Rock Of Ages: Live Report della data di Milano

La stagione festivaliera del 2008 si conclude nel migliore dei modi con il Rock Of Ages, nuova kermesse ideata da Live In Italy e dedicata al caro, vecchio rock’n’roll. Dopo la giornata del Gods Of Metal dello scorso anno, questa volta l’hard rock e il glam si ritrovano in una manifestazione tutta per loro, guidata da nomi illustri come i Twisted Sister (chi non ricorda la loro performance fiammante nel 2004?) e gli Extreme, altro storico ensemble da poco tornato in scena con “Saudades De Rock”. Spiace dover fare i conti con la defezione dei Gotthard, ritirati all’ultimo minuto per non ben specificati “motivi tecnici” e con una presenza di pubblico che avrebbe potuto essere più cospicua, ma alla fine c’è da divertirsi parecchio insieme alla musica più sincera e sanguigna che esista.

Sono circa le 15.30 quando Pino Scotto e la sua band salgono sul palco del Palasharp. Oggi, il mitico ex-frontman dei Vanadium è in forma e, come se fosse davanti alle telecamere di Rock TV, non risparmia nessuno durante i suoi infuocati sermoni contro la società e il music business. Ma è la musica ad essere protagonista e nonostante dei suoni non proprio brillanti, Pino riesce ad offrire uno spettacolo energico e a coinvolgere il pubblico, catturato anche da quel personaggio di contestatore che il vocalist ha costruito intorno a sé. Dai Vanadium al recente “Datevi Fuoco”, Pino ripercorre nei cinquanta minuti a disposizione alcune delle tappe fondamentali della propria carriera. Voce catramata e ficcante come sempre, il rocker non delude le aspettative e si prodiga in un ottimo concerto che tocca il suo climax con “Streets Of Danger”, “Piazza San Rock” e “Il Grido Disperato Di Mille Bands”.

L’ingresso in scena dei Quireboys si accompagna subito a uno di quei riff blues malati che ti fanno venire la pelle d’oca e al tempo stesso ti mettono il sorriso sulle labbra, ed è un po’questa duplicità a contraddistinguere tutta la loro esibizione. Il Rock Of Ages è in primo luogo un’occasione per far conoscere alcuni brani del nuovo repertorio, in particolare estratti dal recentissimo “Homewreckers And Heartbreakers”, ma sono soprattutto i brani appartenenti alla vecchia storia della band di Newcastle, come “There She Goes Again”, “Misled” e “This Is Rock And Roll”, a fare faville e ad entusiasmare un pubblico che da subito risponde positivamente alla proposta musicale di Spike e compagni. Non sembra essere passato il tempo per questa band di scatenati e divertenti rockers, anche se indossano abiti gessati da abbinare alla consueta bandana di Spike, all’armonica a bocca e allo scatenato piano di Keith Weir; la capacità di intrattenere rimane intatta, e anzi sembra aumentare con il passare del tempo. I Quireboys sono probabilmente un gruppo spesso sottovalutato, ma che anche in sede milanese ha dimostrato il suo valore.

Una doccia fredda, praticamente l’unico intoppo della giornata, a parte la fastidiosa defezione dei Gotthard all’ultimo momento e il blackout sul palco che fa ritardare l’esibizione degli Extreme, è l’esibizione di Duff Mc Kagan e dei suoi Loaded. È il momento del calo di entusiasmo praticamente da parte di tutti, in primis da parte di chi è sul palco e l’entusiasmo lo dovrebbe trasmettere. Invece, il biondo ex Guns’n’Roses appare visibilmente svogliato e poco propenso a fare spettacolo, abituato probabilmente ad audience ben più consistenti e a brani di altra caratura. Non bastano infatti né “Good News” dei Neurotic Outsiders, né tantomeno la triade di brani dei Guns (tra cui “It’s So Easy” e “So Fine”, per dovere di cronaca), per non parlare della cover finale di “I Wanna Be Your Dog” degli Stoogees, riconosciuta forse da pochi, per risollevare le sorti di un live veramente scarso sia per quanto riguarda l’aspetto esecutivo che quello compositivo. I brani originali dei Loaded sono tremendamente uguali fra di loro, gli assoli di chitarra sono pochi, brevi e troppo semplici, e lo stesso Duff manca in questa situazione di quel carisma che si potrebbe supporre abbia, e che probabilmente si è tenuto in caldo per un’altra occasione. Si potrebbe anche disquisire su come mai una band con una storia così limitata abbia suonato dopo i Quireboys, che hanno un passato ben più solido, ma a questo punto è inutile polemizzare, e si può solo ribadire la totale inutilità di Duff e compagni in questo frangente.

