No Mercy Festival 2003: Live Report della data di Milano

Gli spiriti della primavera, i portatori di venti, piogge rigeneratrici e misteriose ed epiche sensazioni (più del prurito da allergie o del raffreddore da fieno!), ci fanno dono, anche quest’anno, di una nuova edizione del No Mercy Festival, il rito metal dell’equinozio di Primavera. Il luogo dello scontro dei titani dell’estremo è stato, quest’anno, l’Alcatrazz di Milano, D-Day martedì 15 Aprile. La scaletta, ricca di nomi di tutto rispetto, faceva presagire un autentico Armaggeddon musicale, con tanto di crisi mistiche per tutti i metalhead italiani. Purtroppo non è stato così fino in fondo, causa, principalmente, di una gestione dei suoni veramente caotica, dove si sono alternate produzioni perfette a volumi assolutamente fuori contesto e con tarature dei suoni dannose non solo per la possibilità del pubblico di apprezzare le formazioni, ma anche per le band stesse che hanno patito ritorni non impeccabili con difficoltà esecutive veramente fastidiose (chiedete ai Testament, se avete coraggio di avvicinare Chuck Billy quando è fuori dalla grazia di Wakana-Tanka!). Ma passiamo ai protagonisti di quest’edizione 2003 del festival estremo tra i più importanti a livello nazionale. Il ‘First Impact’ (citando Evangelion) lo danno gli svedesi Darkane, tra le formazioni più interessanti e sorprendenti regalateci da quella penisola di pazzi scatenati che è la Scandinavia. Salta subito all’orecchio l’impressionante pulizia dei suoni, che regala al quintetto nord-europeo una forza d’urto degna di una divisione corazzata. I nostri 5 svedesi scaricano sul pubblico, con impressionante precisione esecutiva, brani tratti principalmente da ‘Insanity’ e dall’ultimo ‘Expanding the Senses’, mentre viene inspiegabilmente messo in un angolo il debut capolavoro ‘Rusted Angel’ (da cui viene pescata la sola ‘Convicted’), vero manifesto di un’apocalisse incombente. Bravi, non c’è che dire, ma, vuoi il limitato tempo a loro disposizione (solo 5 brani eseguiti), vuoi un cantante che, oltre a non riuscire ad esprimersi con la stessa intensità dal vivo come su disco, fa sempre pensare che il primo singer della band, Lawrence Mackrory, rimanga irraggiungibile (senza nulla voler togliere alla buona performance di Andreas Sydow), i Darkane lasciano in chi vi scrive una certa impressione di incompiutezza, come quando un bambino attende la grande nevicata di Natale e si deve accontentare solo di 2 cm di nevischio. Buona prestazione però, anche se da gente del genere il miracolo è il minimo che si possa aspettare. Tocca ora ai brutali Malevolent Creation. La band sale sul palco caricatissima e nonostante la scarsa pulizia dei suoni (comunque potentissimi e con uno dei volumi più alti dell’intera giornata) riescono davvero a ben impressionare. Ottima la prova del nuovo singer Kyle Simons e assolutamente impeccabili l’esecuzione strumentale dei brani (da ricordare la presenza di Tony Laureano alla batteria). Estratti dai lavori più recenti vengono completati da vecchi classici come ‘Multiple Stab Wounds’ e ‘Stillborn’. Peccato solo per la scarsa durata dell’esibizione, riflessione che porta necessariamente a pensare che sarebbe stato il caso di far suonare la band in un posizione più adeguata per capacità e prestigio. Sarà per la prossima volta speriamo. Dopo la grande esibizione dei Malevolent Creation arrivano i Pro-Pain, storica formazione dell’hard-core-thrash della Grande Mela. Doveroso osservare come, in un contesto come quello del No Mercy, almeno per i gruppi presenti sul tabellone, i Pro-Pain apparivano un po’ isolati, anche se a livello di accoglienza da parte del pubblico, sono stati supportati con grande energia. Suoni sicuramente dalla loro parte, potenti, compatti e precisi. Esecuzione perfetta e distruttiva, ma con un genere così diretto e lineare come questo, l’impatto lo si crea anche con la presenza scenica, il coinvolgimento emotivo, non solo pestando con millimetrica precisione su chitarra basso e batteria ed urlando magistralmente nel microfono. La descrizione perfetta, riferita alla presenza scenica dei tre newyorchesi, da parte di un mio amico, è stata: ‘Tre, perfetti, incredibili ed ammirevoli pali!’