RockLand Metal Festival III: il report del Festival – Day I

Anche stasera il Dagda Club di Borgo Priolo ospita un evento che è giusto definire di corposa importanza. Se infatti una band come i Rage non ha bisogno di presentazioni per chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la storia dell’heavy metal, è anche vero che ormai da qualche tempo ci troviamo di fronte ad un nuovo corso per il gruppo di Peavy Wagner, e al curiosità di vedere all’opera questa ultima formazione è molta. Se però saranno loro ad avere il ruolo di ciliegina sulla torta, va precisato che di per sé la serata è comunque caratterizzata dalla presenza di altre band con alle spalle una certa esperienza, dalle quali è lecito attendersi uno show all’altezza.

Non avendo potuto assistere per questioni di tempistiche all’esibizione dei Sinphobia, ci troviamo ad ascoltare come prima i band i nostrani Hour Of Penance. Qualcuno li ha definiti la gloria death metal nazionale e ci ha senza dubbio azzeccato. Nonostante la loro inclusione in una serata in cui l’headliner non garantisce una tipologia di pubblico avvezzo alla loro proposta, i nostri sciorinano una prestazione tecnicamente impeccabile e percorsa da una carica totalmente devastante. Suonano per poco meno di un’ora, ma piallano qualsiasi cosa si presenti loro davanti. La tracklist si chiude con la brutalissima “Misconception”: una vera mazzata che lascia i presenti tanto storditi (anche il volume forse esagerato ha contribuito), quanto soddisfatti.

Molto meno ci hanno invece impressionato gli svedesi Ereb Altor. Ammettiamo candidamente di non conoscere più di tanto le canzoni e di non avere ascoltato che pochi estratti dalla loro discografia, ma anche senza troppa preparazione ci vuol poco a capire come tutta la band vada a dormire la sera con un santino di Quorthon appoggiato sul comodino. Tra citazione ripetute dei Bathory più epici e momenti affini al più basilare e scolastico black metal di scuola scandinava, lo spettacolo scorre via senza regalare particolari emozioni (almeno a chi scrive). Ci pare di poter dire però che loro ci credono sul serio e che dal punto di vista scenografico ci sanno fare, visto che il palco lo tengono davvero bene. Peccato che la loro proposta artistica suoni invece troppo minimale ed eccessivamente ripetitiva.

Quando salgono sul palco i paladini della serata anche il locale diventa più affollato, a dimostrazione di come la maggior parte dei paganti fosse qui solo per loro. E la band non delude sicuramente le aspettative. La personalità e la simpatia di Mr. Wagner trasbordano sin dalle prime note (l’apertura è affidata all’accoppiata nuovo, “The Devil Strikes Again”, e classico, “Shadow Out Of Time”), così come è evidentissimo da subito che i suoni siano meno impastati e compressi di quanto udibile prima, anche se obiettivamente ulteriormente perfettibili.

Nonostante il pubblico non sia particolarmente numeroso in rapporto alla dimensione del locale la band ci da dentro con tutta la carica possibile, ed è il caso di dire che i presenti danno l’impressione di sentire sulla loro pelle tutta questa energia, perché non mancano di cantare ogni canzone e di incitare il gruppo ad ogni anche pur minima pausa.

L’atmosfera diventa così subito incandescente e la scaletta pressoché perfetta, anche perché decisamente zeppa di brani storici, contribuisce di molto al successo della serata. “From The Cradle To The Grave”, “The Pit And The Pendulum”, ma anche il super classico “Deep In The Blackest Hole” sono vere e proprie perle. Così come le vecchissime “Down By Law” e “Don’t Fear The Winter”, che quasi strappano una lacrimuccia ai più attempati tra i presenti che si ricordano gli albori non solo della band, ma dell’intera scena speed europea.

Si va verso la conclusione, ma c’è ancora tempo per il nuovo singolo, la bella “My Way”, ma soprattutto l’imperitura “Higher Than The Sky”, qui intervallata da un medley con “Holy Diver”, in cui il bravo chitarrista Marcos Rodriguez dimostra anche le su eccellenti doti vocali.

Un gran bel concerto, che testimonia come i Rage siano ancora in gran forma e come i recenti cambiamenti non abbiano intaccato la qualità di una band che rimane tra le più valide del metal continentale.

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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