Slayer: Live report della data di Milano

“Grazie mille. Mi mancherete”. Voglio chiudere dalla fine, voglio chiudere da quell’uomo solo sul palco, a “recita” finita. Un saluto sentito, onesto, per i 20.000 (forse di più) di Milano. Per tutti i fan che hanno fatto chilometri per vedere una ultima volta gli Slayer.

“Ma davvero Slayer?”

Certo, una metà della formazione originaria, perché Dave se n’è andato per altre strade e perché Jeff se n’è andato davvero 5 anni fa (2 maggio 2013) dopo tante sofferenze. Forse era proprio questo il mio limite nell’attendere questo concerto, vedere gli Slayer come band dimezzata, senza riconoscere i giustissimi meriti a Gary Holt e Paul Bostaph.

Il primo perché non poteva essere che lui a sostituire Hanneman, ed il secondo perché “uno Slayer” lo è stato davvero e per tanti anni nel periodo di “divergenze” con Lombardo. Pregiudizio, magari, e magari anche qualche cattiveria sibilata da qualche conoscente “Vai a vedere un gruppo cover”. Con il senno di poi torto marcio, ma qualche tarlo in mente scavava, cercava di farsi strada. Una sensazione per fortuna, che è stata tranquillamente quando poco meno di un mese fa un compagno di scorribande hard ‘n’ heavy si avvicina e mi fa “Ho un biglietto in più per il concerto degli Slayer, vieni con noi? Siamo già in 3”.

Risposta ovvia. Avevo già deciso nonostante dubbi dalle gambe corte.

Un viaggio verso Milano risalendo con i tempi lenti dell’autobus, con l’attesa che cresce tra una sosta e l’altra, tra una birra e l’altra che corre risalendo verso la “piccionaia” delle ultime fila. Il vociare sale, la tensione aumenta quando si arriva nei pressi del Forum.

Vedi finalmente il Mediolanum Forum, e la piccola truppa si riunisce a quella “nazionale” che si accalca ai cancelli, sale poi quasi di corsa, per arrivare al proprio posto o per conquistare quello nel parterre, tra i coraggiosi di giornata. Una giornata che parte puntualissima, 18.20, decollando da Tampa, Florida.

Obituary

Direttamente dalle paludi dello stato, inseguiti dagli alligatori, ecco gli Obituary. 30 e più anni di storia del death metal da raccontare nel giro di una manciata di minuti. Orari serratissimi, poco spazio per le stronzate e tante determinazione. “Redneck Stomp”, “Don’t Care”, “A Lesson in Vengeance” per un vero e proprio bignami di un modo di vivere e suonare death. Lezione tenuta dai professori Tardy, Donald dietro le pelli e John al microfono nella sua classica posa nascosto – o quasi – da quella gran matassa di capelli. Bravi nonostante il pochissimo tempo a disposizione.

Anthrax

Direttamente da Nuova York i 5 che hanno dato una versione e visione più “easy” del thrash metal. Joey, Scott, Frank e Charlie, la storia di una band che resiste. Una parte della gioventù in musica di tanti (quasi) quarantenni, condensata in poco meno di 50 minuti messi a disposizione. Inizio che spiazza, con la parte strumentale di “Cowboys From Hell” (davvero vi devo dire la band “proprietaria” della canzone? Nda.) ad incendiare gli animi di un pubblico già carico.

Sfuma il riff, entra quello di “Caught in a Mosh” e subito il pubblico impatta duro con il muro di suono creato dai nostri. Joey Belladonna regge benissimo il palco e le canzoni scorrono con una solidità invidiabile. Piace, la fisicità della band che non perde un secondo del poco tempo disponibile ed infila quanti più classici possibile. “Got The Time” e “Efilnikufesin (N.F.L.)” mostrano l’anima punk di una band che finisce con la doppia rasoiata che prende il nome di “Antisocial” e “Indians”. Applausi, davvero, e convintissimi.

Personalmente i “vincitori” della serata per impatto e resa live.

