Soulfly + Pain Of Salvation: live report della data di Cagliari

Report di Filippo Pintus
Foto di Selene Farci

L’estate sarda è stranamente colma di appuntamenti metal a cui non si può mancare e si parte subito fortissimo con un evento che vede di scena all’Arena Sant’Elia di Cagliari il duo Pain Of Salvation / Soulfly, accompagnati dai locali Arhythmia, TerrorWay e Lightless Moor per un evento marchiato Vox Day e prima anticipazione della Karel Music Expo, realizzato con il sostegno della RAS e del Comune di Cagliari.
Messe da parte le polemiche per la concomitanza della data con la data dei Death Angel (che poi hanno annullato il tour europeo) e per la mancata presenza dei Death SS come inizialmente annunciato, sostituiti alla grande proprio dai Pain Of Salvation e messi da parte anche gli imprevisti dell’ultimo istante (vedi valigie dei PoS disperse e arrivate quasi 24h dopo), è il momento di salire sul palco per gli opener regionali.

Lightless Moor
I primi a calcare il palco dell’Arena San’Elia, verso le 20.15 circa, sono i Lightless Moor. Il sestetto cagliaritano in attività dal 2001 apre senza timori reverenziali con tre brani presi dal loro LP del 2013 “The Poem – Crying My Grief To A Feeble Dawn” e propone un gothic metal caratterizzato dalla voce di Ilaria Falchi accompagnata nelle parti growl da Federico Mura. Si parte con “The Lyrics Of The Journey“: i riferimenti musicali sono ben chiari (The Gathering e Within Temptation sugli altri) così come sono presenti gli elementi distintivi del genere. Tuttavia la band riesce nel difficile compito di dare un’identità propria, grazie soprattutto alle capacità vocali di Ilaria e alle tastiere di Edoardo Fanni. Dopo un passaggio con innesti mediorientali in “Arabian Night“, chiudono con “Chained to a Dismal Chant“, caratterizzata dall’alternarsi tra parti aggressive in growl e sezioni melodiche. Nonostante la maggior parte delle persone fosse ancora fuori dai cancelli e l’esiguo tempo a disposizione, i Lightless Moor ci fanno comunque ascoltare un buon gothic sia a livello tecnico che compositivo, condito da ottime atmosfere solo parzialmente rovinate dal sole ancora alto e dal vento. Certamente da rivedere con più tempo a disposizione e con un vero pubblico.

TerrorWay
Dopo i Lightless Moor, è il momento dei TerrorWay, band di San Gavino Monreale (CA) nata nel 2009 e con all’attivo l’EP “Absolute” (2010) e il full-length “Blackwaters” (2013).
La ricetta proposta dalla band è un death/thrash metal in chiave moderna con influenze di band come Meshuggah, Fear Factory, The Haunted e altri ancora, miscelate sapientemente.
Il pubblico comincia ad essere presente e partecipe e il quartetto sardo riesce a coinvolgerlo con riff pesanti e brutali, dissonanze e tanta potenza, il tutto senza sacrificare la comprensibilità e godibilità dei pezzi.
Partono con “A Cursed Race“, un brano con una ritmica intricata e caratterizzato da un intermezzo più rilassato, graffiato e sporcato dalla voce di Valentino ‘Sidh’ Casarotti e dalla chitarra di Ivan Fois. Proseguono con altri pezzi sempre tratti dall’ultimo LP firmato Bakerteam Records, come “Keep Walking Silent“, “Blackwaters” stessa e “In A Swamp“.
Per finire, la band ci propone “Threshold Of Pain“: tratto dall’EP di esordio un pezzo di stampo maggiormente thrash e diretto rispetto ai precedenti con i quali chiudono in bellezza l’esibizione.
Davvero un’ottima prova dei ragazzi che, pur proponendo solo cinque pezzi, sono riusciti ad esprimere tecnica, precisione e potenza senza risultare troppo ‘prolissi’, con una menzione speciale dietro alle pelli per Kosma Secchi, impeccabile, preciso e autentica colonna portante del suono della band. Se proprio devo muovere una critica, non hanno brillato di dinamicità sul palco o nel coinvolgere il pubblico: il genere non lo impone di certo ma certamente non avrebbe guastato qualcosa in più da questi punti di vista.

