No Mercy Festival 2004: Live Report

Con l’arrivo della primavera, giunge puntuale una nuova edizione del No Mercy Festival, kermesse musicale dedicata al metal estremo. L’edizione del 2004 si rivela monotematica, incentrata quasi totalmente sul death metal nelle varie sfaccettature del genere. L’appuntamento viene spostato dall’Alcatraz al Transilvania Live, scelta probabilmente dovuta alla scarsità di pubblico, la cui affluenza si manterrà bassa per tutta la giornata. Poco male, i suoni di cui godono le band sono comunque buoni e il livello tecnico dei protagonisti che andranno ad esibirsi, sarà quasi sempre proporzionale alle aspettative.

Ad aprire le “danze macabre” non troviamo i Gory Blister come previsto dal programma (il loro show sembra essere stato annullato a causa di problemi organizzativi), bensì gli svedesi Spawn Of Possession, che a dispetto della propria nazionalità propongono un death metal di chiara scuola americana, diretto e dannatamente “in your face”. I brani sono in massima parte incentrati sulla velocità d’esecuzione e la linearità del sound, sebbene controllati dallo spessore tecnico della band, che manca solo un po’ di presenza scenica on stage. Poco più di 20 minuti a loro disposizione, ma l’impressione lasciata è comunque positiva.

Una brevissima pausa ed ecco gli Exhumed prendere possesso dello stage. La band era attesa con fervore da una buona parte del pubblico e in effetti andrà a proporre un set più che convincente. Un death tecnico e vario, sebbene inseribile in un contesto classico, andrà ad annichilire i presenti grazie a riff eseguiti ad alte velocità ed una sezione ritmica violenta ma altrettanto fantasiosa. Una prova molto buona, speriamo di poterli risentire presto in un contesto più ampio.

E veniamo a quella che è stata (almeno per noi) l’unica delusione della giornata, vale a dire i Vomitory. Per carità, le capacità della band sono indiscutibili, ma il classicissimo brutal proposto è lineare, senza sorprese e piuttosto noioso. Una scelta onesta e coerente quella dei Vomitory (che album dopo album non cambiano il proprio sound di una virgola), ma al tempo stesso monotona e priva di spunti interessanti. L’unica nota di varietà è rappresentata dall’anteprima di alcuni brani tratti da ‘Primal Massacre’, nuovo disco di prossima uscita.

Si abbassano le luci, si alza una nuvola di zolfo, ed ecco i diabolici Carpathian Forest (unica band black della bill) salire sul palco! Il combo norvegese, guidato dal piccolo e malefico Nattefrost (in ottima forma nonostante il recente infortunio) snocciola uno dietro l’altro alcuni degli episodi più noti della propria discografia (‘Black Shining Leather’, ‘Mask Of The Slave’, ‘Carpathian Forest’, ‘He’s Turning Blue’) mantenendo una tenuta del palco a dir poco impressionante. Suoni pulitissimi, nessun face-painting per loro, una teatralità sempre in bilico tra il serio e il grottesco. Nattefrost non fa mancare l’ostensione di croci rovesciate ed inni al satanasso e, con l’immancabile bestemmione di congedo, lo show giunge al termine. Sipario, applausi.

La bill inizia a spostarsi lungo le “pole-position”, quando i canadesi Kataklysm calcano le assi del Transilvania Live. La band (anch’essa attesa da buona parte dell’audience) inizierà a dire il vero un po’ in sordina, proponendo i brani più diretti e veloci del repertorio (in particolare verrà dato lustro alle ultime due release), buoni ma senza un particolare impatto, salvo poi spostarsi su di un thrash/death tecnico e tagliente come una lama di rasoio, attraverso ‘Illuminati’, ‘In Shadows And Dust’, ‘Where The Enemy Sleeps’ e un’inaspettata ‘Machiavellian’, fuori scaletta richiesto a gran voce dai fan. La sezione ritmica lascia il segno, così come la prova del singer di origini italiane Maurizio Iacono, che fin da subito si rende accattivante verso la platea: “Mi sono rotto un timpàno e il mio dottore ha detto che non dovevo suonare qui…Ma come vedete io ho detto a lui vaffanculo! Non potevo mancare nel mio paese!” Una band a proprio agio sul palco e padrona di un notevole bagaglio tecnico.

L’attesa inizia a farsi palpabile in prossimità del set degli Hypocrisy…L’ultimo album ‘The Arrival’, discreto ma un po’ forzato, lasciava alcuni dubbi circa la prestazione della band on stage, ma tali perplessità svaniranno come neve al sole non appena gli svedesi iniziano lo show. Gli Hypocrisy eseguiranno una buona commistione tra brani recenti ed altri più datati e bisogna riconoscere come anche quelli tratti da ‘The Arrival’ (soprattutto ‘Slave To The Parasites’), acquistino dal vivo una carica ed un fascino notevoli. Tra i brani eseguiti citiamo ‘Deathrow’, ‘Fire In The Sky’, ‘Turn The Page’ e ‘Roswell 47’, “simpaticamente” re-intitolata ‘Milano 47’ in onore del pubblico ambrosiano. Peter Tagtgren appare in forma smagliante ed anche il nuovo drummer Horg (ex-Immortal) si fa apprezzare notevolmente, ricamando inquietanti chiaroscuri a cavallo tra il ferale e il melodico. I più tecnici e “suadenti” della giornata.

E giunge il momento degli headliners…i giganti del brutal più classico, più violento…I Cannibal Corpse! La band americana sale sul palco accolta da una lunga ovazione e presto saremo immersi in una malsana palude fatta di cadaveri in decomposizione, serial killer, sangue e mutilazioni, attraverso i brani che hanno segnato la carriera della band (tra cui ‘Devoured By Vermin’, ‘Vomit The Soul’, ‘Gallery Of Suicide’, ‘Stripped, Raped And Strangled’, ‘Hammer Smashed Face’) e alcuni tratti dall’ultimo ‘The Wretched Spawn’ (la titletrack, ‘They Deserve To Die’), disco in pieno Cannibal style. La band dimostra delle capacità esecutive impressionanti, compattezza e affiatamento. Stupisce in particolare la prova della coppia composta dal bassista Alex Webster e da Mr. Jack Owen on guitar, veloci come un treno in corsa, precisi come un cecchino che non sbaglia mai la mira e colpisce dritto alla testa. Solo George Fischer appare un pizzico sotto i suoi standard, dato che il suo growling più simile ai grugniti di un demonio che a qualcosa di umano, subisce in alcuni momenti dei cali di tensione, ma il gigantesco ‘Corpsegrinder’, si fa perdonare da un grande carisma. Rimaniamo solo un po’ perplessi di fronte alla continue pause tra un brano e l’altro e da quell’atteggiamento un po’ da ‘rockstar’, ma poco importa di fronte a un set dal genere. I Cannibal Corpse si riconfermano una band “titanica” e dotata di una indiscutibile carica on stage.

0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Login