Lamb of God

I tempi sono davvero stretti, i palchi cambiano con una velocità degna dei treni in Giappone e neanche ci si rende conto del tempo “perso” tra una band e l’altra. Con ancora la voce di Belladonna nelle orecchie si percepisce subito il cambio di mood con l’arrivo della truppa di Richmond (“Motherfucking Virginia”, come ricorderà più di una volta Randy Blythe). “Ruin”, “Walk With Me In Hell”, “512” le prime canzoni di un set che picchia in maniera forsennata.

I cirle pit, le vocals lancinanti e quell’impatto tipico degli americani non sono mancati e “Laid To Rest” e “Redneck” in chiusura di live hanno dimostrato ancora una volta che per potenza ed impatto i nostro sono davvero tra big della musica.

Slayer

Eravamo tutti lì per loro. Eravamo tutti lì per ascoltare e vedere dal vivo le ultime evoluzioni di una band che nel corso di quasi 40 anni di carriera ha ispirato migliaia di artisti ed incendiato polemiche con consumata professionalità da esperti del marketing.

Ma le chiacchiere stanno a zero quando i 4 americani iniziano ad incastrare riff uno dietro l’altro, non vogliono lasciare il ricordo di una band chiamata a fare “il compitino”, e picchiano come forsennati scegliendo di iniziare a sfogliare il loro personalissimo libro dei ricordi dalle ultime pagine scritte, quelle che rispondono al nome di “Repentless”, “Blood Red” e “Disciple”.

Il pubblico si scalda, esplode con il riff di “Mandatory Suicide” e sotto palco si vedono onde umane schiantarsi contro le transenne per poi tornare indietro e ricominciare. Un movimento ipnotico, che segue le note di una band che parla poco e mette molto fieno in cascina. Kerry e Gary praticamente silenti per tutto il concerto, con il solo Araya a scambiare di tanto in tanto qualche parola. Evidente – anche nelle loro intenzioni – di concentrarsi e dedicarsi totalmente alla musica.

La tensione sale con “War Ensemble” e le fiamme si alzano alte dal palco quasi a sfiorare il tetto del Mediolanum forum, come un vero e proprio inferno in terra che prosegue con le note della controversa “Jihad” e quelle dell’immortale “Postmortem”. “Do you want to die?”.

Il concerto è una vera e propria corsa senza freni verso l’abisso, Araya inizia a soffrire un poco a livello vocale e cambia leggermente qualche linea melodica accennando del growl. Ma questi tecnicismi poco importano, il pubblico è letteralmente rapito “dal momento” e continua a rimbalzare contro le transenne seguendo le note di “Season in The Abyss”, “Dead Skin Mask” e la luciferina “Hell Awaits”. Ultime canzoni di una prima parte di set che ha lasciato senza fiato praticamente tutto il palazzetto.

Senti davvero di poter sfiorare la storia, di partecipare a qualcosa da ricordare. E così eccole davvero le note finali, quell’ultima danza da regalare ai fan e quindi via, senza sosta, con “South Of Heaven”, Raining Blood”, “Chemical Warfare” ed “Angel Of Death”. Bello il ricordo del compagno di battaglia Jeff Hanneman, con l’ultimo telone dei nostri e l’emblematica scritta “Still reingning”.

Lo show finisce, Kerry, Tom, Gary e John al centro del palco per ringraziare i presenti. Per essere stati parte di un pezzo importante di storia dell’heavy metal. Un pubblico conquistato e la lenta uscita di scena. Resta solo Tom Araya, che si attarda ed arriva al centro del palco. Con la voce quasi rotta dall’emozione, in italiano, saluta il Forum.

“Grazie mille. Mi mancherete”. Maledetti, ci avete fatto piangere.

N.B. Foto live di repertorio

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

2 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. Christian

    Confermo: commovente. Concerto epico e ottima recensione. Unico appunto: gli spettatori erano 12.500.

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  2. Devil

    Yultime pagine scritte, quelle che rispondono al nome di “Repentless”, “Blood Red” e “Disciple”. Come no, blood red èdel 90 disciple del 2001 proprio le ultime pagine…lascia perde

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