“Pronto, papà, la mamma è in casa? Passamela. Oh, mà, ASCOLTA!”. Associo questa telefonata, fatta da un fan durante la versione strappalacrime, strappacuore e strappa tutto di “More Than Words”, all’unica esibizione italiana degli Extreme di quest’anno, la prima da tredici anni a questa parte (“ma la prossima volta torneremo prima”, garantisce Gary Cherone, e subito Nuno ribatte, “sì, la prossima volta fra dodici anni”), carica di significati emozionali come non mai. I chitarristi, gli appassionati di tecnica e i curiosi si concentrano per quanto possibile sul lato destro del palco, dove gli amplificatori contrassegnati dal suo monogramma fanno intuire la presenza di Nuno Bettencourt, uno dei chitarristi più creativi ed acclamati del rock contemporaneo, mentre l’attenzione di tutti si catalizza su uno dei ritorni più importanti di questo 2008 (e parliamo di ritorno visto che la band nega che ci sia mai stato uno scioglimento, quindi non c’è neanche una reunion), a fronte di un album purtroppo mediocre. Fortunatamente i danni sono abbastanza contenuti, e anche se si inizia con “Comfortably Dumb”, tratto appunto dal controverso “Saudades De Rock”, l’ora e mezza di esibizione degli Extreme è contrassegnata soprattutto da brani del repertorio classico; bastano i primi accordi di “Decadence Dance”, secondo brano in scaletta, per rendersene conto. Sempre da “Saudades” vengono eseguiti quelli che sono stati i due singoli apripista all’album, vale a dire “Star” e “Ghost”, entrambi piuttosto deludenti; la band si salva poi in corner con “Take Us Alive”, uno dei pochi brani riusciti al 100% grazie al suo ritmo frenetico e al suo stile che lo renderebbero la degna colonna sonora di un film western anni ’30. Come già accennato, però, sono i pezzi vecchi a ricevere un consenso molto più vasto e ad essere suonati con una spigliatezza e un senso di continuità maggiori, e anche chi non annovera gli Extreme fra i propri gruppi preferiti non può non riconoscere che lo smalto della band è praticamente immutato, almeno in sede live. Brani come “Play With Me”, “Cupid’s Dead”, “It (‘s A Monster)” e “Rest In Peace”, per non parlare delle ovvietà come appunto “More Than Words”, riscuotono un consenso unanime. Il finale è tutto per Bettencourt, che incolla un “Flight Of The Bumblebee” all’introduzione di “Get The Funk Out”, capace di far scuotere la testa anche a un bradipo addormentato. La band conclude in grande stile grazie al bis di “Hole Hearted”, ancora una volta meritevole di un riconoscimento unanime. Parlando dei singoli membri della band, se da una parte non si può non riconoscere lo stato di grazia di Bettencourt, che probabilmente ha stretto un patto con il diavolo perché fisicamente non sembra per niente cambiato, e a distanza di anni il suo modo di suonare è solamente migliorato, lo stesso non si può dire per Gary Cherone, che pur mantenendosi su livelli accettabili, mostra un palese calo di voce a metà concerto, con serie difficoltà soprattutto durante “Ghost”. Per fortuna, una lunga parte strumentale interviene in suo aiuto, e al suo ritorno sul palco Cherone sembra essersi ripreso completamente, anche se i cori fatti da Bettencourt gli danno un notevole sostegno. Ma insomma, fra alti e bassi, gli Extreme vengono comunque promossi a pieni voti per questo loro ritorno sulle scene. Speriamo davvero che non si debbano aspettare altri dodici anni, come profetizzato ironicamente da Bettencourt sul palco, per poter assistere nuovamente a uno show entusiasmante ed equilibrato come questo.

I Twisted Sister sono degli animali da palco. Punto e basta. Diciamoci la verità, nel periodo immediatamente successivo alla reunion la band non ha prodotto nulla di interessante (sorvoliamo poi sulla terrificante raccolta di canzoni di Natale…) ma quando questi terribili “vecchiacci” sono su di un palco, cambia tutto. E’ impossibile non divertirsi come dei pazzi e non saltare come dei grilli insieme all’indiavolato Dee Snider, che a 53 anni suonati mostra la grinta di un ragazzino, una voce (quasi) impeccabile e un’energia senza pari. Saranno quei “più di 30 fottuti anni in giro per il mondo”, così come li definisce Jay Jay French durante la sua mini-conferenza con gli astanti, ma è davvero difficile reggere il confronto con i cinque demoni del Long Island. L’occasione è il venticinquesimo anniversario dell’album “You Cant’Stop Rock’N’Roll” ed è proprio con la titletrack che il concerto ha inizio. In seguito, tra la sorpresa degli astanti, è tutto un susseguirsi di classici, con “Stay Hungry” e “We’re Not Gonna Take It” che vengono immediatamente date in pasto all’audience. Ma perché? Ce lo spiega lo stesso Dee: “le altre band si chiedono per quale motivo i Twisted Sister suonino subito le loro hit…ve lo dico io! Perché se siete venuti per ascoltare “We’re Not Gonna Take It” e conoscete solo quella canzone, potete anche togliervi dalle palle! Ma i veri amanti dell’old-school e dei Twisted Sister staranno qui fino alla fine!” Inutile dire che il tripudio del pubblico sembra quello di uno stadio gremito! Ma lo show è appena cominciato nonostante tutto e la Sorella Schizzata snocciola ancora un successo dietro l’altro: “Captain Howdy”, “The Price”, “I Am (I’m Me)”, “Under The Blade” e il tempo scorre velocemente mentre si balla insieme a Dee. Con lui, tengono la scena in modo straordinario anche Mark “The Animal” Mendoza e Eddie Ojeda, presenze di provata solidità. Finale col botto, con una “I Wanna Rock” in cui Dee fa saltare tutto il pubblico, con la partecipazione straordinaria degli Extreme, che intervengono sul palco per un improvvisato quanto piacevole maxi-duetto. “S.M.F.” è purtroppo l’epilogo di uno spettacolo da ricordare per qualità, intrattenimento ed energia profusa.

Twisted Sister: semplicemente immensi.

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