Rock Hard Festival: live report della data di Trezzo sull’Adda

L’appuntamento con il festival della prestigiosa rivista Rock Hard è arrivato alla quinta edizione e ancora una volta a far da protagonisti sono una bella serie di band dal profilo accattivante e, soprattutto, per la seconda volta sono i magnifici Coroner a fare da vero carico da novanta di una serata che comunque offre molti spunti di interesse.

Purtroppo la lunghezza dell’intero festival è stata impossibile da far combaciare con i nostri impegni lavorativi e nostro malgrado siamo riusciti ad assistere esclusivamente ad una parte delle esibizioni. Nessuna chance di vedere Endless Pain, Svart Crown e Hyades, riusciamo di fatto anche a perderci i The Monolith Deathcult, di cui arriviamo giusto in tempo per ascoltare il finale e apprendere come lo show sia stato di fatto menomato da una serie di problemi tecnici.

Si arriva così ad una delle formazioni che più attendavamo di poter ascoltare, ovvero gli americani Vektor. La band mostra da subito di possedere anche in sede live le carte giuste per riuscire a riprodurre il turbinio ritmico che tanto affascina su disco: la coppia di chitarrista macina riff e assoli con una precisione che rimanda al meglio del techno-thrash di vecchia scuola, mentre l’insieme del sound mette in luce anche influenze maggiormente vicine nel tempo, con passaggi ritmici velocissimi e brutali, nonché un’acidità vocale degna della scena thrash-black metal.

In tutto quello che fanno i Vektor mettono in luce una qualità decisamente sopra la media, ma soprattutto si ritagliano uno spazio artistico del tutto personale che li pone, anche solo per l’intenzione, un gradino sopra la maggior parte delle band metal contemporanee.

Canzoni come la lunghissima e complessa “Cosmic Cortex”, la più classicamente thrash “Deoxyribonucleic Acid “ o anche la inedita “Ultimate Artificer” non lasciano spazio a dubbi: i Vektor sono una macchina musicale praticamente perfetta che ha trovato da subito l’equilibrio e la maturità migliori.

Dopo di loro tocca ai veterani della scena satanic death metal Deicide. La band dell’istrionico Glenn Benton non è tra quelle su cui ci si possa inventare concetti nuovi da investigare: nonostante i cambi di line-up operati negli anni la solfa è rimasta più o meno la stessa e serate come questa non fanno che dimostrare come il meglio della carriera rimangano senza dubbio le song dei primi album. Fortuna vuole che l’ultimo lavoro sia comunque sufficientemente valido da tirar fuori qualche brano in grado di reggere il confronto, come la title track “In The Minds Of Evil” piazzata proprio all’esordio della scaletta. Per il resto la band sforna più o meno una specie di greatest hits live, canzoni come “When Satan Rules The World”, “Dead But Dreaming”, “Trifixion”, ma anche “Once Upon The Cross”, “Dead By Dawn”, “Lunatic Of God’s Creation” e “Sacrifacial Suicide”. Il tutto viene presentato con notevole professionalità, un bel suono corposo e la consueta flemma sul palco. Nonostante questo non neghiamo che la band sia riuscita ad esaltarci molto poco, probabilmente a causa proprio di uno stile fin troppo essenziale e prevedibile che alla lunga diventa tedioso.

A discolpa dei Deicide va però detto che la stanchezza della giornata comincia a farsi sentire e che la spasmodica attesa per assistere allo show dei grandiosi Coroner cresce a dismisura. Le aspettative sono infatti elevatissima, ma la band di Ron Royce si dimostra perfettamente all’altezza, regalando uno show che spazza via ogni concorrenza, e confermando come i Coroner siano legittimati ad essere inseriti tra le migliori band metal di tutti i tempi.

Lo spettacolo è di quelli indimenticabili: il terzetto – più tastierista aggiunto nell’angolino a gestire effetti e tappeti atmosferici – occupa il palco con grande carisma e l’impianto luci viene utilizzato al meglio per creare le condizioni per immergersi nel variegato panorama sonoro proposta dalla band. A far la differenza è infatti più che altro la qualità della proposta artistica; come tutti i grandi i Coroner hanno prodotto musica distaccata dal tempo che ancora oggi mostra un fascino inalterato e rimane caratterizzata da un’impronta del tutto personale.

