Sitting Bull: Live Report

BLACKIE’S DISTORTION (W.A.S.P. tribute) 12-04-2003

Se la perversione è il vostro pane quotidiano, la provocazione vi dai la comodità delle pantofole dopo due ore di camminata con zeppe stile anni ’70 ed il vostro senso della morigeratezza farebbe apparire il famigerato poeta De Sade come la conduttrice di ‘Le Frontiere dello Spirito’, allora avreste dovuto esserci sabato 12 Aprile al Sitting Bull, per poter gustare i Blackie’s Distortion, tributo ai selvaggi W.A.S.P. ‘Wild Child’, ‘Chainsaw Charlie’ e ‘I wanna need Somebody’ sono stati i classici che hanno fatto da biglietto da visita al quintetto milanese, dove spiccano una cantante ed una chitarrista, che si è prodotto in una prova tecnicamente non impeccabile, con alcuni errori e sbavature (in particolare la voce), ma mettendo sulle assi del palco molta energia, cosa che ha catturato il pubblico, il quale è apparso abbastanza reattivo alla voglia di colpire ‘alle parti basse’ del combo meneghino. Un’estemporanea ‘For Whom the Bell Tolls’, unita a ‘The Gipsy’, ‘Hellion’ e la chiusura lasciata all’anthem per eccellenza di chi vuole sfidare il galateo e Don Giovanni, ‘Animal (Fuck like a Beast)’ hanno suggellato una prestazione non certo stellare, anche perché, obbiettivamente, la voce non era del tipo adatta a lanciare le abrasive litanie di Mr. Blackie Lawless, troppo morbida e squillante. Va detto, però, che l’energia e la voglia di fare del selvaggio rock’n’roll è stata comunque sufficiente a lasciare un buon ricordo di questa tribute band e sperare i n un loro ritorno, magari cresciuti e più in forma ancora.

Andrea Evolti

REBEL LEGION+LAST RITES 18-04-2003

Non c’è n’è per nessuno! Gli anni’80, per il metal rimangono una fonte d’ispirazione inesauribile per il presente, il futuro (ed anche l’eternità?) del metal. Così venerdì 18 Aprile, al Sitting Bull di Certosa di Pavia, i Rebel Legion da Milano ed i Last Rites da Savona, hanno dato vita ad uno show che, sia nei pezzi di propria produzione che per le cover eseguite, affondavano le loro taglienti radici nella decade per eccellenza del metal classico ed estremo nel famigerato decennio d’oro degli Eighties. Ad aprire le danze i meneghini Rebel Legion, possenti energici e molto ammiccanti a quella miscela di thrash e power che fece la fortuna delle band a stelle strisce di due decadi fa, come Agent Steel e Metal Church. Tra i brani di loro produzione spiccano ‘Evil of Sodom’ e ‘Sluttish World’, non certo capolavori di originalità, ma energici e, soprattutto, ben suonati, forti di una quadratura chitarristica che è l’asse portante di questo tipo di metal. Chiudono la loro esibizione con il brano di Araya & Co. ‘ Tormentor’ dopo aver aperto lo show con la ‘danzereccia’ ‘ Living after Midnight’ dei Judas Priest. Tocca ora ai liguri Last Rites, anche loro forti di reminiscenze thrash, ma con un che in più di melodico e dediti ad una maggiore strutturazione dei pezzi, senza per questo uscire dall’ambito dell’estremo. Le cover di ‘Sweeting Bullets’ (Megadeth) ed ‘Into th e Pit’ (Testament) chiariscono la loro passione per un certo thrash tecnico e dove la melodia può giocare un ruolo fondamentale, ma sono i pezzi di propria produzione come ‘Psycho Killer’ e ‘Come’, grazie anche ad una buonissima esecuzione strumentale (oltre che ad una bella dose d’energia scaricata sul pubblico) ed un cantato possente, ha mostrare gli assi nella manica di questa formazione che può essere in grado di mostrare un sound personale (almeno nella mia modestissima opinione e senza nulla togliere ai Rebel Legion, sia chiaro!). Si chiude con la cover dei Quattro Cavalieri dell’Igiene Intima (scusa Leo, è fatto senza malizia!) di New York ‘Hail and Kill’, rivisitata in maniera molto energica e coinvolgente (chiedere a Leo per la conferma!). Due belle band, possenti, sanguigne e convinte, per una serata carica di puro ‘killing metal sound’.

