Rock In Idro: live report del Day 3

Ed eccovi il report completo delle giornata di ieri del Rock In Idro, che ha visto come headliner ancora una volta gli Iron Maiden. Per chi c’era, ed è venuto a trovarci press il nostro stand, e per chi per vari motivi non ha potuto presenziare di persona, ecco i tratti salienti della giornata.

Pavic

Causa un ritardo nell’apertura dei cancelli, ascoltare i Pavic, gruppo italiano vincitore del contest, ci è quasi impossibile. Riusciamo a sentire un ultimo brano, suonato con passione ed enfasi che inizia a scaldare il pubblico via via sempre più folto. Dieci minuti di cambio palco, un breve sound check ed ecco che Skillet prendono le redini dello show.

Skillet

Dieci minuti di cambio palco, un breve sound check ed ecco che Skillet prendono le redini dello show. Sole cocente, cappotti di pelle e bandiere che sventolano fanno da contorno ad uno show di mezz’ora che in sé racchiude i principali successi della band. Con dei suoni ottimi e una performance mirata al coinvolgimento del pubblico, il quartetto americano non si trattiene e tra una “Monster” e “Awake And Alive”, con tanto di violino e contrabbasso, portano a terminano in modo egregio il proprio compito.

Hakw Eyes

Tocca ora ai britannici Hawk Eyes. La band appare da subito decisamente fuori contesto in un festival che presenta una scaletta dedicata ad un pubblico più metal oriented. I nostri propongono infatti sonorità che prendono spunto dalla tradizione hardcore, lasciando filtrare contaminazioni diverse, ma raramente affini al metal (se non in certi riff più tosti e carichi di groove). Di buono gli Hawk Eyes mostrano da subito una certa abilità nel tenere il palco e il singer Paul Astick cerca in tutti i modi (anche con qualche parola in italiano) di accattivarsi le simpatie di un pubblico che rimane in gran parte indifferente. Il nostro per strappare un applauso è costretto addirittura ad invocare il nome dei Maiden, ma in fondo la colpa non può essere addebitata tutta a loro. Nonostante tutto gli Hawk Eyes mostrano qualche buon spunto e una bella carica. Difficile quindi giudicarli, visti i presupposti.

Extrema

Arrivano gli Extrema e come per magia il pubblico comincia a scaldarsi. Che i nostri godano da sempre di grande considerazione presso le schiere di appassionati non è un mistero, così come la istrionica personalità del singer Gianluca Perotti riesce ancora una volta a portare dalla parte della band l’entusiasmo di un’audience che comincia a crescere di numero. Una scalette bilanciata tra pezzi più recenti e classici immortali come “This Toy“, “Positive Pressure Of Injustice” e “Money Talks“. Da giudicare positivamente anche la prova del batterista Francesco, presentato da Gianluca prima dell’ultima song e decisamente a proprio agio con il materiale proposto in giornata. A proposito, dispiace per l’esclusione di una song come “Child o’ Boogaow” , da sempre una delle nostre preferite. In ogni caso complimenti ancora una volta agli Extrema, alfieri immortali del metal italiano di qualità.

Black Stone Cherry 

La folla si fa sempre più nutrita e sul palco irrompono gli americani Black Stone Cherry che, senza troppi preamboli, snocciolano un live di circa tre quarti d’ora. Il pubblico risponde bene agli inviti di Chris Robertson che, tra un brano e l’altro, saluta, coinvolge e ricorda i grandi headliner della serata: Alter Bridge e Iron Maiden. Suoni ottimi, cori e corna dall’inizio alla fine, fanno di questo show un live di successo. Strike secco per questa band che ha l’arduo compito di anticipare gli Opeth.