Arhythmia
E’ il momento della band algherese e si cambia ancora genere, passando ad un metal marcatamente di stampo alternative/groove. Non sono certamente un nome nuovo nella scena e i recenti tour europei con Biohazard (non gli ultimi arrivati) parlano chiarissimo sulle potenzialità del gruppo. Così come parla chiarissimo l’energia, il suono e il coinvolgimento del pubblico all’esibizione del quintetto, che dimostra subito dimestichezza con i palchi importanti e una sicurezza da vendere.
Si parte a razzo con tre estratti dal loro ultimo EP “Time No Coming Back” in cui mettono in mostra passaggi di stile marcatamente anni 90 (qualcuno ha detto Pantera?) alternati a sezioni moderne e altre ancora più tipicamente alternative, la voce di Michele Canu graffia mentre le parti cantate da Matteo Lombardo seguono un stile più tradizionale per il genere proposto, dando vita ad un alternarsi che aiuta a rompere gli schemi. Dopo la più tranquilla “Long Slow Dance” è il momento della title track: la struttura è semplice e efficace, con qualche variazione sul tema principale, sicuramente godibile e ben interpretato dal gruppo. Si prosegue con l’ottima “Yolo” e con tre selezioni dall’LP “Awake“, pezzi sempre efficaci e ascoltabili, senza grandi variazioni stilistiche rispetto agli ultimi lavori, a parte “Quello che non vuoi” che presenta appunto l’utilizzo dell’italiano nel testo. “Steps” chiude l’esibizione, tratto dal primo album, con un’intro quasi doom e un ritornello quasi ossessivo. Bravi e trascinatori, peccano forse di freschezza in alcuni pezzi ma certamente sono una bella realtà del metal sardo e non solo.

PAIN OF SALVATION
Bravi gli opener, ma con tutto il rispetto qui ovviamente si cambia nettamente livello o forse pianeta.
I cinque si presentano all’unica data italiana con panni di fortuna a causa delle disavventure accadute ai loro bagagli dopo l’imbarco a Roma per Cagliari, con una formazione praticamente irriconoscibile rispetto a quella dei loro migliori successi. Rispetto alle previsioni c’è però il gradito e inaspettato ritorno di Fredrik Hermansson alle tastiere, per il resto oltre allo stesso Daniel Gildenlöw alla voce/chitarra registriamo come previsto Leo Margarit alla batteria, Gustaf Hielm al basso e Ragnar Zolberg alla chitarra, che sembra uscito direttamente da un video dei Guns N’ Roses di fine anni 80.
Dopo il tape tratto da “Remedy Lane” (la recensione), partono subito forte con “!(foreword)” tratta da “Entropia” (la recensione). Purtroppo, causa la complicità del forte vento che batte l’arena, il suono non è inizialmente dei migliori e penalizza in particolare le sezioni melodiche e le parti in cui la voce la fa da padrona.
Nonostante questo, i PoS sembrano in forma e il pubblico partecipa volentieri all’esibizione.
E’ momento della più recente accoppiata “Linoleum” / “Conditioned” che vanno ad iniziare e chiudere la parentesi “Road Salt” del concerto, sicuramente più orecchiabili e immediati degli altri lavori e tutto sommato azzeccati in cima alla tracklist.
Si fa sul serio con “Used” e “Ashes“, eseguiti con buon piglio e nei quali possono dar sfoggio della tecnica e degli arrangiamenti che li hanno resi celebri, cantate a squarciagola dai presenti nei passaggi chiave, realmente da brivido.
Proseguono poi con “Diffidentia“, unico pezzo tratto da “Be” (la recensione): l’ho sempre trovato un po’ noioso ma sicuramente godibile proposto in chiave live, al termine del quale viene proposto un altro estratto dal primo disco, “People Passing By“, un piccolo capolavoro di miscela tra funk e prog.
Tutto il pubblico riconosce subito l’arpeggio e il cantato che fanno da intro a “Chainsling“, pezzo eseguito in maniera esemplare e con un finale da brividi, e che personalmente ho trovato il punto più alto della loro esibizione, dimostrando ormai anche una perfetta coesione con gli altri elementi della band. A chiusura dell’esibizione, i consueti “Falling” / “The Perfect Element“, magistralmente eseguiti e interpretati e che fanno calare il sipario sull’esibizione, incassando i meritati applausi, senza ovviamente nessun bis per lasciare spazio ai Soulfly.
E’ stata una bella esibizione che ha confermato un certo ritorno al passato nella scelta della tracklist già evidenziata nelle loro recenti apparizioni, scelta sicuramente apprezzata da chi, come me, reputa “The Perfect Element” (la recensione) e “Remedy Lane” i loro massimi punti di espressione musicale.

