Pro.g Liguria: Live Report della data di La Spezia

Una autentica maratona, un concentrato di tredici ore di musica, il tutto per una buonissima causa. In estrema sintesi, i proventi derivanti dai biglietti di ingresso (che hanno pagato tutti, compresi i componenti delle band) e dal merchandise sono stati destinati alle popolazioni liguri colpite dalla grave alluvione dello scorso ottobre. Oltre a un risultato pratico, Pro.g Liguria ha anche l’obiettivo di far ricordare, a distanza di tempo, che l’emergenza in Liguria è ben lontana dall’essere terminata; è questo il messaggio che gli organizzatori del festival hanno chiesto di trasmettere a tutti. Ma Pro.g Liguria è anche l’occasione per vedere l’eccellenza del progressive italiano concentrata sullo stesso palco, passando dai tratti più tradizionali per arrivare alle sfumature più vicine al prog metal, in gruppi che provengono da Toscana, Liguria, Emilia Romagna, Lazio, Lombardia e Campania: praticamente tutta la penisola riunita nel segno della solidarietà.

Si comincia a mezzogiorno in punto con gli Egoband,  raffinato quartetto toscano dal grande carisma, attivo dal 1988 e tornato alla ribalta dopo sei anni di silenzio. Si continua con i bolognesi Altare Thotemico, che si caratterizzano per un progressive jazzato dai contenuti complessi (lo esemplificano i brani dedicati a Schopenhauer  e ai catari francesi) e, perché no, un po’ fuori di testa. I Maxophone  incarnano invece l’angolo più colto del progressive, con i loro lunghi brani strumentali e la loro interpretazione intensa, a volte un po’ astrusa. Impossibile rimanere indifferenti di fronte ai bergamaschi La Torre dell’Alchimista, soprattutto per il grande carisma e la voce cristallina di Michele Giardino, perfetta in ogni momento e deliziosamente in contrasto con il suo look da bancario triste. Allo stesso modo si rimane colpiti in modo favorevole dalla performance de La Maschera di Cera, soprattutto grazie all’ottimo equilibrio fra melodia e potenza, fra l’armonia del flauto traverso e l’interpretazione passionale di Alessandro Corvaglia, un’altra voce meritevole di grande rispetto. Tocca poi a Il Tempio delle Clessidre, una formazione fondamentale nel panorama progressive contemporaneo, specie per la presenza di Stefano “Lupo” Galifi, dei fu Museo Rosenbach, alla voce, che a sessant’anni suonati ha assistito a tutte le tredici ore di festival mantenendosi disponibile con tutti. La band ripercorre la storia passata, eseguendo una parte di “Zarathustra”, e quella più recente, con alcuni pezzi estrapolati dal disco omonimo di recente pubblicazione;  fra esecuzione vocale, strumentale e scenografica, quella del Tempio rimane impressa nella mente come una delle migliori esecuzioni della giornata. La presenza dei Gleemen, che preferiscono dedicare il tempo a loro disposizione a una panoramica di grandi classici come “Little Wing”, “Foxy Lady” e “Roadhouse Blues”, segna in realtà una grande assenza, quella di “Bambi” Fossati, che del gruppo è stato il fondatore oltre quattro decenni fa, che non è presente per non meglio giustificati motivi di salute. Gli Ut – Uno Tempore si possono blandamente definire come una delle tante propaggini dei New Trolls (ne fanno parte infatti il batterista Gianni Belleno e il tastierista Maurizio Salvi, oltre all’ex Latte e Miele Massimo Gori); in realtà la possibilità di sentire dal vivo brani blasonati come ”Chi mi può capire”, “Innocenza esperienza” e “La prima goccia bagna il viso”, per citarne alcuni, porta un incremento considerevole nel livello, già di per sé molto alto, del festival. Soltanto quattro brani per i Locanda delle Fate, che guidati da un trascinante Leonardo Sasso alla voce stanno vivendo una seconda, splendida giovinezza. Quattro membri originali su sei, un disco in imminente uscita, che raccoglie brani scritti negli anni ’70 che non avevano trovato posto nelle registrazioni ufficiali, un carico di energia ed emozione che non accenna a diminuire, sanciscono un altro dei momenti più intensi di Pro.g Liguria. Nonostante l’assenza di Aldo Tagliapietra, che spesso fa da ospite speciale, la triade CCLR si mostra in tutto il suo fulgore, sia con la ripresa di vecchi brani, come “Morning Comes” degli Acqua Fragile, sia con pezzi nuovi come “Great Love Does Burn Fast” e “Blue Boy”. La voce e l’interpretazione teatrale di Bernardo Lanzetti, lo stile di Cristiano Roversi e la precisione di Gigi Cavalli Cocchi sono un altro marchio distintivo per il progressive di casa nostra. Un altro grande pezzo di storia della musica progressive si ha con l’arrivo dei Delirium, che a loro volta ripropongono un volo ad ampio raggio nella propria storia, con brani come “La battaglia degli eterni piani”, classe 1974,e “Gioia, Disordine, Risentimento”, del 1972. Per l’ovvio finale, la classicissima “Jesahel”, sale sul palco Sophya Baccini, cantante napoletana dalla grande voce e dall’interpretazione passionale, una delle poche esponenti di spicco del gentil sesso nel mondo del progressive. Martin Grice, con la sua classe splendidamente british, è l’emblema di un genere che non ne vuole sapere di sentirsi vecchio. Il lato più metal (c’è anche Titta Tani alla batteria) del progressive ha compimento nell’esibizione dei Daemonia, capitanati da un Claudio Simonetti vagamente inquietante; i brani inediti sono accolti con curiosità, più che altro per la presenza dell’affascinante Silvia Specchio dietro il microfono, ma alla fine sono i classici temi di “Phenomena” e “Profondo Rosso” a riscuotere un consenso unanime. L’esibizione degli Arti & Mestieri si apre con un omaggio singolo ai Trip, inizialmente in cartellone ma poi impossibilitati a partecipare, da parte di Furio CHhirico, trincerato come al sollito dietro la sua monumentale batteria. Anche in questo caso ci si alterna fra brani nuovi, fra cui spicca “Trema”, ispirata ai terremoti in Giappone ed Haiti, e grandi classici, in particolare “Gravità 9,81”, primo brano del primo disco degli Arti & Mestieri. Si chiude in grande stile con gli Osanna, teatrali, raffinati e diretti, accompagnati ancora una volta dal carismatico ex enfant prodige Gianni Leone e nuovamente da Sophya Baccini, che si aggrega al gruppo per la parte conclusiva di “Oro caldo”. La forza dirompente di Lino Vairetti, in  attesa di diventare nonno, e dei suoi compagni si sprigiona sul folto pubblico di La Spezia, passando dall’immancabile, trascinante, “Oro caldo”, a tracce più insolite, tratte dalla colonna sonora di “Milano calibro9”. Non ci sono, in sintesi, momenti di stasi o di noia, ponendo attenzione a come calibrare le forze per questa maratona musicale. Ad ogni modo, chi afferma che il progressive italiano è un genere morto, si sbaglia di grosso.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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