Steven Wilson: Live report della data di Milano

Abbiamo una certa dimestichezza nel frequentare ed apprezzare l’attività live di Sir Steven Wilson, che abbiamo “incontrato” svariate volte nel corso degli anni, principalmente con la sua creatura più longeva, i Porcupine Tree (band in naftalina almeno fino al 2013) ma anche con i Blackfield ad esempio; certo ci mancava la trasposizione sul palco della sua attività solista ma fortunatamente l’Italia è stata inclusa nella second leg del tour europeo.

L’esperienza è stata in questo senso “diversa” e sinceramente non vedevamo un tale trasporto nel musicista di Hemel Hempstead da parecchio tempo (vuoi anche per gli sforzi economici profusi per inscenare uno spettacolo simile). Durante l’esecuzione dei primi pezzi un telo trasparente a mo’ di zanzariera (che serve anche come telo di proiezione) ci separa e al contempo ci fa vedere i musicisti on stage i quali entrano alla spicciolata sul palco iniziando quella che apparentemente sembra un’improvvisata jam introduttiva ma che presto si tramuta in “No Twilight Within The Courts Of The Sun”; da lì e fino alla fine di un set della durata di due ore è un continuo assistere a dimostrazioni di tecnica sopraffina e apertura mentale al limite del jazz il che spiega perché abbiamo denominato “diversa” la serata.

La sezione ritmica ha realmente sorretto l’intero show col funambolico drummer Marco Minnemann che ha indurito parecchio il sound rispetto a quanto sentito su “Grace For Drowning” e Nick Beggs al basso e Chapman Stick che è riuscito a far scaturire un sound che non aveva nulla da invidiare a Geddy Lee o Chris Squire (per fare il nome di due novellini…); Adam Holzman alle tastiere era sicuramente il musicista dallo stile più difficilmente inquadrabile in un ambito rock mentre gli schivi Theo Travis ai fiati e Niko Tsonev alla chitarra si sono attenuti al loro compito surclassati da colui verso il quale erano comunque accentrate tutte le attenzioni, cioè un Wilson che si è diviso da buon direttore d’orchestra tra voce, chitarra (decisamente heavy in alcuni frangenti) e tastiere. La set list è stata incentrata sia su “Insurgentes” che su “Grace For Drowning” con grandiosi momenti vissuti all’altezza di “No Part Of Me”, “Remainder The Black Dog”, “Index”, “Harmony Korine” ed una nuova epica traccia intitolata “Luminol” che sarà inclusa in un futuro terzo album solista in composizione proprio con questa formazione in testa.

Serata sicuramente di grande musica (avevate dubbi?), anche se non per tutti e soprattutto con un’affluenza media per un Alcatraz che abbiamo purtroppo visto decisamente più imbottito in altre occasioni.

(foto di Mairo Cinquetti)

alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

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  1. Carlo Pezzot

    Concordo in toto con la tua recensione e – purtroppo – anche con la considerazione conclusiva sulla scarsa presenza di pubblico per un evento di questa portata.

    Vien da chiedersi se il motivo non sia da ricercarsi anche nel prezzo del biglietto: lo scorso 31 ottobre 2011, allo Shepherds Bush Empire di Londra mi sono seduto in platea numerata con 22,50 sterline (diciamo 28 Euro?). All’Alcatraz giovedì 10 maggio 2012 il prezzo era del 25% più elevato, e fra l’altro per restare in piedi. Evidentemente le politiche di prezzo non tengono conto del potere di acquisto nazionale … oppure Steven dopo il successo del tour 2011 ha deciso di elevare il cachet!

    Altra considerazione: se nemmeno la piazza di Milano riesce a saturare un ambiente come l’Alcatraz, una data infrasettimanale è sicuramente controindicata per far affluire fan da fuori regione (in teoria il bacino potenziale di utenza della data milanese doveva essere l’Italia settentrionale…).

    Passando agli aspetti musicali vorrei sottolineare di aver trovato lo Steven ‘solista’ particolarmente in forma con l’unico strumento che ancora non abbia deciso di far suonare ad altri: la voce. Wilson non canta come Wetton, non canta come Gabriel, non canta come Lake, non canta come Anderson: il cantato di Steven è peculiare ed è elemento fondamentale nella tessitura delle sue trame sonore, con o senza Porcupine Tree. E’ stato davvero magico poterlo sentire sempre intonato e senza affanni nei momenti rarefatti e ipnotici delle sue cavalcate musicali. Anche su questo aspetto credo influisca decisamente il sempre maggiore affiatamento con la band e in particolare con Nick Beggs, strumentista mostruoso che fornisce impeccabili seconde voci (e pensare che trent’anni fa cantava ‘Too shy’ con i Kajagoogoo …).

    Per chiudere torno sull’aspetto per così dire ‘elitario’ di questo tipo di musica. E’ evidente che per apprezzare questi tipi di proposta occorre un’educazione all’ascolto, che radio commerciali e lettori mp3 consumati in mezzo alla folla della metropolitana o durante l’ora di palestra ben difficilmente riescono a darti. Io dico che per ascoltare prog occorre la forma mentis di un ascoltatore di musica classica, o di un appassionato di cinema. Non è un caso che, nel presentare dal vivo la ciclopica Raider II, Steven ogni volta insista sulla necessità che la platea trovi la concentrazione – e soprattutto il silenzio – prima di iniziare ad eseguire il brano.
    Una volta chiusi gli occhi, si inizia a vedere …

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