SOULFLY
Dimenticate le melodie, la ricercatezza musicale e la tecnica dei Pain Of Salvation, qua si cambia nuovamente pianeta: arrivano Max Cavalera e soci a spaccare tutto.
La lineup è quella proposta nell’ultimo lavoro, “Savages” (la recensione) con Zion, il figlio di Max, alla batteria, Marc Rizzo alle chitarre e Tony Campos al basso.
Pausa un po’ più lunga del previsto dopo l’esibizione dei PoS per permettere al quartetto di fare il soundcheck, con il pubblico inneggia ‘Santa Claus’ alla vista di uno dei tecnici del gruppo dalle forme tondeggianti e la barba bianca (siete curiosi di vederlo? cliccate qui). Ma ecco che entrano in scena i nostri che aprono con “Blood Fire War Hate” e si scatena subito il pogo, i salti, complice anche il front-line che non smette di guidare il pubblico. Max pare decisamente appesantito rispetto ai tempi d’oro ma questo non sembra intaccare minimamente la sua prestazione.
Se con l’opener si era scatenata una guerra, all’apertura di “Refuse/Resist” si scatena realmente l’inferno nel piazzale: l’esecuzione è perfetta, potente e precisa, il pubblico accompagna ogni passaggio con voce e spallate.
Durante l’esibizione vengono percorsi praticamente tutti i lavori in studio, ma il pubblico sembra voler scatenare il finimondo soltanto quando accennano i pezzi dei vecchi Sepultura, nello specifico “Arise“, “Roots” e “Attitude” oltre alla già citata “Refuse/Resist“.
Tempo per una ‘saltellante’ “Jump Da Fuck Up” e la vecchia “Eye For An Eye“… e qualche risata per un accenno di “The Trooper” che di fatto chiude le ostilità.
Devo essere sincero, ero particolarmente scettico sulla scelta dei Soulfly come headliner, li ho sempre ritenuti un gruppo finito o se preferite mai nato, contraddistinto da poca freschezza musicale e dalla sola presenza di Max Cavalera. Ebbene, è stato un gran bel concerto, Max è riuscito a coinvolgere il pubblico alla grande. Davvero sorprendente Zion, un carro armato, molto più che all’altezza della situazione. Il pubblico, inutile dirlo, ha fatto una vera e propria bolgia dimostrando che la maggior parte della gente, alla fin fine, era lì per loro.

Considerazioni finali:
Complessivamente è stato un gran bel concerto, Soulfly e PoS sono stati all’altezza delle aspettative e i gruppi di supporto non hanno sfigurato, intrattenendo il pubblico nonostante l’eterogeneità della proposta musicale.
Purtroppo, è impossibile non spendere una parola finale sul pubblico: la Sardegna non è abituata a eventi di questo spessore e si vede. Quello che doveva essere un evento da non perdere si è tramutato in un evento che tanti (troppi?) si sono persi, la vicinanza con altri concerti importanti sembra essere una scusa che regge poco, le difficoltà organizzative e l’assenza dei Pain Of Salvation dai manifesti, nell’era di internet, possono ugualmente aver inciso in maniera soltanto marginale. Purtroppo senza partecipazione c’è il rischio che non ci sia seguito ad eventi di questo livello: sarebbe una sconfitta per tutti.

selene.farci

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La mistress del team news di Metallus.it. Ogni virgola fuori posto è una frustata ai poveri redattori che ormai implorano pietà. Dalla Sardegna con furore, ma al posto del tunz tunz del Billionarie il suo pensiero fisso è la Love Machine di Blackie Lawless. Si divide tra la macchina fotografica, matrimoni e metallo colante.

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