Summer Day In Hell 2004: Live Report

Torna a Roma il Summer Day In Hell e il pubblico capitolino risponde alla grande. Messi in cantina gli spalti semivuoti del concerto degli Anthrax, lo Stadio del Tennis è gremito sin dal primo pomeriggio ma continua a riempirsi con l’andare del tempo.

Tocca ai Vision Divine, forti della presenza del nuovo frontman Michele Luppi, scaldare gli animi dei primi presenti nel breve spazio a loro disposizione: scaletta incentrata prevalentemente sull’ultimo album della band, ‘Stream Of Consciousness’, da cui sottolineamo “Colors Of My World’ e soprattutto ‘La Vita Fugge’, suggellata dal famoso acuto finale di 20 secondi, che viene riproposto alla perfezione. Chiusura affidata a ‘Send Me An Angel’, per un concerto che ha visto una buona risposta del pubblico, che tributa a dovere la band di Olaf Thorsen e l’ottima prestazione di Luppi, nettamente una spanna al di sopra di chi lo ha preceduto.

Ai Tiamat non fa bene la luce del sole. Ancora meno a Johan Edlund che, per proteggersi, sceglie un’improbabile muta in lattice nero che gli provocherà una sudorazione degna di Zidane ma che non offuscherà il suo carisma. Consci di essere parte di un festival a forte tinte metal, i Tiamat scelgono una scaletta ad hoc, in cui spiccano l’opener ‘Whatever That Hurts’ e ‘Gaia’ da Wildhoney e addirittura ‘In A Dream’ dal precedente Clouds. Complici i bassi volumi e la reazione maleducata di una, per fortuna esigua, parte del pubblico ad una proposta distante dai classici stilemi del metal, Edlund e soci non tramandano ai posteri un’esibizione da incorniciare, ma consegnano una mezz’ora da ottimi professionisti che non delude i fan della prima ora e che sicuramente ha attirato l’attenzione di chi non li conosceva.

La navicella Death Angel atterra a Roma. Ed è subito thrash. Di quello che non ti stancheresti mai di ascoltare, perché diretto ma sempre vario, divertente e soprattutto trascinante. I Death Angel del 2004 sono tutto questo, anche se sono costretti a ripescare pesantemente dai primi tre album causa la qualità non proprio eccelsa dell’ultimo lavoro, basti pensare all’accoglienza “freddina” riservata a ‘The Devil Incarnate’. Ma poco importa: quando una band rimane ai lati del palco a firmare centinaia di autografi e a fare foto con chiunque, per poi salire on stage e suonare ogni volta come fosse il concerto d’addio, qualsiasi ovazione il pubblico gli tributi è sempre troppo poco. Se poi si dispone di pezzi come ‘Seemingly Endless Time’ e ‘Kill As One’ da offrire in pasto al pubblico come distruttivo bis conclusivo, è davvero difficile resistere al carisma di questi cinque mistosangue. Ancora una volta, bentornati.

Sulle note di ‘Pimpf’, intro del monumentale live dei Depeche Mode ‘101’ posta ad evidenziare il legame a doppio filo della band con gli anni ’80, fa la sua comparsa sul palco la Fabbrica Della Paura….e non fa prigioneri. Scaletta da infarto, un vero e proprio best-of condensato in 45 minuti: un assalto totale e costante, giocato su una serie di uno-due in grado di stendere chiunque. Forte della tradizione che ha visto i Fear Factory proporre nelle prime due tracce di ogni album alcune delle migliori canzoni della propria carriera, il concerto si apre con tre doppiette che non lasciano scampo: si apre con ‘Slave Labor’ e ‘Cyberwaste’, tratte dall’ultimo ‘Archetype’, per poi continuare con ‘Demanufacture’, da cui vengono estratte la title-track e ‘Self-Bias Resistor’. Non manca all’appello poi ‘Obsolete’, rappresentato da ‘Shock’ e ‘Edgecrusher’: grandissima intensità, con un Burton C. Bell che dispensa carisma a profusione, vero fulcro di una band compatta ed impeccabile. Momento di relativa tregua con la title-track di ‘Archetype’, che dal vivo rende ancora meglio che su disco, prima di tuffarsi nel passato remoto del gruppo, andando a ripescare l’opener di ‘Soul Of A New Machine’, ‘Martyr’: tutto questo però è solo il preludio al delirio collettivo che si scatena con la conclusiva ‘Replica’, che chiude uno show decisamente perfetto e che, anzi, forse avrebbe meritato ancora maggior spazio.

Con i Children Of Bodom iniziano i momenti dolenti della serata, fino a quel momento sostanzialmente senza macchie: per il sottoscritto è la terza occasione per assistere ad uno show della band capitanata dal geometra dello sputo Alexi Lahio, e per la terza volta permane ben più di un dubbio sui Bimbi Di Bodom, soprattutto in sede live. Penalizzati da una scaletta che insiste sull’ultimo, inconsistente ‘Hate Crew Deathroll’ e che ignora delittuosamente in toto l’ottimo esordio, il combo finnico propone un esibizione fredda e poco coinvolgente, supportata anche da suoni non all’altezza, in particolar modo per quanto riguarda le tastiere, e che vede i momenti migliori nel recupero dei brani tratti dal buon ‘Hatebreeder’ (‘Silent Night, Bodom Night’, ‘Towards Dead End’ e la conclusiva ‘Downfall’) ed in alcuni estratti dal discreto ‘Follow The Reaper’, l’iniziale ‘Hate Me!’ e la molto apprezzata ‘Everytime I Die’. Permane l’impressione, purtroppo, di trovarsi di fronte ad un gruppo di mestieranti, almeno per quanto riguarda gli altri componenti del gruppo, che si limita a svolgere il proprio compitino senza infamia e senza lode: il pubblico, comunque, sembra apprezzare e tributa un sentito apprezzamento ai propri beniamini.

Chiudono la serata gli Helloween. Beh, che dire. Quando alla quarta canzone in scaletta si cerca di convincere il pubblico che venti anni non sono passati e siamo ancora tutti con le terga saldate al 1988 è più che evidente che qualcosa non quadra. Nonostante l’opener ‘Starlight’ e soprattutto la successiva ‘Keeper Of The Seven Keys’, riproposta nella sua interezza, siano cantate a squarciagola dal pubblico, del resto esattamente come le successive ‘Future World’ e ‘Eagle Fly Free’, la band appare decisamente sottotono. Andy Deris, duole dirlo, è a tratti imbarazzante, creando sfracelli sulle canzoni nate per una voce diversa dalla sua ma difendendosi solo con le unghie e con i denti anche in quelle disegnate su misura, come ‘Hey Lord’. A tutto questo va aggiunto un Michail Weikath che inizia a muoversi solo dopo aver finito la sigaretta mentre Stefan Schwarzmann, pur nelle sue linee essenziali, paga spesso pegno, soprattutto nei passaggi più complicati. Fra una ‘Power’ infinita, i soliti balletti a tre fra chitarristi e bassista (gli Status Quo si sono stufati 20 anni fa…), una ‘Dr Stein’ cantata da tutti, il concerto si avvia alla sua stanca inevitabile conclusione. Ancora una volta gli Helloween dividono pubblico e critica. Gli entusiasti stanno da una parte, noi dall’altra.

Michele Baccinelli

Roberto Lato

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