Andrea Evolti

BOARDERS (Megadeth tribute)+TORMENT 19-04-2003

Thrash history per il Sitting Bull di Certosa di Pavia, sabato 19 Aprile. La serata si apre con i Torment, formazione tributo al thrash degli anni’ 80 più violento e diretto. Sempre carichi di spietata ferocia esecutiva e della voglia di generare un vero putiferio, i milanesi Torment, nonostante un prova con alcune pecche esecutive (alcune anche evidenti), sono riusciti a far accelerare le particelle umane presenti nella sala, grazie a classici come ‘Flag of Hate’, ‘Metal Command’, ‘Merciless Death’; e ‘Circle of the Tyrants’. Il singer, con un’impostazione volu tamente sguaiata, molto vicina a quella di Steve ‘Zetro’ Souza degli Exodus, è sicuramente una delle componenti di maggior impatto scenico, anche se non sempre impeccabile dal punto di vista tecnico, ma di fronte a tanta energia e furia annichilente, si può anche soprassedere, basta che non smettano di lavorare per eliminare queste lacune. Di certo, sotto il profilo della tecnica e dell’esperienza non hanno bisogno di lezioni i meneghini Boarders, tributo ai Megadeth ed oltre, che già aveva fatto faville nella sua precedente esibizione nel locale pavese. Pieno possesso delle proprie capacità strumentali, un cantante che ricorda moltissimo il buon Dave ‘Tyson’ Mustaine ed una scaletta che farebbe urlare di gioia (me compreso) ogni thrasher che si rispetti: ‘Hangar 18’, ‘;Peace sells..’, ‘Holy War’, Tornado of Souls’, ‘In my Darkest Hour’, ‘The Conjuring’ mettono subito al tappeto il pubblico. Successivamente ‘A tout le Monde’, ‘Lucretia’ e le celebri cover rifatte dai ‘Deth, ‘Paranoid’ e ‘Anarchy in U.K.’ danno il colpo di grazie, prima di entrare nella fase finale del concerto, dove la band lombarda si produce in cover di AC/DC, in un pezzo proprio (W.F.D.), Helloween, Judas e….Manowar! Ma attenzione, perché; ‘Hail and Kill’, l’anthem dei quattro guerrieri della Grande Mela vede i Boarders trasformarsi in quintetto e dietro al microfono, l’ ugola che dilania l’aria è quella di un uomo che ha dedicato la vita al barbarico quartetto di New York: lui, Leo Cammi, il direttore di Metal Knight, collega, amico e organizz atori di buona parte degli eventi musicali del Sitting Bull! Non si può dare un giudizio tecnico, perché la prova di Leo viene eseguita con il suo ‘metalheart’, con tutta la passione che lui mette in questa musica. Pertanto, 10 e lode al coraggio di Leo, all’energia e…a noi che siamo riusciti ad ascoltarlo!!! Scherzi a parte, ottima serata di grande thrash per appassionati del filone e non. E poi chi vi offre di vedere Leo, il ‘Montalbano’ del metal pavese a cantare ‘Hail and Kill’???

