Slipknot: Live Report della data di Roma

Rock In Roma anche quest’anno ne ha per tutti i gusti e l’evento di punta di questo giugno è sicuramente la calata degli Slipknot. Per l’occasione i tanto amati 9, fra musicisti, stuntmen e chi più ne ha più ne metta, toccano per la seconda volta quest’anno l’Italia (per la prima Roma). A sei giorni dall’evento all’interno del Postepay Rock In Roma si legge online un comunicato della Live Nation che conferma l’assenza dei King 810 come special guest, rimpiazzati dai nostrani Temperance, formazione italiana con voce femminile, alla cui esibizione non mi è stato possibile assistere. La giornata non è infatti delle migliori atmosfericamente parlando, quanto meno la pioggia è stata pacata, ma non abbastanza da evitare la consueta congestione del traffico romano al cadere delle prime gocce, il che non è mai un piacere quando uscendo dal lavoro si sa a che ora si parte ma non a che ora si arriva. Il tempo di arrivare a Capannelle, accreditarci, passare dai tornelli e siamo dentro, tra alcune hostess che distribuiscono preservativi che più tardi vedrò fluttuare nell’area sotto il palco come palloncini (no, davvero, lo fate ancora? Ecco perché la madre degli idioti è sempre incinta) e altre che distribuiscono cappellini-sponsor.

Arrivati nel pit apprezzo lo spazio vitale a disposizione che di lì a poco inizierà giustamente a diminuire all’arrivo degli At The Gates, purtroppo penalizzati da un sound che è apprezzabile pienamente solo posizionandosi in zona centrale. Gli amatissimi svedesoni stanno continuando a promuovere in tour “At War With Reality”, uscito lo scorso Ottobre a ben 19 anni da “Slaughter of the Soul”, e, personalmente, li attendevo fin dall’annuncio della loro data romana del 17 gennaio che fu poi annullata con mio sommo dispiacere in quanto per loro apprezzo di più la dimensione club al chiuso rispetto a quella di grande palco all’aperto dove chi non suona come headliner incorre inevitabilmente in qualche trascuratezza da mixer. Nonostante ciò su pezzi quali “Slaughter Of The Soul”, “Cold”, “Terminal Spirit Disease”, “Suicide Nation” non si può non godere di quelle note secche e taglienti che hanno fatto la storia del death svedese, per non parlare del gran finale riservato a “Blinded By Fear”, davvero un piacere rivedere Tomas Lindberg e i gemelli Björler ancora così graffianti e uno dei miei batteristi preferiti, Adrian “Swede” Erlandsson che insieme a Jonas si divide per i grandi festivals estivi tra ATG e The Haunted. Peccato solo che, come c’era da aspettarsi, chi era lì solo per gli Slipknot non abbia dato il giusto peso anche a loro, ragione uguale e contraria per cui molti fans degli ATG hanno scelto di non presenziare l’evento.

