Slayer / Carcass / Behemoth: Live Report e Foto del concerto di Milano

Un’occasione succulenta, quella per i fans italiani: vedere tre gruppi come Slayer, Carcass e Behemoth in una volta sola, approfittando dell’estate (leggi: canicola fino a quando il sole non decide di andare a dormire) e dunque della possibilità di godere di un concerto all’aria aperta, in una location allestita appositamente in quel di Milano. E’ tutto oro quel che luccica? Non proprio… Se la performance dei musicisti è stata oltremodo convincente sotto tutti i punti di vista prettamente musicali e il Market Sound si rivela un’area ben allestita, bisogna innanzitutto lamentare la scarsità di pubblico, i prezzi un po’ esagerati delle cibarie, il suono veramente molto basso (per i Behemoth, specie durante i primi pezzi, al limite del sussurro) e all’abitudine sempre più diffusa di tenere “separate” sul fronte stereo le due chitarre, con il risultato che chi è esattamente al centro riesce a sentire tutto mentre chi sta a lato soffrirà di sbilanciamenti sonori non da poco… Comunque sia, qui il resoconto della giornata.


BEHEMOTH

Tocca al team polacco capitanato da Nergal aprire le danze di questa giornata, quando il sole è ancora ben lungi dallo scendere: questo sarà, insieme al volume troppo basso, il fattore che andrà ad influire sulla performance globale dei Behemoth: la teatralità blasfema (esplicitata anche in parole, vedi l’espressione fra il primo e il secondo brano non proprio da parrocchia) del gruppo rende al meglio quando sono calate le tenebre e il make-up, con tanto di sangue finto e cambiamenti in corso d’opera sottolinea in maniera perfetta il sound delle canzoni, prendendo come riferimento l’ultima prova “The Satanist”. Pubblico sparuto ma partecipe che apprezza sempre più la band, rodata e ottimamente posizionata sul palco.

 

 

 

 


CARCASS

L’intro “1985” dall’ultimo full length “Surgical Steel” annuncia l’ingresso di Jeff Walker e Bill Steer, veri mattatori del gruppo accompagnati da Ben Ash e Daniel Wilding: l’abbigliamento del lungocrinito chitarrista suscita qualche risolino (camicia giallina aderente e pantalone blu, da hippy rimasto in un viaggio anni ’70), che viene prontamente smorzato quando la bestia che è in lui si scatena e comincia a macinare accordi e riff, muovendo sè stesso e la propria capigliatura al ritmo di pezzi storici come “Buried Dreams“, tracce di pochi anni fa come l’accattivante “The Granulating Dark Satanic Mills” fino ad arrivare al trittico finale, vera e prorpia manna dal cielo per i seguaci del quartetto. Jeff Walker, col suo ringhio infernale e il suo basso maneggiato a mò di chitarra è un frontman navigato e riesce a coinvolgere il pubblico che man mano si va ad aggiungere a questa festa estrema. Qui si parla indiscutibilmente della storia del metal, di un gruppo che via via negli anni ha guadagnato consensi che all’inizio di carriera sembravano ben lontani dall’arrivare ed è sempre una gioia vedere questi alfieri albionici suonare ed essere così chirurgicamente (visti i temi trattati) letali.

Setlist

  1. Unfit for Human Consumption
  2. Buried Dreams
  3. Incarnated Solvent Abuse
  4. Cadaver Pouch Conveyor System
  5. The Granulating Dark Satanic Mills
  6. Captive Bolt Pistol
  7. Corporal Jigsore Quandary
  8. Keep On Rotting in The Free World
  9. Heartwork

SLAYER

Iniziano in anticipo gli Slayer, con uno sfondo palco che richiama la copertina dell’ultimo “Repentless” e delle luci che fin dall’intro del brano stesso si fanno notare in positivo: la tripletta iniziale riesce a far salire pian piano il calore del pubblico ma è con “Mandatory Suicide” e “Fight Till Death” che i quattro cavalieri dell’Apocalisse spianano la strada per lo schiacciasassi a velocità incontrollabile rappresentato dal loro suono e ne tirano via il freno a mano con la violenta “War Ensemble” e mai definizione più azzeccata di “macchina da guerra” può essere appioppata a Tom Araya e compagni.

OK, va bene che il barbuto cantante/bassista non può più fare headbanging violento come una volta e che gli anni passano, ma la certezza di avere un Kerry King sempre in forma, col suo aspetto truce, con un compagno d’ascia come Gary Holt (veramente in palla e sempre più bestiale) e un mastro picchiatore come Paul Bostaph fa sì che il Male si possa nuovamente rendere Musica attraverso gli Slayer: il boato che accompagna “Dead Skin Mask”, definita come “a Slayer love song” preannuncia la palpabile atmosfera malsana creata dal riff iniziale (stessa provata successivamente per “South Of Heaven”, un pezzo oltremodo immortale) e la parata finale con “Seasons In The Abyss”, “Black Magic”, “Raining Blood” e la conclusiva “Angel Of Death”, accompagnata da sfondo in ricordo del compianto Jeff Hanneman, vedono la comparsa di una quinta con una croce rovesciata a rendere più “evil” il tutto, come se ce ne fosse bisogno.

Sempre un piacere vedere gli Slayer, sempre perfettamente oliati e che non perdono un grammo della loro carica di malvagità anche se, logicamente, la venue all’aperto e la limitazione del volume vanno leggermente a scalfire la prova confrontata con un concerto in club: ma tant’è, ben venga vedere un accorpamento di gruppi come quello di stasera e tornarsene a casa massacrati e felici.

 

Setlist:

  1. Repentless
  2. Disciple
  3. God Send Death
  4. Mandatory Suicide
  5. Fight Till Death
  6. War Ensemble
  7. When the Stillness Comes
  8. You Against You
  9. Postmortem
  10. Hate Worldwide
  11. Dead Skin Mask
  12. The Antichrist
  13. Pride in Prejudice
  14. Take Control
  15. Seasons in the Abyss

Encore:

  1. South of Heaven
  2. Raining Blood
  3. Black Magic
  4. Angel of Death

Fabio Meschiari

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Musica e birra. Sempre. In spostamento perenne fra Asia e Italia, sempre ai concerti e con la birra in mano. Suonatore e suonato, sempre pronto per fare casino. Da Steven Wilson ai Carcass, dai Dream Theater ai Cradle of Filth, dai Cure ai Bad Religion. Il Meskio. Sono io.

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