Sitting Bull Aggiornato

POWERSLAVE (Iron Maiden tribute) 26-04-2003 Di band tributo alla vergine di ferro ne è piena l’Italia, questo lo sappiamo, ma non tutte riescono a centrare a pieno l’obbiettivo di riproporre, con la medesima energia e qualità artistica, quello che viene fatto dalla formazione inglese, specialmente quando si tratta di cantare brani realizzati dall’accoppiata Di Anno/Dickinson. Per fortuna esistono i Powerslave, uno splendido quintetto di Lodi che, sabato 26 Aprile ha incendiato il Sitting Bull di Certosa (PV) con una performance da 10 e lode e con un repertorio “d’essay”, per veri amanti dei Maiden, con song spesso poco suonate dal vivo pure da Steve Harris & Co.. ‘Moonchild’ ha fatto vibrare l’aria di quell’energia magica di un castello dove si sta compiendo un antico sortilegio, mentre ‘The Prisoner’ ha mostrato un comparto chitarre di primissima qualità, per precisione, fedeltà ad un certo trade-mark sonoro e sincronia esecutiva. Ma quando si arriva a pezzi come ‘The Trooper’, ‘Wasted Years’ e ‘The Number of the Beast’ che sale in cattedra un singer della voce possente, pulitissima nella sua prestazione, dotata e con, soprattutto, con la forza espressiva che deve avere chi canta un pezzo dei Maiden. Senza voler oscurare il resto di una band eccellente, che vanta una sezione ritmica ‘elvetica’ e che sa dare il tiro giusto ad ogni pezzo, brani come la classica ‘Hallowed be Thy Name’ o ‘Still Life’, hanno due marce in più quando ad eseguirle c’è un cantate di questa caratura, sicuro, anche, nel tenere il palco; forse, e qui bisogna fare un piccolo appunto a tutto il five-piece lodigiano, dovrebbero essere più ‘esagerati’ nella loro presenza scenica, visto che parliamo di una tribute band. Sorvolando, però, su queste minuzie tecniche, i Powerslave si propongono come la tribute band per ‘intenditori’ degli Iron, quelli che amano anche i pezzi meno suonati, ma comunque in grado di far esplodere veri spettacoli pirotecnici di emozioni ed adrenalina. Una band con la stoffa…perché non provano anche a proporci qualcosa di loro? Andrea Evolti DEAD OR ALIVE (Bon Jovi tribute) 1-05-2003 Roba da non credere! Un tributo ai Bon Jovi, anzi, ‘il tributo italiano ufficiale’ alla band del caro ‘Giovanni Bongiovanni’, che suona davanti a 20 persone? Capisco che il 1 Maggio coincideva con un lungo ponte di ferie infrasettimanali, ma vi sembrano scherzi da fare (mi rivolgo al pubblico di Pavia, con il quale ho dei conti aperti da diverso tempo)? Sì perché i cinque componenti della tribute band Dead or Alive, oltre a suonare in maniera eccelsa le canzoni di una delle band di maggior successo e più ‘catchy’ degli anni ’80 (che venivano classificate come ‘metal soft’ da certa stampa solo perché avevano i capelli lunghi e cotonati…capirai, allora li portavano anche i Ricchi e Poveri!), hanno puntato su di un repertorio da veri ‘intenditori’, mettendo da parte le tristi uscite degli ultimi tempi, se si eccettuano la hit ‘It’s my Life’ e la ‘lacrimogena’ ‘Always’, per puntare su brani storici come ‘Runaway’, ‘You give Love a Bad Name’ e ‘One Wild Night’. Tutto il meglio, quindi, dell’hard melodico della formazione americana di Jon Bon Jovi e Ritchie Sambora, con chitarra aggressiva e stradaiola, tastiere pompose dei migliori Eighties (suonate dall’ex Eldritch ed ora Death SS, Oleg Smirnoff), una sessione ritmica semplice, quadrata ma di un’efficacia ed un tiro mortale e, ciliegina sulla torta, un cantante di prima categoria, con una voce grintosa, tagliente e che vantava una pronuncia invidiabile (fon troppo, visto che faceva anche le presentazioni in inglese! Alla fine, però, ha sfoderato un accento da toscanaccio spiazzante!), oltre che un comparto cori di prima categoria. Fatto sta che, nonostante il pubblico fosse esiguo come numero, i cinque toscani sono riusciti, con pezzi come ‘Keep the Faith’, ‘Wanted, Dead or Alive’, ‘Bounce’ e ‘Living on a Prayer’, ha diffondere quell’adrenalina che, purtroppo, non si sente più tanto spesso in giro in molte formazioni rock, le quali, forse, hanno dimenticato questo patrimonio di entusiasmo ed ottimismo (e non falso positivismo) proveniente dall’hard melodico di due decadi fa. Gran tributo, grandi musicisti, per una serata che avrebbe meritato, gente, un party pieno di urla e birre e pure molte ragazze entusiaste (questa caratteristica manca un po’ troppo spesso, a dir la verità!). Andrea Evolti ENDLESS TIME+MAIN PAIN 4-05-2003 Due ritorni al Sitting Bull di Certosa (PV), per la serata di