Play It Loud Italy: live report del festival

Dieci band, con repertorio originale praticamente per tutte, per un totale di quasi undici ore di spettacolo. Se ci fosse ancora qualcuno che ha dei dubbi sullo stato di salute dell’heavy metal italiano, il Play It Loud Italy è la dimostrazione delle tante potenzialità a disposizione. Nato dall’idea del Play It Loud, il festival che riportò in Italia molti nomi più o meno noti della NWOBHM, e non solo, fra il 2007 e il 2009, il Play It Loud Italy intende dare voce a gruppi che propongono sonorità in gran parte sullo stile di generi nati negli anni ’80, ed è il primo di quella che speriamo sia una lunga serie di appuntamenti (per ora ne è già stato confermato uno, il Play It Doom, che si svolgerà a gennaio e sarà incentrato sui gruppi epic doom italiani), inserito nella cornice del Colony Club di Brescia, un locale ampio, accogliente e dall’acustica più che accettabile. Rispettando la scaletta prevista, sono i Blindeath nel primo pomeriggio a salire sul palco per primi. Già l’esibizione di questa band fa capire quale sarà lo spirito del festival: un gruppo giovane, ma molto preparato tecnicamente, soprattutto per quanto riguarda il chitarrista solista, già concentrato su un repertorio originale, che si basa su un thrash metal velocissimo ed efficace, nonostante gli ancora evidenti margini di crescita per la band. Seguono i Thunder Axe, gli unici a proporre una cover in scaletta (ancora una volta un classico, ovvero “Free Wheel Burning” dei Judas Priest), una band con un cantante apparentemente più giovane degli altri membri, che propone un onesto e piacevole heavy metal a ricordo del periodo più luminoso degli Iron Maiden. i Crimson Dawn sono tra i più acclamati della giornata, e questo non avviene a caso, dato che nelle fila di questo progetto militano, fra gli altri, lo storico membro dei Drakkar Dario Beretta e il veronese Luca Lucchini, ex batterista degli All Souls Day, tutta gente con grande esperienza e forgiata da anni di palco. Con i Crimson Dawn le luci si abbassano e assumono una tonalità rosso sangue, il ritmo dei brani cala e l’epic doom della band ci accompagna lungo lento e doloroso incedere che appassiona senza alcun dubbio i seguaci del genere, davvero molti, a giudicare dal riscontro entusiastico compleessivo. Si torna al thrash alla Anthrax con gli Endovein, trascinanti anche per quanto riguarda la tenuta di palco e gli atteggiamenti molto alla Joey Belladonna da parte del frontman Alex Panza. Anche per i thrasher torinesi sono evidenti da subito il grande feeling tra i componenti del quartetto e la bontà di un progetto che riprende sonorità ormai più che note e le ripropone con uno stile personale. Discorso molto simile per i trentini Sign Of The Jackal, unica band in tutto il festival ad avere una donna nella propria formazione (per l’esattezza si tratta della cantante, Laura), autori di un heavy metal a cartucciere e dominanza di rosso e nero, aggressivo e coinvolgente al punto giusto, che dà la sensazione di avere di fronte un gruppo che crede fino in fondo nel proprio progetto musicale. Con i successivi Hell Theater  si cambia di nuovo atmosfera. Candele sul palco, face painting e teschi ci introducono a una band che ha studiato evidentemente a fondo la storia dei Mercyful Fate, con il cantante Victor Solinas impegnato in uno screaming alla King Diamond veramente ad effetto. Bravi, e soprattutto coerenti con il genere proposto, gli Hell Theater, a fronte di uno stile che potrebbe essere meno apprezzato di altri sulla carta, dimostrano di sapere giocare molto bene le carte a loro disposizione.

Nel frattempo si è fatta ora di cena (ma niente paura, l’organizzazione del festival ha pensato anche a questo) ed è arrivato il momento degli ultimi quattro gruppi. Cominciano i milanesi Ruler che, forse a causa di qualche problema tecnico in più, sono sembrati leggermente più disorganizzati rispetto alle ultime volte che sono apparsi sul palco (e la band ha esperienza live da vendere e una serie di date in programma anche all’estero). Ad ogni modo, il loro heavy metal classico condito da buoni inserti di chitarra solista si incastra perfettamente nel contesto del festival e riporta con vigore l’accento su un altro aspetto degli anni ’80. Nonostante la loro relativamente giovane età, i ferraresi Asgard meritano uno dei posti d’onore all’interno del Play It Loud Italy, soprattutto grazie al carisma del frontman Federico Mazza e dell’ottimo lavoro svolto dalle due chitarre. Forti di ottimi voti sulla carta, anche dal vivo gli Asgard si danno da fare senza tregua; menzione speciale per le orribili pantacalze, riesumate sicuramente dai cassetti di qualche zia quarantenne appassionata di Flashdance, sfoggiate da Mazza e dal bassista Renato. È più o meno qui che il Colony comincia a svuotarsi, probabilmente per uno sforamento negli orari previsti, che porterà il festival a concludersi con un po’ di ritardo.

E siamo arrivati agli headliner: due band, entrambe bolognesi di origine, con una storia molto diversa alle spalle ma la stessa convinzione nel portare avanti il proprio genere. Ai Tarchon Fist mancano, per evidenti motivi di sicurezza, i fuochi artificiali, ma lo spirito sul palco è sempre quello di una band che non si arrende di fronte a niente. Buona la resa da parte di tutti sia sui brani vecchi, come “Eyes Of Wolf” e “Falling Down”, che su quelli nuovi, che ovviamente costituiscono la maggior parte della setlist del gruppo (considerato che il terzo lavoro, “Heavy Metal Black Force”, è uscito da circa un mese). La dedica sentita a Sergio Nardelli e a Baffo Jorg per “You Must Feel Your Heart” e il coretto iniziale, totalmente spiazzante, per “Unconvertible”, sono una specie di estremi per la performance di Lucio Tattini e soci, che incamerano un’altra esperienza dal vivo con l’acceleratore a mille. Si chiude con i Crying Steel, che ci danno una conferma, se mai ce ne fosse bisogno, del loro ottimo stato di salute attuale. Forti di una struttura consolidata, che getta le sue fondamenta su una sezione ritmica impeccabile, anche per loro si può parlare di successo pieno. È vero, manca Max Magagni alla chitarra (momentaneamente sostituito da JJ dei Markonee) e Ramon alla voce è ancora un innesto fresco, ma sia per quanto riguarda la resa da sotto il palco che per quanto riguarda il senso di coesione fra i componenti, anche in questo caso la promozione a pieni voti è scontata. La storia incredibile che hanno alle spalle è comunque rispettata perfettamente da questa nuova formazione e da un ultimo lavoro, quel “Time Stands Steel” uscito ad aprile, che conferma una delle chiavi di volta dell’heavy metal italiano. Bilancio totalmente positivo quindi per quanto riguarda tutte le band del Play It Loud Italy, una partecipazione di pubblico calorosa, anche se un po’ altalenante per quanto riguarda i numeri, e la speranza per il futuro di non dover rivedere sempre le solite vecchie facce, ma che arrivi finalmente anche qualcuno in più. Perché la seconda edizione ci sarà, ne siamo convinti.

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