Play It Loud Festival 2008: Live Report

Siamo giunti al secondo appuntamento per il festival dedicato al metal più tradizionale e conservatore che in Italia e per gli appassionati di questo genere non è solo un appuntamento immancabile bensì molto di più… questo perchè il Play It Loud anche quest’anno ha portato sul suolo italiano, per la prima volta in assoluto, band leggendarie degli anni ’80. Parlo di gruppi di culto come Elixir, Cloven Hoof e Steel Assassin, ossia band conosciute fino a qualche anno fa solo nella stretta cerchia dei collezionisti e fra i patiti più accaniti.

Praticamente quasi tutti i presenti in quel del Buddah di Orzinuovi (teatro per la seconda volta dell’evento) che superano la trentina mai avrebbero sperato di veder dal vivo i gruppi citati in Italia ed anche per questo motivo possiamo dire che la My Graveyard Productions, organizzatrice del festival Play It Loud, sta di fatto scrivendo la storia odierna del classic metal perchè questo evento, così come quello dell’anno scorso, rimarrà per sempre scolpito nella memoria dei presenti.

Il festival quest’anno è decisamente nutrito e giustamente si inizia molto presto, appena dopo le 14.00, con un pugno di mertitevoli band italiane. Il ghiaccio viene rotto dai Berserker, una delle ultime uscite in casa Graveyard. Questo gruppo siciliano, guidato da Alesandro Alioto (voce e chitarra), autore di musica e testi e coadiuvato dal fratello Armando (batteria), merita senz’altro il titolo di “band più underground” della storia.

La loro attività inizia molti anni fa con la demotape ‘Berserker’ del 1989 e si è dipanata per tutto questo tempo attraverso la release di ben 10 demo. Sembrava che i Berserker fossero destinati a rimanere per sempre nell’ombra, nonostante la qualità della loro proposta, ossia un ottimo power-epic metal arricchito da un concept lirico di gran spessore. In realtà con l’uscita del CD ‘Bloood Of The Warriors’ la band si toglie il primo desiderio e con questo live d’apertura al festival “conservatore” per eccellenza se ne toglie un altro.

La tracklist del live è tutta impostata ovviamente sul debutto dei nostri. Si segnala la potenza arrembante dell’opener ‘Fighting The Fear’ (mai avrei pensato qualche anno fa di poter sentire questo brano live) che si dimostra un cavallo da battaglia nonchè della possente e trascinante ‘Marching To The Glory’. I nostri suonano compatti e seppur non supportati da buoni suoni riescono a creare il giusto climax con il pubblico, che già abbastanza numeroso li supporta. Buona performance guerrieri!

Subito dopo è il turno di un’altra band della My Graveyard Productions, gli Alltheniko. Il loro show è basato su un sound che affonda le radici nel thrash metal ma non manca di far risaltare anche l’amore per il metal classico. Forti dell’uscita abbastanza recente di ‘We Will Fight!’ i nostri si lanciano nell’esecuzione di diversi brani “spezzacollo”. Purtroppo però sembra che il loro sound non riesca a penetrare a dovere fra il pubblico, nonostante una ristretta fascia di thrasher che fa headbanging dall’inizio alla fine dello show. Si segnalano i pezzi più potenti, come ad esempio ‘Strong Commandos In Black Tanks’ e la performance di mimo di un’attrice avvolta in un velo bianco che evoca dolore e disperazione nel corso del’esecuzione di un brano del combo. Di certo questo particolare è quello colpisce di più di questo show, in quanto totalmente inaspettato e non esattamente “in stile” con il thrash-power d’assalto dei nostri.

Con gran velocità, per rispettare i tempi, salgono sul palco i toscani Frozen Tears, anch’essi nella scuderia della Graveyard ed usciti recentemente sul mercato con il loro quarto album, ‘Nights Of Violence’. Attivi sin dalla fine degli anni ’90 i nostri propongono un power metal per nulla scontato che fa delle due chitarre di Leonardo e Lapo un punto di forza; dal vivo si dimostra su di giri anche il singer Alessio Taiti, tutto vestito di nero con tanto di occhiali da sole. Dal loro show colpiscono diversi brani, come ‘Instability’ o ‘Inner Vision’ ma anche per questa band la partecipazione del pubblico è decisamente tiepida. La situazione al Buddah di Orzinuovi comincia a farsi “calda” con la salita sul palco dei poderosi Tarchon Fist da Bologna. Il gruppo, autore di un album eccelso appena uscito, vanta fra le sue fila il fondatore degli storici Rain, Luciano Tattini e il singer Sange, noto per la militanza nella cover band dei Thin Lizzy, gli Old Flame. Quasi tutti i brani dell’esordio’Tarchon Fist’ sembrano fatti appositamente per essere eseguiti live ed i nostri non hanno problemi a scravantare sul pubblico l’energia e la melodia appassionante di ‘Eyes Of Wolf’ o ‘Metal Detector’. Segnaliamo la carica di Sange al microfono, vero frontman, che riesce insieme al gruppo (nonostante i suoni siano ancora non eccelsi) a esaltare a dovere i presenti che cantano con la band i ritornelli più immediati come quello della bellissima ‘It’s My World’ o fanno un headbanging scatenato con la veloce ‘Ancient Sign Of The Pirates’. Ottima prova che comincia davvero a rendere incandescente l’atmosfera.

