Rock The Castle 2022 – Live Report e foto del Day 2 con Judas Priest, Saxon e altri

La seconda giornata del Rock The Castle è, almeno per quanto riguarda gli aspetti positivi, una fotocopia perfetta della precedente. Sono da sottolineare un aumento considerevole per quanto riguarda le presenze di pubblico (logico, considerato che è sabato, le band in cartellone sono più che appetitose e la fame di concerti che ci attanaglia da un pezzo); l’unico aspetto negativo, se lo vogliamo chiamare così, è il caldo che aumenta in modo sensibile rispetto al giorno precedente e non mollerà la presa fino al calare del sole. Per il resto, tutto bene anche oggi. Ma andiamo con ordine.

SKANNERS

Gli Skanners sono l’unica band italiana in programma nella giornata odierna, e per loro il tempo sembra non essere passato. Il loro heavy metal trasuda ancora della stessa forza delle origini, condito da quel pizzico di sfrontatezza che non può mancare in questa circostanza. La band festeggia i quarant’anni dalla fondazione, ma brani come “Starlight” o “Fight Back” suonano ancora attuali. Il pubblico partecipa con entusiasmo e scandisce alla perfezione i ritornelli di “Welcome To Hell” e di “We Rock The Nation”. Claudio Pisoni alla voce è sempre impeccabile ed è impossibile resistere alla sua forza e al suo carisma. Una conferma storica dell’heavy metal italiano, che si rivede sempre con piacere.

GIRLSCHOOL

Iniziamo con una curiosità: quando, alla fine dei primi tre brani, noi fotografi ci siamo incolonnati e siamo usciti dal pit, Kim McAuliffe, chitarrista e cantante delle Girlschool, ci ha salutati con molta cordialità, cosa che non succede praticamente mai. Un piccolo gesto, indicativo dello spirito di cameratismo che aleggia durante l’esibizione delle quattro bambine cattive britanniche. Non c’è bisogno di backdrop scintillanti, di orpelli di qualche genere: si suona, si canta, si infila giusto un ricordo di Lemmy qua e là, insieme all’esecuzione di “Bomber” verso la fine del breve concerto, a ricordo dei tour insieme a inizio anni ’80. Semplici, dirette, sfrontate, il rock delle Girlschool non tramonta mai e strappa sorrisi ogni volta che le vediamo. A loro vogliamo bene come a delle sorelle maggiori che, anche senza legami di sangue veri, ci indicano la strada e ci spiegano la vita. E ci fanno ballare e saltare al ritmo indiavolato di “C’mon Let’s Go”, di “Take It Like A Band” o di “Emergency”. Ciao ragazze, arrivederci a presto.

EXCITER

Fra i vari ritorni di vecchie glorie, è indubbiamente gradito quello dei prime mover dello speed metal, i canadesi Exciter. La formazione vede la sezione ritmica originale, formata dal batterista cantante Dan Beehler e il bassista Allan Johnson affiancata dal più giovane chitarrista Daniel Dekai. Anche in questo caso il repertorio è stata una rassegna di brani celebri, a partire dall’apertura affidata a “Violence and Force”, title track di uno degli album più famosi ed importanti della band. Com’è facilmente intuibile non si è trattato di un live troppo propenso a finezze, bensì una cavalcata tirata dall’inizio alla fine, che se da un lato non ha fatto delle dinamiche il suo lato più caratterizzante, dall’altro ha garantito quasi un’ora di divertimento ad alta velocità e potenza. Beelher si è dimostrato uno screamer ancora più che in forma e un batterista dotato di gran tiro ed energia, nonché un buon intrattenitore, bestemmie in italiano incluse. Johnson è un bassista solidissimo e Dekai un chitarrista perfettamente adeguato alla situazione, dovendo fra l’altro eseguire le parti del membro fondatore John Ricci. L’assalto sonoro è passato da classici quali “Stand Up and Fight”, “Heavy Metal Maniac” (uno dei loro brani bandiera, una vera dichiarazione di intenti), “Pounding Metal” e “Long Live the Loud”. I bis sono consistiti in “Feel The Kinife” e un’ottima versione di “Iron Fist” dei Motorhead, dedicata alle amiche Girlschool, che si godevano il concerto a fianco palco. In sostanza i canadesi hanno fatto il concerto che ci si poteva aspettare da loro, tirato, diretto, essenziale, e l’hanno fatto senz’altro al meglio, dimostrando che lo speed metal vecchia scuola ha ancora un bel po’ da dire, e l’apprezzamento del pubblico lo ha confermato. (Daniele Zago)