Opeth 

Ed ecco gli Opeth from Sweden calare sul Rock In Idro! Che dire della loro prestazione: come sempre molto buona dal punto di vista esecutivo ma assolutamente non adatta ad un festival, soprattutto estivo; ed infatti, in barba a quanto dichiarato da Mikael Åkerfeldt negli ultimi anni, il nostro deve far ritorno al growl per aizzare un pubblico che sembra coinvolto solo in parte. “Deliverance” apre le danze e si conferma ormai un classico e più avanti in scaletta avremo anche occasione di sentire “Demon Of The Fall”; come detto però  la band osa troppo proponendo “The Devil’s Orchard” e “Atonement” facendo calare eccessivamente l’attenzione degli ascoltatori. La chitarra di Åkesson si sente a malapena anche se i suoni in generale non sono male e sottolineano una perizia tecnica sinceramente più adatta ad un club che ad un’arena.

Alter Bridge

Cosa si può dire che non sia ancora stato detto di un concerto degli Alter Bridge? La super band americana sale anche in quest’occasione sul palco più carica che mai ed è subito evidente un fatto: il numeroso pubblico del Rock In Idro non è qua solo per gli Iron Maiden, ma anche per loro. Myles Kennedy e compagni interagiscono col pubblico al massimo livello, facendolo cantare e applaudire. La setlist della band, aperta come di consueto dalla potentissima “Addicted To Pain“, spazia tra l’ultimo capolavoro “Fortress” e il resto della discografia della band. Che aggiungere? Ancora una volta giù il cappello!

Iron Maiden

Finalmente è arrivato il momento più atteso. Tocca ai grandi protagonisti della serata: i miticiIron Maiden! Dopo l’intro affidata a “Doctor Doctor” degli Ufo si comincia subito alla grande con gli arpeggi iniziali di “Moonchild”. Il brano esplode con tutta la sua potenza, ma purtroppo a far storcere leggermente il naso è il suono non proprio ben calibrato, con voce e batteria troppo fuori e una confusione di fondo non proprio normale per una band di questo calibro. Fortunatamente la situazione sembra migliorare brano dopo brano, già con le successive “Can I Play With Madness” e “The Prisoner”.
Sono però tre superclassici come “2 Mintues To Midnight”, la splendida “Revelation” e “The Trooper”  a segnare il giusto percorso, mostrando un Dickinson in grande spolvero e una band perfettamente amalgamata.

La parte centrale del concerto è davvero esplosiva (e non solo per gli innumerevoli effetti pirotecnici utilizzati) inanellando una serie di classici intramontabili come “The Number Of The Beast”, “Phantom Of The Opera” e “Run To The Hills” (con il buon Eddie che esce a salutare il pubblico con tanto di uniforme). A giudicare dalla risposta del pubblico “Wasted Years” è il pezzo che suscita più entusiasmo seguito da una splendida e teatrale versione di “Seventh Son Of A Seventh Son”; le tre chitarre sembrano finalmente trovare l’amalgama più efficace e l’output d’insieme ne giova appieno.

Il segmento finale dello show ha inizio con il tuffo nel passato rappresentato da “Wrathchild” a cui fa seguito l’immancabile “Fear Of The Dark”, sempre molto amata dal pubblico. Si procede quindi con la mitica “Iron Maiden”, come sempre accompagnata da fuochi d’artificio e dai continui incitamenti al pubblico da parte di Bruce: la band esce a questo punto di scena, ma tutti sanno benissimo che non è finita qui. Dopo alcuni minuti, le immagini in bianco e nero della Seconda Guerra Mondiale e il “Churchill’s Speech”, sicuramente uno degli intro più celebri della storia del metal, annunciano infatti l’arrivo di “Aces High”, terremotante opener di Powerslave. Il gran finale è invece affidato a “The Evil That Men Do” e alla classica “Sanctuary”. Inutile dirvi che la soddisfazione del pubblico a fine concerto è massima: i vecchi leoni britannici ci hanno stupito ancora una volta! Vi ricordiamo l’appuntamento in edicola con The Beast Collection e vi diamo l’appuntamento all’anno prossimo per un’altra epica giornata.

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