Andrea Evolti

TOXIC POISON+BAD TO THE BONE 22-04-2003

Generi diversi a confronto, al Sitting Bull, martedì 22 Aprile: il nu-metal incrociato con il thrash moderno dei Toxic Poison incontra il death/thrash di matrice più estrema dei Bad to the Bone. Ovviamente questo match non ha generato un vincitore ed un vinto, bensì un’ onda d’urto di tutto rispetto, che ha potuto far vacillare felicemente il pubblico del club pavese (neppure troppo esiguo se si pensa alla serata infrasettimanale ed al ponte per il 25 che ha portato molte persone via per queste vacanze-flash). Aprono i Bad to the Bone, formazione emiliana, e si ha subito la piacevole sorpresa di una band potente, energica e con un ottimo controllo del bagaglio tecnico. L’impatto di pezzi come ‘Song for a Raper’ oppure ‘Misguided Martir’, i quali mischiano la potenza dei primi Dark Angel con le laceranti e dinamiche melodie degli albori del death svedese (Desultory, primi At the Gates ed Entombed, Dismember) e che sono presenti su ‘ Darkness Obsessed’, primo demo del quintetto dell’Emilia-Romagna, risultano molto coinvolgenti grazie anche alla prestazione tecnica e scenica dei componenti dei B.T.T.B., che non si risparmiano certo in quanto a sudore versato. Certo devono ancora maturare, perché le influenze appaiono palesi, per il momento, ma già quello che stanno producendo è di buona fattura e le premesse ci sono tutte. Idem per il talento, ma con una maggior concretizzazione di questo ed un’esperienza non trascurabile, per il four-piece dei Toxic Poison. Dediti ad un nu-metal molto violento, che non perde occasione per riallacciarsi al discorso di band dedite al power/thrash moderno come, Sepultura dell’ultimo periodo, Pantera, primi Machine Head, Torque, Skinlab, i Toxic Poison possono essere visti come esponenti dell’ ala più ‘metallica’ del nuovo corso del crossover moderno (o nu-metal, se proprio volete essere trendy). Sound di chitarre potentissimo, pertanto, basso e batteria a spezzare ritmi sincopati ma molto vari, grazie alle scelte di Mauro (basso) e Za (batteria), molto ispirati da band moderne ma ‘intelligenti’ e ‘pericolose’ come System of a Down e Mudvaine. ‘Hate’, ‘A different Life’ e ‘Far Away’ , che compongono anche la loro ultima fatica autoprodotta, incidono, lacerano carni ed anima, ma senza mai ripetersi e diventare noiose o manieristiche, grazie anche ad una fluidità dinamica del songwriting e della ricerca melodica (senza che questa stemperi la violenza o la voglia di sperimentare) che consentono all’ascoltatore di la sciarsi coinvolgere dalle strutture delle loro song, che ruotano molto attorno alla ‘falcidiante’ chitarra di Alo e la buona voce di Teo (ottimo anche come front-man). Si chiude con cover di Sepultura e Slayer, tanto per gettare ancora un po’ di distruzione in pasto ai presenti (o i presenti in pasto alla distruzione…fate un po’ voi) e far capire che i Toxic Poison non sono quattro ‘skater’ che urlano ‘yo yo’ suonando sempre lo stesso accordo di chitarra. Da tenere d’occhio anche loro.

Andrea Evolti

COWBOYS FROM HELL (Pantera tribute) 24-04-2003

Mancava all’appello una band tributo al temibile e possente quartetto texano dei Pantera e, prontamente, il Sitting Bull di Certosa di Pavia ha offerto al suo pubblico, giovedì 24 Aprile, vigilia della festa di Liberazione nazionale, il quartetto torinese dei Cowboys from Hell (nome che usano solo per il tributo; per le esibizioni con brani propri si fanno chiamare Fucking Drill – N.d.A.), specializzato nel repertorio di Mr.Anselmo e soci. Tecnicamente validi, il four-piece piemontese, che incentra il suo repertorio sui quattro album più celebri della band statunitense (da ‘Cowboys..’ a ‘The Great…’), ha risentito di un assetto suoni un po’ debole e poco definito; in particolare la voce, con volumi un po’ troppo esigui ed equalizzazione che ne smorzava la potenza, ha risentito molto sotto il profilo dell’impatto, nonostante il buon lavoro (per quello che si è potuto apprezzare) del singer di Torino, specialmente in pezzi c ome ‘Mouth for War’, ‘Fucking Hostile’, ‘ Domination’ e ‘Five Minutes Alone’. Per il resto buona anche la presenza scenica, anche se un pubblico non certo numeroso, ha fiaccato lievemente l’entusiasmo dei quattro thrasher piemontesi, e, soprattutto, la resa di brani schiacciasassi come ‘By Demons be Driven’, ‘ Primal Concrete Sledge’ e ‘Strength beyond Strength’, di solito non conosciutissimi rispetto a pezzi come ‘Walk’. Buona band per un tributo non certo facile. Un consiglio: la prossima volta veniteli a vedere!