La presenza del nuovo batterista Diego Rapacchietti non fa assolutamente rimpiangere un membro storico come Marquis Marky (all’anagrafe Markus Edelmann), il nostro si produce infatti in un’esibizione eccezionale: cronometrico sui tempi ed estremamente fluido sui passaggi più difficili, come impeccabile nel contribuire alla costruzione del muro di suono necessario a far rendere il groove ritmico di una band che spazia con incredibile naturalezza tra prog, thrash e psichedelia.

La scaletta si concentra con maggiore frequenza sui brani della seconda parte della carriera, lasciando solo le classiche “Reborn Through Hate” e “Masked Jackal” a rappresentanza dei primi due album. Sinceramente un altro paio di brani da un capolavoro del genere come “Punishment For Decadence” li avremmo anche ascoltati volentieri, ma lo spettacolo è stato talmente perfetto che con ogni probabilità la band ha preferito concentrarsi sul materiale che ritiene più rappresentativo della propria unicità.

Si parla quindi soprattutto di song tratte dall’ancora oggi inarrivabile “Mental Vortex”, vero manifesto artistico del gruppo, da cui vengono impeccabilmente eseguite “Divine Step (Conspectu Mortis)”, “Son of Lilith”, l’incredibile “Semtex Revolution” e la avvolgente “Metamorphosis”.

Straordinario è anche l’effetto che fanno i brani tratti dal successivo “Grin” (ovvero “Serpent Moves”, “Internal Conflicts” e “Grin (Nails Hurt)” ), evoluzione in chiave groovy e psichedelica del disco precedente che in sede live si adatta alla perfezione all’accompagnamento di luci e suoni dall’effetto straniante.

La vera (piacevole) sorpresa è la quantità di song che vengono ripescate da “No More Color”: oltre alla classiche “D.O.A.” e “Die By My Hand” vengono infatti eseguiti anche brani meno comunemente in scaletta come “Read My Scars” e “Tunnel Of Pain” (quest’ultimo addirittura suonato qui per la prima volta in assoluto, come regalo all’audience del festival).

Alla fine restano la grande soddisfazione e la certezza di aver assistito ad uno dei migliori show dell’annata metallica.

Quello che affiora è però anche il peso della stanchezza accumulata, che insieme ad un viaggio di ritorno non proprio breve ci consiglia di far rotta verso casa, mancando purtroppo il post show affidato ai nostrani Bulldozer. La band sale sul palco per festeggiare i trent’anni dalla realizzazione dello storico demo “The Exorcist”, ma da parte nostra possiamo solo brindare virtualmente e accodarci ai meritati auguri per una delle più importanti formazioni della nostra storia metallica. Salute!

 

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

2 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. Re Dionigi Majcol

    ma che recensione è questa roba qua….sta a cà osti se non riesci a tirar tardi per vedere i bulldozer…..altro che brindisi sei un nerd che è andato solo per vedere i coroner e pretendi pure di voler giudicare un festival dove è piu’quello che nn hai sentito che il resto….ma i deicide li hai visti in piedi o seduto in toilette per caso, insaccato..

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    • Riccardo Manazza

      Ma che commento è questo? Non sei capace di portare rispetto? Io sono uno che ha lavorato dal mattino e visto che avrei lavorato pure di domenica non potevo restare più a lungo, dato che non abito dietro al locale. Non ho preteso un bel nulla, ho recensito la parte del festival che il mio lavoro mi ha permesso di vedere. E visto che gli headliner erano i Coroner mi pare che la band più importante fossero loro e chi li ha appena preceduti. Sarei dovuto restare a casa perché tu non mi volevi? Non scrivere nulla di band importanti perché non ho recensito tutti i gruppi? La prossima volta chiederò il permesso a te prima di uscire di casa…

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