Si giunge così ai leggendari Adramelch, band italiana che segnò la storia del metal tricolore con l’album ‘Irea Melanox’ del 1988 e che negli ultimi anni, anche sull’onda dell’interesse crescente nei loro confronti, si è riformata realizzando nel 2005 il bellissimo concept ‘Broken History’. Dal vivo i nostri sembrano decisamente più aggressivi rispetto al sound che si può ascoltare da CD ma la professionalità e la profonditòà del sound degli Adramelch colpisce a dovere il pubblico che ascolta incantato la voce di Vittorio Ballerio (timbro indimenticabile, davvero unico) eseguire classici come ‘Zephyrus’ o le più recenti ‘Broken History’ e ‘Beloved Jerusalem’; non manca anche l’esecuzione di un inedito che fa ben sperare per una nuova uscita a breve. Uno show magico supportato anche da un’immagine/abbigliamento più che adeguato.

Dopo pochi minuti dalla fine del live degl Adramelch è il turno del primo gruppo straniero del PIL, ossia i leggendari Elixir, inglesi, noti soprattutto per aver avuto fra le proprie fila Clive Burr, batterista degli Iron Maiden nel primi tre album della loro storia. Attualmente il batterista dei nostri non è più Clive bensì Nigel Dobbs, fratello del bassista Kevin. I nostri si rifanno a un sound che rievoca in pieno la NWOBHM e spazia fra i vari album realizzati. Non mancano mazzate come ‘Death Tall’ e i classici della band come ‘Son Of Odin’, ma purtroppo, nonostante l’impegno, la musica proposta dagli Elixir non è particolarmente diretta e fluida e non riesce a “bucare” come quella delle due band esibitesi precedentemente.

Torniamo quindi in Italia con lo show di un’altra leggenda delle nostre parti, i toscani Sabotage, che sicuramente riultano uno dei gruppi più conosciuti degli anni ’80, con il mitico Morby alla voce (dalle nuove generazioni ben più noto per la sua militanza nei Domine). Il gruppo ha scritto nel corso di una carriera che ha visto l’uscita di due ottimi album (‘Behind The Lines’ e ‘Hoka Hey’) e poco altro (ricordiamo anche un più recente CD però non in linea con lo stile della band) diversi classici. Forti di una volontà mai sopita di suonare il “metal” i Sabotage ci fanno ascoltare brani come la lenta ‘Mothers’, che vede un grandioso Andy Fois alla chitarra, o la trascinante ‘Ridin’ Through The Dark’ con Morby alla voce che dimostra di essere anche oggi uno dei migliori cantanti italiani. La miscela della band è perfetta ed anche la linea ritmica dei fratelli Caroli, Enrico e Dario, supporta a dovere le melodie ricamate dalla chitarra di Andy Fois. Colpisce come oggi i musicisti del combo, eccetto Morby che sembra eternamente giovane, siano decisamente diversi (leggi “invecchiati”) nell’aspetto rispetto alle foto degli anni ’80. Di certo il loro show era atteso e la risposta è stata superba.

A questo punto è il turno di un altro gruppo culto che mai aveva suonato in Italia; si parla degli statunitensi Steel Assassin, noti per aver registrato diversi brani ma mai un album intero nella prima parte della loro carriera. Parliamo quindi di un gruppo di culto per eccellenza che ha visto uscire un primo CD (raccolta della prima parte di carriera) solo nel 1997 a titolo ‘From The Vaults’ (…e ricordiamo che il loro primo lavoro è stato una demotape del 1984!). Ora la band è tornata al suo pubblico con un nuovo album eccezionale come ‘War Of The Eight Saints’ e dal vivo i brani nuovi si amalgamano alla perfezione con quelli più datati.

Nel passato uno dei punti di forza più importanti del gruppo era il singer, il bravissimo e biondissimo Doni Escolas, ma anche il suo sostituto, l’energico e muscoloso John Falzone non è da meno. Il nuovo cantante ha un timbro forse più aggressivo ma riesce ad incantare il pubblico allo stesso modo.

Sicuramente l’energia sprigionata da questo show è quella più gradita dal pubblico e senz’altro la performance degli Steel Assassin risulta la più riuscita di tutto il PIL 2008. Oltre a Falzone troviamo un trascinatore del pubblico in Phil Grasso, bassista e colonna portante della band (creatore anche dei Madd Hunter, che riproposero in due album anche alcuni pezzi degli Steel Assassin). Veniamo investiti da brani come l’immortale ‘Crusader’, un cadenzato epico di meravigliosa fattura, che viene eseguito dal passato più remoto dei nostri insieme a song più recenti come le trascinanti ‘Hawkwood’ e ‘Sword In The Stone’. Il finale dello show è in crescendo con l’esecuzione di classici del passato come ‘Barabbas’ e soprattutto della killer song ‘Executioner’, che chiude nel migliore dei modi un concerto indimenticabile.