domenica 4 Maggio, con un’accoppiata per gusti metallici abbastanza eterogenei. Endless Tima da Milano, con un epic-speed caratterizzato anche da venature folk (nelle parti vocali) e Main Pain, di Novara, granitici e distruttivi, con il loro power metal robusto e dalle reminiscenze thrash primi anni ’80. Ad aprire la serata è il six-piece meneghino che, dai tempi dell’uscita del demo ‘Ancient Tales’, sembra aver fatto considerevoli passi avanti, anche se persistono difetti derivanti dal songwriting dei vecchi brani. In particolare, la voce della bassista Laura, sembra aver sviluppato maggior potenza, nonostante rimanga poco a suo agio nelle linee vocali di pezzi come ‘Screaming of my Soul’ e ‘Circle of Thunder’. Putroppo, suoni non molto ben definiti hanno intaccato la prestazione delle due chitarre, che hanno mostrato il loro punto di forza nei fraseggi melodici. Buoni gli arrangiamenti dei cori, mentre il drum-work, specialmente nelle cover come ‘I Want Out’, ‘Fear of the Dark’ ed ‘Hallowed Be Thy Name’, poco intricati per natura, ma dove è necessario dare ‘tiro’ ai pezzi, è apparso debole e non molto incisivo. Nel complesso, però, una discreta prova, anche per l’energia mostrata dal sestetto milanese e che, probabilmente, deve solo cercare di definire meglio la sua identità musicale. Definizione che, invece, non sembra essere una lacuna per i Main Pain, visto che già il guitar-work di pezzi come ‘Kiss of Death’ e ‘Blood Arena’ (ottimi i suoni! Dimostrazione che, con strumentazioni diverse, non è facile offrire il giusto sound a tutte le band che suonano nello stesso evento; ciò va detto per onesta verso gli Endless Time) evoca immagini di rocce scagliate dalla mano nerboruta di un titano inferocito. Trascinanti come i migliori gruppi power a stelle e strisce, potenti come il primo thrash Bay Area e ruvidi al punto giusto come formazioni tedesche di speed brutale quali Grave Digger o Rage, i Main Pain, snocciolando track quali ‘The Ghost of Sinai’ o ‘Room 666’, dimostrano la loro incontenibile natura live di distruttori di colli, tanto stimolano il più feroce headbanging. La peculiarità della ruvida e gutturale (a tratti) voce del singer, molto vicina a quella di Chris Bolthendal (Grave Digger), supportata dal penetranti falsetti del chitarrista ritmico/corista, in pieno stile Priest, esaltano la natura bellica del quintetto di Novara che si produce in versioni ipervitaminizzate di ‘The Trooper’, ‘Animal (Fuck like a Beast)’ e ‘Breaking the Law’, per un finale che avrebbe come sfondo ideale un fungo atomico tale e tanta e la potenza di fuoco dei piemontesi, un’altra band da tenere sottocchio. Alla prossima! Andrea Evolti QUETA+CLOVEN 8-05-2003 Due band da Milano per una serata all’insegna del crossover/nu-metal, genere che trova terreno fertile nel capoluogo lombardo. Aprono i Cloven, con un set molto breve (motivazioni di tempo) di tre pezzi tratti da un mini-CD di prossima uscita, tra cui il singolo ‘Time to Feel Good’. Buona capacità tecnica, senso del mestiere ed anche una certa personalità che sembra in grado di ravvivare i parametri, a volte un po’ troppo sfruttati, di questo filone. Da migliorare un po’ la presenza scenica, ma per il resto, niente male. Si passa ai Queta, più dissonanti e vicini a certi sperimentalismi atmosferici dei Deaftones e con un cantato in italiano che sembra funzionare a tratti, nonostante la buona prova del singer e di una formazione che appare già abbastanza rodata. ‘Del Male’ e ‘Come Aria’ mostrano qualità, rafforzati da una presenza scenica più consapevole, anche se il cordone ombelicale con certi mostri sacri non è ancora stato del tutto reciso; ma le carte buone ci sono in questo mazzo. ‘Circle Away’ e ‘Diverso’ chiudono in maniera più che adeguata un buon appuntamento per gli estimatori del sound più in voga del momento. Andrea Evolti ENSOPH+LIFEND 9-05-2003 L’estremo unito alla melodia, tinto da sottili linee gotiche: un mostro di Raimi con malinconica lacrima di Pierrot. I meneghini Lifend ed i veneziani Ensoph, formazioni blasonate all’interno del panorama underground metal italiano, hanno offerto uno splendido show Venerdì 9 Maggio al Sitting Bull. Il sestetto di Milano, che ha aperto la serata con il suo death-melodico che s’incrocia a linee ed atmosfere di quel tipo di gothic che richiama band come Within Temptation o Lacuna Coil, sono un vero fenomeno di metal boarderline. Potenza, velocità, partiture complesse al limite del techno-death, ma sempre stemperate dalla voce di