Il momento atteso dalla maggior parte degli astanti arriva quando sul palco cala l’oscurità e poco dopo delle suggestive luci blu illuminano il contorno dell’intuibile, enorme, scenografica testa di caprone che troneggia al di sopra della batteria, un simpatico e azzeccatissimo complemento d’arredo. Le note dell’intro “XIX” lasciano ai 9 il tempo di prendere posto sul palco e ad ogni sagoma riconoscibile i circa 7000 presenti fanno sentire la propria impazienza. Si parte con “Sarcastrophe” e l’intera fabbrica Slipknot si mette in moto per 2 ore di produzione a pieno regime. Corey Taylor mostra subito le proprie buone maniere urlando un “Ciao Rrromaa” mentre le due pedane laterali dedicate alle percussioni iniziano a fare su e giù e ruotano con sopra Chris Fehn, i 19cm del naso della sua maschera, dei fiori e un’altra testa da caprone su quella a sinistra e Shawn Crahan su quella di destra. Corey si conferma un grande performer sia sfogliando tutto il suo catalogo vocale che alterna ruggiti a parti melodiche a parti quasi rappate senza sbagliare un colpo, sia come intrattenitore di masse. Subito dopo “Psychosocial” sempre lui si prende un momento per dire al pubblico quando non possa credere che questa è la prima volta che gli Slipknot suonano a Roma e quanto ne sia entusiasta; altro momento chiacchiericcio lo vede interrogare il pubblico per il suo personale sondaggio in cui chiede un’alzata di mano di quanti possiedono l’album “Play 5: The Grey Chapter” e ringrazia per il supporto avuto in 16 anni. Nel frattempo sia Thomson/Root si fanno apprezzare in perfetto equilibrio anche su pezzi meno pesanti, vedi “Vermillion”, mentre Corey ne approfitta per mettere al suo servizio la scenografia salendo e riscendendo le scale accanto alla batteria dove troviamo un Jay Weinberg martellante e chirurgico che da quando è entrato nel gruppo mascherato con la sua classe 1990 ha strappato al dj Sid Wilson il primato del più giovane della band. Ci si aspetterebbe un maggior entusiamo sull’attacco dei pezzi dell’omonimo o di “Iowa” ma le maggots non si risparmiano in nessun momento, esplodono appena Corey indica l’imponente Mick Thompson e dice: “let’s see what the fuck you’ve got, Mr.7” e parte “Before I Forget”. Il pubblico si alterna con Taylor nel cantare, come se avessero fatto le prove pre-tour insieme e lui che alla fine del pezzo tiene a dimostrare nuovamente le buone maniere nostrane e ringrazia urlando un sonoro “Porco ***!” Man mano che passa il tempo la loro performance spazza via ogni dubbio, che siate o meno loro fans questa è una band che dal vivo suona e intrattiene come poche. Altro momento “statistico” ad opera di Taylor durante “Spit it out” quando come prima cosa si assicura di essere compreso almeno da qualcuno, (malfidato), chiedendo “How many people can understand what I’m saying out there?” e poi prosegue (ma suppongo lo avrebbe fatto comunque) ”How many people here have seen Slipknot before? How many people here is your very first evening with Slipknot tonight? Whether you’ve been with us for the last 16 fucking years or for the last 55 fucking minutes, right now we’re all about to became one fucking giant family tonight”. A questo punto non ha bisogno di farsi pregare neanche per un secondo quando chiede a tutta la folla di accovacciarsi e rimanere così finché non avrà detto “Jumpthef**kup”. Poi lo ha detto. Adieu. Forse uno dei momenti migliori della serata. Giusto il tempo per riprendere fiato sia per chi sta sopra al palco sia per chi sta sotto per poi gustarsi l’encore di chiusura che prevede le songs di apertura (e scusate l’ossimoro) dell’album omonimo Slipknot “742617000027/(sic)” e qui, rimembrandolo a memoria, ci sono cascata, mi hanno fatto ricordare dello spensierato periodo in cui li ascoltavo prima di perderli di vista o quasi. Una cosa è certa, lo spettacolo a cui ho assistito è stato totale e mi sono ritrovata coinvolta nel contagioso headbanging come avrei fatto se li avessi visti almeno 10 anni fa.

SETLIST AT THE GATES:

El Altar del Dios Desconocido

Death and the Labyrinth

Slaughter of the Soul

Cold

At War With Reality

Terminal Spirit Disease

The Circular Ruins

Under a Serpent Sun

City of Mirrors

Suicide Nation

Heroes and Tombs

The Book of Sand (The Abomination)

Encore:

Blinded by Fear

SETLIST SLIPKNOT:

XIX

Sarcastrophe

The Heretic Anthem

Psychosocial

The Devil in I

AOV

Vermilion

Wait and Bleed

Killpop

Before I Forget

Duality

Eyeless

Spit It Out

Custer

Encore:

742617000027

(sic)

People = Shit

Surfacing

‘Til We Die

SLIPKNOT

At The Gates

Temperance

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