Rock Im Ring Festival 2016 – Live Report e foto del Day 1

Anche quest’anno la redazione di Metallus ha deciso di spingersi verso i confini nordici dell’Italia per andare al tanto atteso Rock Im Ring, festival ormai giunto alla sua 23esima edizione, che in un clima di festa offre al pubblico un elenco di band, locali ed internazionali, di vario genere, in compagnia di ottima birra e con la splendida vista delle Dolomiti.

Come per l’edizione precedente, rimaniamo stupiti fin da subito dall’organizzazione, precisa e puntuale, che senza intoppi ed inutili code permette a tutti di accedere all’area concerti con semplicità e velocità. Da notare soprattutto la cura che l’organizzazione ha per gli addetti ai lavori, come noi, che nel corso del festival hanno potuto usufruire di buoni per mangiare e bere, un’area stampa, un bagno privato e la possibilità di avere una figura di riferimento in caso di dubbi. Insomma, dopo pochi secondi constatiamo subito come in quel di Collalbo sappiano cosa significhi accogliere le persone e fare il possibile affinché tutti stiano bene.

Sono quasi le 19 quando varchiamo le soglie dell’Arena Ritten e constatiamo fin da subito che purtroppo non abbiamo fatto in tempo ad assistere interamente alla performance dei Cemetery Drive, gruppo locale nato nel 2010 e che propone un pop-punk molto attuale.

Il pubblico è ancora piuttosto rado, ma i pochi presenti si dimostrano fin da subito attivi e vivaci, agitandosi sotto al palco e cercando di coinvolgere i vicini di posto.

 

 

 


Sono circa le 19 quando prendono possesso del palco gli Average, band locale molto apprezzata e conosciuta, che in undici anni di carriera ha condiviso il palco con artisti di tutto rispetto. La lunga esperienza musicale dà i suoi frutti sul palco in quanto la band, nonostante il pubblico non sia ancora minimamente numeroso, regala uno show vivace, coinvolgente, movimentato e che dà il via ad un piccolo ma significante pogo.

L’ottima attitudine sul palco e i suoni perfetti, fanno si che gli Average scaldino a dovere il pubblico, che a fine performance ha la possibilità di chiacchierare con i diversi componenti che, con un’umiltà che è sempre più rara, chiedono ai presenti opinioni sullo show.

 

 

 


Il pubblico inizia a farsi più nutrito, così come i litri di birra in corpo che iniziano a mettere in mostra come l’alcool, malgrado i tanti controlli e la security sempre presente, sian fin da subito un dei principali protagonisti e problemi della serata. Se da un lato gli alcolici hanno messo in mostra il lato ilare delle persone, dall’altro ha anche fatto sì che nel corso delle varie performance ci fossero persone moleste e fastidiose che hanno rovinato in più punti il bel clima creato.

Aperta e chiusa questa breve ma doverosa parentesi, verso le 20 entrano in scena gli austriaci All Faces Down, band attiva da diversi anni e che ha proposto un genere a cavallo fra il pop-punk ed il metalcore. Il pubblico, finalmente numeroso, dimostra di conoscere e di essere fedele alla band, cantando e pogando senza perdere mai il ritmo. Il quintetto dimostra di sapere il fatto suo, facendo di tutto per non far mai calare l’attenzione e vivacizzando anche i tempi morti fra un pezzo e l’altro. Come per le precedenti esibizioni, i suoni sono stati a dir poco ottimi permettendo anche a chi non era posizionato sotto al palco di poter ascoltare in maniera impeccabile i pezzi proposti. Da notare l’incursione di Evil Jared, controverso bassista della Bloodhound Gang, giunto sui monti per un deejay set post concerto. È’ lodevole come il componente di una band molto famosa e che ha fatto la storia negli anni ’90 non si comporti da divo, ma assista a tutte le performance sia dal dietro le quinte che in mezzo alla folla.

 

 

 


Sono da poco passate le 21 quando entrano in scena i Donots, primi headliner della serata che in poco meno di un’ora e mezza hanno ripercorso i loro ventitré anni di carriera.

Tedeschi di nascita, ma americani nello stile, i Donots si muovono in maniera precisa ed impeccabile sulle onde di un punk rock che in molti cercano di imitare, ma che in pochi sanno suonare.

Luci colorate, salti, sorrisi, continue interazioni con il pubblico rendono la performance coinvolgente ed entusiasmante anche per chi, come noi, non capisce nulla di tedesco. La musica unisce e anche i più restii ad alzarsi dalla zona bar decidono di muoversi contribuendo a formare un’enorme e vivacissima calca che, conoscendo a memoria i successi della band, canta all’usino, pogando e mettendo a dura prova gli uomini della sicurezza.

Il tempo corre, anche troppo, e i 90 minuti dei Donots passano in un soffio, lasciando il desiderio di sentire altre 5 o 6 canzoni.

 

 

 


Esattamente come l’anno scorso, abbiamo la sensazione che il pubblico non sia lì per gli headliner, ma per i supporter, e questo è dimostrato dal fatto che purtroppo durante l’ultimo cambio palco della serata la platea comincia svuotarsi.

Giungiamo così alle 23, orario di inizio dei main artist della serata: gli irlandesi Flogging Molly. In pochi minuti si passa dal punk rock all’Irish folk, con violini, chitarre e la voce calda e consumata di Dave King, uomo discreto nella vita ma musicista passionale sul palco.

L’euforia iniziale partita sulle note di “(No More) Paddy’s Lament” viene presto interrotta da alcuni atti spiacevoli che purtroppo si ripeteranno più volte nel corso della serata. A causa dell’eccessivo consumo di alcolici (e forse altro) alcune persone presenti al concerto hanno iniziato a lanciare bicchieri, bottiglie, carta igienica e per ultimo le scarpe, schivate con prontezza felina da Mr King.

Trovo veramente sconcertante che in una location così piccola e con così tanta sicurezza, trovino spazio persone di questo tipo che tutto fanno meno che seguire e far seguire il live.

Nonostante l’ingiustificato lancio di oggetti sul palco, i Flogging Molly non si fanno intimorire e trasformano le fredde montagne del Trentino Alto-Adige in un pub irlandese, suonando senza sosta sia cavalli di battaglia come “Drunken Lullabies”, “Life In A Tenement Square” e “Black Friday Rule”, sia brani acustici come “Whistles The Wind” e “Float”.

All’interno della setlist trova spazio anche “The Hand Of John L. Sullivan”, uscita pochi mesi fa, e “If I Ever Live In This World Alive”, molto sentita sia dalla band, tra cui il bassista Nathen Maxwell, che durante la performance si toglie addirittura l’immancabile coppola, che dal pubblico, che si unisce in un coro emozionante e di forte impatto.

“Tobacco Island” riporta la vivacità iniziale e conclude in maniera più che ottima il primo giorno di Rock Im Ring.

 

 

 


PUBBLICO

Mairo Cinquetti

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Inguaribile punkettone e amante di tutto ciò che fa tupa-tupa. La mia dimensione ideale è dentro al pit, armato di reflex e pronto a immortalare tutti ciò che va oltre la musica.

francesca.carbone

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Scribacchina dal 2008 e da sempre schietta opinionista del mondo musicale. Dagli Iron Maiden ad Immanuel Casto il passo è breve, almeno per me.

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