Sara, sognate, malinconica ed introspettiva nei brani quali ‘Breathing my Anguish’ e ‘Open Wound’. Supportata dalle voci growling e screaming di basso e chitarra ritmica, i Lifend mettono veramente al tappeto l’ascoltatore con la loro personalità, anche se una maggior varietà nel cantato della singer meneghina sarebbe un ulteriore passo in avanti verso il loro completamento stilistico. La cover di ‘Enjoy the Silence’ dei Depeche Mode ed il nuovo brano (il migliore finora composto, sul mio personalissimo cartellino) ‘Spiral Dance’, chiudono una gig forte di una sobria ma energia presenza scenica. Con i veneti Ensoph si entra veramente in quel mondo chiamato avantgarde-metal, vista l’immagine assolutamente accattivante ed ambigua di una formazione (un sestetto, ma, per un incidente sul palco al primo brano, la flautista si è ritrovata con lo strumento danneggiato ed impossibilitata a suonare…la presa, professionalmente, con un sorriso. Meno male che lo spirito è quello giusto) che fa largo uso di campionamenti sia di musica classica che al limite della techno-dance melodica. La base, però, quella di un metal gotico vigoroso e che sembra pescare nei territori degli …and Ocean, rimane ed i pezzi come ‘Shattered Void’ e Jildabaoth (at the Sping of Time), mostrano tutta la grandeaur di un combo che mette in musica e presenza scenica, quello che la loro immagine promette: affascinante decadentismo senza tempo, tra passato e futuro, quasi una Parigi bohemienne trasportata nell’anno 2150. Ottima la prestazione globale ed anche dei singoli (peccato per la flautista e per il suono non chiarissimo della chitarra) e molto bella la cover die Tears for Fears ‘Shout’. Due facce delle infinite linee di confine del metal. Andrea Evolti AHRCANA 10-05-2003 Serata importante per il quintetto degli Ahrcana, da Milano. Infatti, la formazione lombarda, presentava Sabato 10 Maggio, il suo full-length di debutto ‘Into the Prophecy’, disco che, a detta dei colleghi che l’hanno ascoltato, veramente ben realizzato e con le carte in regola per lasciare il segno nei fan dell’epic/heavy classico. Purtroppo, il five-piece meneghino, ha dovuto far fronte all’improvvisa defezione di Halley, il singer che aveva appena registrato il disco, riuscendo però a trovare un degno sostituto che, nonostante le ovvie difficoltà di amalgama ed assimilazione dei brani dovute alla scarsità di tempo a disposizione, ha mostrato energie e potenza, oltre ad un’ottima tecnica…anzi, scusate, hanno, visto che i cantanti, che si alternavano nell’esecuzione di brani come ‘Follow the Sing’, ‘Gates to Realm’ e ‘Long Life to the Dark Elf’, erano due. Un buon suono, l’esecuzione strumentale più che discreta, specialmente la batteria a sostenere i tipici up-tempo dello speed di marca europea, ed una rilassatezza da chi sa di aver fatto tutto il possibile, nonostante i contrattempi, per rendere al meglio sul palco, hanno trasformato il concerto in una festa molto divertente, sia per il pubblico che per i musicisti. Certo le sbavature non sono mancate ed i brani, nonostante la bontà della confezione, palesano ancora una personalità ‘titubante’ di fronte ai canoni del genere, ma l’energia dei due singer (e di tutta la band), nell’interpretare le cover ‘Fear of the Dark’, ‘Hail and Kill’ (Piccolo quiz: secondo voi chi poteva essere l’erculeo individuo rapato a zero che si agitava davanti al palco facendo il classico segno dei Manowar? Kojak? Schwazenegger dopo essere passato sotto la cura Cesare Ragazzi? Oppure il nostro caro Leo Cammi? Il vincitore riceverà un DVD della festa del 8° compleanno di Eric Adams, quando gli hanno regalato la prima mutandina di peluche) e ‘Rebellion’ ha fatto scatenare fino all’ultimo il pubblico, con ovazione finale per gli Ahrcana. Quale dei due cantanti, ora, sceglieranno? Andrea Evolti D_TOUVH+BLINDFAD 15-05-2003 Blindfad e D_Touch, due realtà del crossover made in Novara, approdano al Sitting Bull. Giovedì 15 Maggio, la serata dedicata a questa frontiera tra metal, alternative sound ed hard-core, viene aperta dai Blinfad con brani come ‘Confusion takes your Place’ e ‘Method’. La formazione, fortemente ispirata dai gruppi nu-metal del momento d’oltreoceano, mostra una buona padronanza strumentale ed anche una certa scioltezza sul palco, anche se l’impatto denota ancora una certa inesperienza. Le composizioni sono gradevoli, ma pagano ancora lo scotto delle influenze portate dai singoli componenti della formazione piemontese. Non male, comunque, ma la strada è ancora lunga.