Setlist:

1. Violence and Force

2. Stand Up and Fight

3. Victims of Sacrifice

4. Die in the Night

5. Iron Dogs

6. Heavy Metal Maniac

7. Rising of the Dead

8. Pounding Metal

9. Blackwitch

10. Living Evil

11. Beyond the Gates of Doom

12. Long Live the Loud

13. Feel the Knife

14. Iron Fist

UFO

Dopo più di 50 anni di carriera, la leggendaria hard rock band inglese ha deciso di lasciare le scene con un tour d’addio. Fortunatamente in questo ultimo tour era inclusa come unica data italiana l’apparizione al Rock in the Castle. Se gli Exciter hanno rappresentato per la giornata la band più grezza e diretta, gli UFO hanno incantato con la loro classe innata ed un songwriting che ha qualcosa di miracoloso. L’apertura è stata affidata a “Fighting Man”, da “Sharks”, l’ultimo album registrato con Schenker nel 2002. Da lì in poi una carrellata di classici che rappresentano di quanto meglio sia mai stato scritto nell’ambito del british hard rock melodico. Titoli come “Only You Can Rock Me”, “Cherry” (con le caratteristiche parti di basso eseguite ottimamente da Rob De Luca degli Spread Eagle, che anche come aspetto e movenze pare un clone dell’indimenticabile Pete Way), la commovente “Love to Love”, sono dei classici senza tempo, eseguiti dalla band con una grande intensità, gusto melodico, e le dinamiche tipiche del loro sound. Phil Mogg, la cui voce se (a 74 anni suonati) non ha a tratti l’elasticità dei tempi della gioventù, ha compensato con esperienza ed eleganza, ottenendo così una prova vocale assolutamente convincente,. Ma tutti hanno suonato al meglio, dagli storici Andy Parker e Neil Carter, alle parti soliste di Vinnie Moore, che in questa situazione è sempre stato capace di tirare fuori la parte più melodica ed emozionale del suo stile. Grandi ovazioni del pubblico con brani colossali quali “Rock Bottom” e “Lights Out” e letteralmente un’esplosione col classico dei classici “Doctor Doctor”, con membri di Girlschool ed Exciter a fianco palco visibilmente esaltati. “Shoot Shoot” ha chiuso un’esibizione che (senza nulla togliere ai grandissimi concerti di chi è succeduto) per chi scrive è stata come intensità, qualità dei brani, ed intenzione della band, la migliore della giornata. I vecchi leoni britannici sanno ancora come dare lezioni a chiunque si avvicini alla loro materia sonora. Li rimpiangeremo. (Daniele Zago)

Setlist:

1. Fighting Man

2. Only You Can Rock Me

3. Cherry

4. Love to Love

5. Too Hot to Handle

6. Rock Bottom

7. Lights Out

8. Doctor Doctor

9. Shoot Shoot

SAXON

Certo, è vero, quello con i Saxon è ormai un appuntamento che ha il sapore dell’abitudine. Alzi la mano chi non ha mai incrociato il suo cammino con l’iconica band inglese nemmeno una volta nel suo percorso attraverso i festival metal, italiani e non. Questo approccio potrebbe far perdere di vista il nocciolo della questione, ovvero che, anche per quanto li riguarda, il giudizio è positivo su tutti i fronti, tenuto conto di una serie di brani che non perdono il loro appeal e di una band tuttora in forma. Certo, fa piacere ascoltare brani abbastanza nuovi come “Thunderbolt”, preludio a un nuovo album in uscita il prossimo autunno, ma diciamoci la verità: i fan dei Saxon vogliono ascoltare i cavalli di battaglia storici. L’entusiasmo sale quindi alle stelle soprattutto sui cori di “Wheels Of Steel”, su “Denim And Leather” o su “Power And The Glory”, per arrivare alla conclusione affidata a “Princess Of The Night”, comme d’habitude. 