Ma il PIL non ci lascia nemmeno il tempo di prendere fiato… dopo i mastodontici Steel Assassin salgono sul palco i Cloven Hoof, anche loro per la prima volta in suolo italiano. La band, nota per aver iniziato la propria carriera con un look interessante, legato ai vari elementi (aria, fuoco, ecc) ed un sound oscuro ed epico vede oggi, della formazione originale, il solo bassista Lee Payne. Il gruppo risulta particolarmente ispirato on stage, trascinato anche dal singer Russ North (anche nei Tredegar), in forza con i Cloven Hoof da ‘Dominator’, album del 1988. Il cantante, che sembra una sorta di Ricky Martin all’inglese, ha una voce profonda e sa interpretare bene le atmosfere rarefatte ed epiche di song come ‘Road Of Eagles’ o delle più antiche ‘Gates Of Gehenna’ e ‘Laying Down The Law’. I nostri non si gloriano del passato ed hanno intenzione di rimanere sul mercato, come conferma l’esecuzione dell’inedita ‘Mutilator’. Buona performance.

Dopo gli inglesi Cloven Hoof ormai l’orario comincia ad essere di quelli giusti per giungere al climax del festival ed infatti manca solo l’esibizione delle due big band. Si inizia con gli americani Helstar, riunitisi di recente con la voglia di mettere a ferro e fuoco il mondo con il loro sound power-thrash potentissimo. I nostri sono trascinati dall’eterno James Rivera, l’uomo dalla voce più acuta del globo, che spesso, anche in passato, è risultato essere uno dei classici singer che si amano o si odiano, senza vie di mezzo.

La line-up è decisamente “in palla” come dimostra subito l’assalto dei primissimi brani del concerto, introdotti dal tema principale del film western ‘Per un Pugno di Dollari’. La carica di ‘Shooting Star’, ‘The King Is Dead’ e ‘Caress Of The Dead’ toglie il fiato e scatena l’animo di headbanger di tutti i presenti. Ancora una volta i suoni non sono il massimo ma sembra che il pubblico non ci faccia caso lasciandosi trascinare dai riff vorticosi creati dalle chitarre di Larry Barragan e Rob Trevino e dalla voce estremamente personale di Rivera. Tutto sommato però, vuoi i suoni non perfetti, vuoi una certa ripetitività nel sound, la performance edegli Helstar non risulta essere una delle migliori del festival.

L’ora è tarda e mancano ormai solo i “maestri” dell’epic metal, i leggendari Manilla Road. La band americana è appena uscita per la My Graveyard Procuctions con il nuovo album ‘Voyager’, un concept CD ottimo (il miglior lavoro registrato dalla loro reunion) e sul palco si presenta con il ritornato Brayn ‘Hellroadie’ Patrick alla voce (uscito dalla band per due anni ed ora rientrato nei ranghi). La sua performance è ottima e lascia spazio anche al vecchio leone, il mitico Mark ‘The Shark’ Shelton che sul CD ha cantato tutte le tracce ma che dal vivo preferisce occuparsi del microfono solo in alcuni momenti per concentrarsi sui riff di chitarra e gli assoli.

Come da copione il pubblico è in delirio e chiede a gran voce i classici del passato che non mancano, come ‘Flaming Metal System’ o ‘Riddlemaster’ ed ancora la scaternata ‘Necropolis’ che provoca davvero il finimondo di fronte al palco. Segnaliamo come la linea ritmica del gruppo sia davvero ottima e come il giovane batterista Cory Christner riesca a rendere più interessanti e variegati i brani monolitici dei nostri, grazie a un’ottima tecnica esecutiva. I Manilla Road non mancano di eseguire anche pezzi recenti, come l’ottima ‘Riddle Of Steel’ (da ‘Gates Of Fire’) e alcuni pezzi al CD in uscita, come la titletack ‘Voyager’ (lunga ed affascinante suite con diverse parti di chitarra acustica) e l’epicissima ‘Blood Eagle’.

Anche i Manilla Road colpiscono nel segno con uno show superbo che li incorona giustamente i migliori del PIL 2008, insieme ai bravissimi Steel Assassin.

Il Play It Loud si chiude così con un secondo importante successo che rende sempre più forte la schiera dei fan del metal tradizionale in Italia, grazie all’opera di Giuliano Mazzardi della My Graveyard Productions, che sta davvero togliendo un sacco di soddisfazioni a chi ama il metal nella sua forma più conservatrice. Avanti così!

leonardo.cammi

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Bibliotecario appassionato a tutto il metal (e molto altro) con particolare attenzione per l’epic, il classic, il power, il folk, l’hard rock, l’AOR il black sinfonico e tutto il christian metal. Formato come storico medievalista adora la saggistica storica, i classici e la letteratura fantasy. In Metallus dal 2001.

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