Andrea Evolti

POWERSLAVE (Iron Maiden tribute) 26-04-2003

Di band tributo alla vergine di ferro ne è piena l’Italia, questo lo sappiamo, ma non tutte riescono a centrare a pieno l’obbiettivo di riproporre, con la medesima energia e qualità artistica, quello che viene fatto dalla formazione inglese, specialmente quando si tratta di cantare brani realizzati dall’accoppiata Di Anno/Dickinson. Per fortuna esistono i Powerslave, uno splendido quintetto di Lodi che, sabato 26 Aprile ha incendiato il Sitting Bull di Certosa (PV) con una performance da 10 e lode e con un repertorio “d’essay”, per veri amanti dei Maiden, con song spesso poco suonate dal vivo pure da Steve Harris & Co.. ‘ Moonchild’ ha fatto vibrare l’aria di quell’energia magica di un castello dove si sta compiendo un antico sortilegio, mentre ‘The Prisoner’ ha mostrato un comparto chitarre di primissima qualità, per precisione, fedeltà ad un certo trade-mark sonoro e sincronia esecutiva. Ma quando si arriva a pezzi come ‘The Trooper’, ‘Wasted Years’ e ‘The Number of the Beast’ che sale in cattedra un singer della voce possente, pulitissima nella sua prestazione, dotata e con, soprattutto, con la forza espressiva che deve avere chi canta un pezzo dei Maiden. Senza voler oscurare il resto di una band eccellente, che vanta una sezione ritmica ‘ elvetica’ e che sa dare il tiro giusto ad ogni pezzo, brani come la classica ‘Hallowed be Thy Name’ o ‘Still Life’, hanno due marce in più quando ad eseguirle c’è un cantate di questa caratura, sicuro, anche, nel tenere il palco; forse, e qui bisogna fare un piccolo appunto a tutto il five-piece lodigiano, dovrebbero essere più ‘esagerati’ nella loro presenza scenica, visto che parliamo di una tribute band. Sorvolando, però, su queste minuzie tecniche, i Powerslave si propongono come la tribute band per ‘intenditori’ degli Iron, quelli che amano anche i pezzi meno suonati, ma comunque in grado di far esplodere veri spettacoli pirotecnici di emozioni ed adrenalina. Una band con la stoffa…perché non provano anche a proporci qualcosa di loro?

Andrea Evolti

DEAD OR ALIVE (Bon Jovi tribute) 1-05-2003

Roba da non credere! Un tributo ai Bon Jovi, anzi, ‘il tributo italiano ufficiale’ alla band del caro ‘Giovanni Bongiovanni’, che suona davanti a 20 persone? Capisco che il 1 Maggio coincideva con un lungo ponte di ferie infrasettimanali, ma vi sembrano scherzi da fare (mi rivolgo al pubblico di Pavia, con il quale ho dei conti aperti da diverso tempo)? Sì perché i cinque componenti della tribute band Dead or Alive, oltre a suonare in maniera eccelsa le canzoni di una delle band di maggior successo e più ‘catchy’ degli anni ’80 (che venivano classificate come ‘metal soft’ da certa stampa solo perché avevano i capelli lunghi e cotonati…capirai, allora li portavano anche i Ricchi e Poveri!), hanno puntato su di un repertorio da veri ‘intenditori’, mettendo da parte le tristi uscite degli ultimi tempi, se si eccettuano la hit ‘It’s my Life’ e la ‘lacrimogena’ ‘Always’, per puntare su brani storici come ‘Runaway’, ‘You give Love a Bad Name’ e ‘One Wild Night’. Tutto il meglio, quindi, dell’;hard melodico della formazione americana di Jon Bon Jovi e Ritchie Sambora, con chitarra aggressiva e stradaiola, tastiere pompose dei migliori Eighties (suonate dall’ex Eldritch ed ora Death SS, Oleg Smirnoff), una sessione ritmica semplice, quadrata ma di un’efficacia ed un tiro mortale e, ciliegina sulla torta, un cantante di prima categoria, con una voce grintosa, tagliente e che vantava una pronuncia invidiabile (fon troppo, visto che faceva anche le presentazioni in inglese! Alla fine, però, ha sfoderato un accento da toscanaccio spiazzante!), oltre che un comparto cori di prima categoria. Fatto sta che, nonostante il pubblico fosse esiguo come numero, i cinque toscani sono riusciti, con pezzi come ‘Keep the Faith’, ‘ Wanted, Dead or Alive’, ‘Bounce’ e ‘Living on a Prayer’;, ha diffondere quell’adrenalina che, purtroppo, non si sente più tanto spesso in giro in molte formazioni rock, le quali, forse, hanno dimenticato questo patrimonio di entusiasmo ed ottimismo (e non falso positivismo) proveniente dall’hard melodico di due decadi fa. Gran tributo, grandi musicisti, per una serata che avrebbe meritato, gente, un party pieno di urla e birre e pure molte ragazze entusiaste (questa caratteristica manca un po’ troppo spesso, a dir la verità!).