Biff Byford troneggia imponente al centro della scena, vestito di tutto punto come sempre e fa da timoniere a una ciurma di pubblico scatenata e adorante ai suoi piedi. Ottime la resa strumentale e la tenuta di palco di chi si beve uno show dopo l’altro con la disinvoltura consumata di chi ha fatto la storia e continua a farla. Ottimo lavoro, ancora una volta. Li aspettiamo al varco ancora una volta in Italia, il prossimo ottobre, insieme a un’altra band storica, i Diamond Head, e siamo certi che anche in quella circostanza il loro live sarà fra i migliori dell’anno.

Setlist:
-Motorcycle Man
-Thunderbolt
-Wheels Of Steel
-Heavy Metal Thunder
-Strong Arm The Law
-Dogs Of War
-Solid Ball Of Rock
-Denim And Leather
-And The Bands Played On
-Broken Heroes
-Crusader
-They Played Rock And Roll
-Power And The Glory
-747 (Strangers In The Night)
-Princess Of The Night

JUDAS PRIEST

Si spengono le luci, e un enorme tridente, il segno distintivo dei Judas Priest, viene innalzato dal pavimento del palco con una lentezza che è in parte esasperante e in parte magnetica. I primi minuti introduttivi al concerto che chiude questa seconda giornata di festival scorrono seguendo i movimenti del tridente, poi la band fa la sua comparsa in scena e l’atmosfera si rompe in un’esplosione di entusiasmo. Del resto, non capita tutti i giorni di festeggiare cinquant’anni di carriera, le celebrazioni devono essere proporzionate alla grandezza dell’evento. Anche in questo caso, possiamo parlare di una band in stato di grazia, e non importa se la barba di Rob Halford è del tutto bianca e lo fa somigliare un po’ a un Babbo Natale borchiato. La sostanza dei brani non cambia, il tempo non ha scalfito la scorza dura di questi capisaldi della NWOBHM e del metal in generale. Anche in questo caso si preferisce dare spazio ai grandi cavalli di battaglia, con “You’ve Got Another Thing Comin’” collocata in modo strategico a inizio concerto , per preparare la strada agli altri grandi classici. Richie Faulkner e Andy Sneap alle due chitarre compiono un lavoro impeccabile, anche se forse è Faulkner a spiccare un po’ di più (ma davvero di poco) per capacità e presenza scenica. In ogni caso, si tratta sempre di ottimi musicisti, dotati di personalità propria oltre che di abilità tecniche. Un altro aspetto distintivo di questo live sono i cambi drastici di atmosfera. Si passa dalla lentezza commossa della cover di “Diamonds & Rust” al dinamismo scatenato e un po’ danzereccio di “Turbo Lover”, passando per altri classici come “Hell Patrol”, “Electric Eye” o “Victim Of Changes”. Il tutto fa da preludio all’esecuzione di “Painkiller”, serrata e martellante al punto giusto a rivestire il suo ruolo di vero e proprio inno generazionale. Si chiude con altri classici, “breaking The Law” e “Livin’ After Midnight”, con cui viene portata in scena una grande riproduzione del The Bull, la statua del toro che è uno dei monumenti più noti di Birmingham; sempre durante questo brano, sui maxischermi dietro il palco e ai suoi lati vengono proiettate delle immagini della città di origine dei Judas Priest. La scenografia, tridente a parte, richiama una fabbrica con tanto di simbolo della band riprodotto sui bidoni da scorie nucleari, con Rob Halford ad arrampicarsi qua e là sui vari gradoni di questa fabbrica (non a caso abbiamo detto che somiglia un po’ a Babbo Natale…), con tanto di apparizione in moto prima di “Hell Bent For Leather” mentre il resto della band è decisamente più statico. Il concerto dei Judas Priest non è lunghissimo, ma basta per essere soddisfatti in pieno della resa dei brani e del perfetto stato di salute di Halford e soci. Un connubio realizzato in pieno, a chiudere un’altra giornata strepitosa.

Setlist:

-One Shot At Glory
-Lightning Strike
-You’ve Got Another Thing Comin’
-Freewheel Burning
-Turbo Lover
-Hell Patrol
-The Sentinel
-A Touch Of Evil
-Victim Of Changes
-Blood Red Skies
-The Green Manalishi (With The Two Prong Crown)
-Diamonds & Rust
-Painkiller
-Electric Eye
-Hell Bent For Leather
-Breaking the Law
-Living After Midnight

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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