy of God’ a cui è affidata l’apertura, e ‘Suicide Terrorist’. Forse è proprio questa maggiore varietà che spinge l’intransigente e nostalgico pubblico thrash ad essere, almeno da quello che si è visto, più affezionato ai Sodom. Ma l’impatto è ottimo e la partecipazione è comunque buona, e diventa eccellente durante l’esecuzione di pezzi storici della band di Petrozza, in modo speciale all’annuncio di ‘Pleasure to kill’ su cui si scatena un pogo che fa star male solo a vederlo da lontano. Da segnalare la prestazione di Jürgen Reil dietro alle pelli, di una precisione e di una violenza spaventosi.

Finalmente i Testament stanno per salire sul palco, ovviamente in ritardo sulla tabella di marcia di buoni cinquanta minuti. Ecco, l’impatto iniziale spesso in un concerto metal pesa molto, e quello del gruppo di Chuck Billy non è dei migliori: i suoni inizialmente bassi e sbilanciati e la poca sintonia tra i membri del gruppo di questa nostalgica reunion sono tra le cause. Pezzi dai primi quattro album: apertura affidata a ‘The preacher’, tra le altre le classicissime ‘Into The Pit’, ‘Practice What You Preach’, ‘The New Order’. Anche se Peterson continua a litigare con i volumi e Skolnick praticamente suona da solo, approfittando anche del fatto che è lui una delle maggiori attrazioni della serata, il concerto si riprende bene dall'”imbarazzo” iniziale e mostra un Chuck ormai tornato ai vecchi fasti e un tiro generale eccellente.

Sembrava quindi solo un divertente siparietto quello messo in scena dal gruppo che a mezzanotte meno dieci (circa a tre quarti del set previsto) vedeva Billy e soci radunarsi di fonte a un foglio con la setlist e il capo indiano blaterare che avevano ancora solo dieci minuti, e invece, dopo una stupenda ‘Alone In The Darkness’, Peterson si spegne definitivamente e mezza batteria sparisce…Dopo pochi secondi anche la chitarra di Skolnick subisce un notevolissimo abbassamento di volume, il gruppo cerca nonostante tutto di portare a termine l’esibizione, ma ormai è palese che a mezzanotte si doveva chiudere e che i Testament sono costretti ad arrendersi e ad abbandonare il palco con un triste “We tried…”.

A questo punto, è difficile pensare che si sia trattato solo di un errore di calcolo dei tempi, quindi sarebbe opportuno spiegare il reale motivo dell’incredibile situazione a chi ha speso soldi per viaggio e biglietto, e tempo (1000 persone e più hanno atteso dalle 15.30 alle 18 fuori dal Centralino) per vedere un festival con un gruppo in meno e con l’headliner tagliato. E non sarebbe stato inelegante spiegarlo anche in tempo reale, si sarebbe forse evitata qualche bottiglia sul palco, qualche insulto, e in parte la tanta delusione e rabbia di un sacco di ragazzi che se ne sono andati con l’amaro in bocca senza sapere cosa fosse successo e perché.

Foto: Francesco Mazzetti

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