Andrea Evolti

ENDLESS TIME+MAIN PAIN 4-05-2003

Due ritorni al Sitting Bull di Certosa (PV), per la serata di domenica 4 Maggio, con un’accoppiata per gusti metallici abbastanza eterogenei. Endless Tima da Milano, con un epic-speed caratterizzato anche da venature folk (nelle parti vocali) e Main Pain, di Novara, granitici e distruttivi, con il loro power metal robusto e dalle reminiscenze thrash primi anni ’80. Ad aprire la serata è il six-piece meneghino che, dai tempi dell’ uscita del demo ‘Ancient Tales’, sembra aver fatto considerevoli passi avanti, anche se persistono difetti derivanti dal songwriting dei vecchi brani. In particolare, la voce della bassista Laura, sembra aver sviluppato maggior potenza, nonostante rimanga poco a suo agio nelle linee vocali di pezzi come ‘Screaming of my Soul’ e ‘Circle of Thunder’. Putroppo, suoni non molto ben definiti hanno intaccato la prestazione delle due chitarre, che hanno mostrato il loro punto di forza nei fraseggi melodici. Buoni gli arrangiamenti dei cori, mentre il drum-work, specialmente nelle cover come ‘I Want Out’, ‘Fear of the Dark’ ed ‘Hallowed Be Thy Name’, poco intricati per natura, ma dove è necessario dare ‘tiro’ ai pezzi, è apparso debole e non molto incisivo. Nel complesso, però, una discreta prova, anche per l’energia mostrata dal sestetto milanese e che, probabilmente, deve solo cercare di definire meglio la sua identità musicale. Definizione che, invece, non sembra essere una lacuna per i Main Pain, visto che già il guitar-work di pezzi come ‘Kiss of Death’ e ‘Blood Arena’ (ottimi i suoni! Dimostrazione che, con strumentazioni diverse, non è facile offrire il giusto sound a tutte le band che suonano nello stesso evento; ciò va detto per onesta verso gli Endless Time) evoca immagini di rocce scagliate dalla mano nerboruta di un titano inferocito. Trascinanti come i migliori gruppi power a stelle e strisce, potenti come il primo thrash Bay Area e ruvidi al punto giusto come formazioni tedesche di speed brutale quali Grave Digger o Rage, i Main Pain, snocciolando track quali ‘The Ghost of Sinai’ o ‘Room 666’, dimostrano la loro incontenibile natura live di distruttori di colli, tanto stimolano il più feroce headbanging. La peculiarità della ruvida e gutturale (a tratti) voce del singer, molto vicina a quella di Chris Bolthendal (Grave Digger), supportata dal penetranti falsetti del chitarrista ritmico/corista, in pieno stile Priest, esaltano la natura bellica del quintetto di Novara che si produce in versioni ipervitaminizzate di ‘The Trooper’, ‘Animal (Fuck like a Beast)’ e ‘Breaking the Law’, per un finale che avrebbe come sfondo ideale un fungo atomico tale e tanta e la potenza di fuoco dei piemontesi, un’altra band da tenere sottocchio. Alla prossima!

Andrea Evolti

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