Altra storia per quel che concerne i concittadini, D_Touch. Esperienza, tecnica, impatto scenico e personalità spiccata permettono al combo di Novara di far presa sull’interesse del pubblico con un mix di crossover moderno e di new-thrash molto tecnico ed aggressivo, cosa che ha fatto piacere agli estimatori (vedi il sottoscritto) del thrash ‘acrobatico’ e martellante di scuola a stelle e strisce. Pezzi dal demo, come ‘Sunshine’, si sono alternati alle nuove produzioni come la conclusiva ‘Dream’ a cover di band quali Verdena (‘Song 1’…meglio della versione originale sicuramente), ‘Falling Apart’ dei Trust Company e ‘Inner Vision’ dei System of a Down. La band colpisce duro, non si risparmia ed il suo stile coinvolgente e pirotecnico, grazie ad altri pezzi dell’ottimo demo prodotto come ‘My Eyes’ e ‘Reflections’ suggellano una serata ottima per una band da tenere d’occhio, che può travalicare i limiti del genere con una forte personalità. Andrea Evolti POWER SYMPHONY+FUORI USO 18-05-2003 Un’accoppiata strana al Sitting Bull (no, non siamo io e Leo che cantiamo un pezzo degli Stratovarious!): gli strett-rocker Fuori Uso assieme ai monzesi Power Symphony, freschi del nuovo mini-CD che anticipa di qualche mese l’uscita del nuovo full-length. Aprono i Fuori Uso i quali, nonostante il nome, uso l’inglese per i testi ed è subito ‘Let’s Party’ con un suono bruciante e viscerale che ripesca quanto fatto da Motley Crue e Twisted Sister, ma ripresentato con una chiave più grezza e rock’n’roll oriented, a seguito dell’ondata di nuove band come Hardcore Susperstar. ‘Solid Guy’ e ‘Goin’ Fast’ esprimono appieno il tenore della band, energica e precisa allo stesso tempo, con un buon impatto visivo, che devo solo essere un po’ rafforzato. Finale con la classica cover di ‘Anarchy in U.K.’ per uno show di tutto rispetto e di sano rock-street senza troppi fronzoli inutili.

Tocca ai monzesi Power Symphony che hanno nella voce di Michela, uno dei loro punti di forza, oltre al songwriting delle chitarre ritmiche, arcano e coinvolgente nella sua miscela di epic-doom e primo power americano che ripesca negli albori di Manowar ed Omen. ‘Infinite Machine’, il brano più bello del mini di ultima pubblicazione, apre un concerto che si rivelerà sopra la media, per esecuzione, presenza scenica e trasmissione emotiva. Le atmosfere possenti ed arcane di ‘Only the Worth’, ‘Lucifer’ e ‘Nine Moons’, dove la tagliente voce di Michela si staglia con l’incisività dei fulmini in una notte estiva, mostrano tutto il talento e la personalità della band nel riproporre in una chiave moderna e velocizzata dalle influenze del power a stelle e strisce più veloce, un genere ormai praticato da pochi (specialmente in Italia, se si escludono gli eccezionali Doomsword). Come un cerimoniale sotto le arcate di una chiesa gotica, il concerto si conclude con le cover di ‘At the Gallows End’ dei Candlemass, preceduta dall’acustica ‘Song of Men’, i due preludi alla battaglia, per poi esplodere nel fragore delle armi con ‘Blood of the Kings’ dei Manowar (cover presente anche sul mini), che Michela interpreta molto meglio dal vivo, rispetto ad una versione su disco un po’ spenta e sotto le sue possibilità. Cala il sipario sulle brughiere di questo scontro epico e vi assicuro che se io sto elogiando un pezzo dei Manowar, vuol dire che vi siete persi un grande show di un gruppo da seguire come un culto. Andrea Evolti

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