. Non si può, in tutta onesta, negare quest’affermazione, visto che, se ci fosse stata la nebbia, i tre componenti del combo a stelle e strisce sarebbe stati, in questo caso, un autentico punto di riferimento…per il traffico. Che dire? Una prestazione senza infamia e senza lode, visto che, a dispetto della loro staticità, i brani avevano il loro impatto musicale; peccato che da una band di questo tipo (e di questa esperienza) sia lecito aspettarsi molto di più! Sono una delle band tra le più attese di questo No Mercy Festival, specialmente per via della loro reunion topo tanti anni e per il peso storico che, tra gli ’80 ed i primi ’90 hanno avuto per il thrash e l’hard-core più metallico ed estremo: ladies and gentlemen, Nuclear Assault! Ad essere sincero, dopo averli visti in azione al Wacken dello scorso Agosto, nutrivo forti perplessità sulle motivazioni del loro ritorno sulle scene. Poco energici, poco precisi e, purtroppo, non molto convinti! Insomma, c’era quel tanfo di ‘grattiamo i ricordi e vediamo se ci troviamo ancora qualcosa da cucinare’. Mi sono, grazie a Dio, parzialmente ricreduto. Alt un attimo! Non sto dicendo che la band di Danny Lilker e soci (tra l’altro, il componente più in forma del combo californiano) sia stata protagonista di una prestazione storica! Errori, sbavature, un sound non eccezionale e, non ultima, una forma fisica non certo dei tempi d’oro (ragionevole, vista la lontananza così prolungata di ¾ dei Nuclear dalle scene, per quasi 10 anni!), si sono viste e sentite. Ma vedere la loro energia, la voglia di sbattersi, l’entusiasmo, il desiderio di suonare rimasto intatto, beh, ha fatto funzionare a livello emotivo pezzi tratti da storici album come ‘Game Over’ o ‘Handle with Care’, con l’effetto di una bomba incendiaria. Cosa importa, alla fine, se sullo storico pezzo grind ‘Hang the Pope’ la batteria perde notevolmente di potenza e se la voce di John Connelly a tratti quasi non si sente. C’è stata energia, potenza, entusiasmo e magari, con il giusto tempo di allenamento, potremmo sperare che la loro reunion ci possa regalare qualche altra marcia di guerra per ‘l’assalto nucleare’. Qualche attimo di pausa e arrivano i barbarici Die Apokalyptischen Reiter. La stravagante band tedesca si trova purtroppo nella non facile condizioni di godere dei peggiori suoni dell’intera giornata: batteria soffocata, tastiere stridenti e chitarrine senza mordente. Il tutto condito da un volume notevolmente più basso. Misteri. Nonostante questi problemi una parte dei presenti, affascinata dal miscuglio death-classic-folk-industrial-goth metal proposto dai nostri, sembra gradire l’esibizione. Condivisibile l’idea della band di regalare lattine di birra alle prime file, meno quella degli organizzatori di aver posizionato così in alto nella scaletta una band che rimane probabilmente la meno conosciuta dell’intero lotto. Palpabile infatti dopo qualche brano la scarsa partecipazione della maggior parte del pubblico. Hanno tutta la nostra simpatia questi allegri barbari, ma in effetti non ci sarebbe dispiaciuto assistere ad uno show più lungo magari dei Malevolent Creation. Senza infamia e senza lode. Il salto di qualità diventa netto appena salgono sul palco i Death Angel. Miglioratissimi i suoni, rialzato il volume, ma soprattutto di un altro pianeta i musicisti sul palco. Tredici anni sono passati dall’ultima volta insieme, eppure la ancora giovane età dei componenti della band dimostra quali fenomeni fossero già al tempo. L’accenno della strumentale ‘The Ultraviolence’ introduce ad uno dei concerti più adrenalinici e coinvolgenti dell’anno. “Seemingly Endless Time’ arriva direttamente da quel capolavoro di thrash evoluto chiamato ‘Act III’. Osegueda canta, salta, corre e così fanno gli altri, in un vortice scenico dalla presenza ossessiva e frenetica da cui è facile farsi trascinare. Parte ‘Voracious Soul’ e nessuno riesce più a tenere le prime file. Una parte del pubblico è qui per loro, e non sembra cosa da poco, vista la lunga assenza dalle scene, ma anche chi non li conosce rimane visibilmente rapito dalla incredibile prestazione d’insieme. Alla fine saranno molti gli estratti dal più classico e più duro dei loro lavori  ‘The Ultraviolence’ e visto il conteso non poteva essere altrimenti. Oltre alla citata ‘Voracious Soul’,  ‘Evil Priest’, ‘Mistress Of Pain’ e la conclusiva ‘Kill As One’. Restano invece di un’attualità disarmante pezzi comunque datati come ‘Bored’ e ‘Stagnat’; una proiezione tradita dai fatti ci quello che probabilmente sarebbe stato il nu-metal senza MTV e le vendite milionarie di questi anni. Si tira tutto d’un fiato fino alla fine, con il pubblico che  all’unisono canta ‘Kill As One’, vero inno d’unione per un genere senza confini che i Death Angel hanno contribuito a creare ed evolvere. A questo punto è chiaro che questa sera saranno loro i vincitori. Senza discussione.   Dopo un vero e proprio assedio da parte dei fan, che lo hanno costretto a firmare qualsiasi cosa, animata e non (ragazze comprese, cosa che il nostro Mark ha apprezzato moltissimo!), sono riuscito a placcare al volo Mark Osegueda, singer dei fenomenali e indimenticati Death Angel, subito dopo una prestazione incredibile all’Alcatrazz di Milano, degna della palma di miglior concerto della giornata (oltre che di uno dei più belli che mi sia capitato di vedere!). Ancora carico di adrenalina (ed anche di qualche bicchiere, ma solo per rallegrare l’atmosfera), Mark, entusiasta come un ragazzino dopo il suo primo concerto del liceo, ha risposto ad alcune domande sul nuovo futuro della band californiana. Mark, un concerto incredibile, davvero e, soprattutto, un’accoglienza di pubblico trionfale. Dimmi la verità, te l’aspettavi, almeno dai fan italiani, tanto calore ed entusiasmo? ‘Devo essere sincero, sapevo che il pubblico italiano aveva tutto questo calore, ma non pensavo che con noi, dopo oltre 13 anni, potessero manifestare una forza ed un feeling tale: ci avete stupiti! Quando suonammo in un posto fuori Milano, circa 13 anni fa (di cui, sinceramente, nessuno ricorda il nome! Se qualcuno se lo rammenta, fatecelo sapere! N.d.A), non fu un concerto così bello, visto che avemmo dei notevoli problemi di suono. Pertanto, sai, pensavamo di doverci rifare e dare il massimo del massimo per accattivarci il favore del pubblico! Ma è stato il pubblico, invece, a farci suonare a mille! Incredibile davvero, non ho parole!’ Ora, però, facciamo un piccolo passo indietro: dopo il vostro scioglimento, e le varie esperienze di The Organization, cos’è successo in questo lasso di tempo ai componenti dei Death Angel? ‘Dopo che si sciolsero i Death Angel, le nostre strade si divisero, ma solo dal punto di vista musicale: Rob fondò i The Organization, con i quali riuscì ad incidere anche due ottimi album ed a suonare all’edizione del 1994 del Dynamo Open Air Festival. Io, invece, entrai a far parte di un gruppo street rock, con il quale portammo avanti, anche con certe soddisfazioni personali, alcune idee. Poi, nell’Estate dell’anno scorso, quando fu organizzato il ‘Thrash of Tytans’, ci riformammo per dare anche noi il nostro contributo a questo benefit in favore di Chuck Billy e della sua lotta (vinta!) contro il cancro. Fu proprio quest’occasione, che stimolò ulteriormente un desiderio che era rinato in noi da un po’ di tempo, di riformarci, ma non per guardare ai ‘bei tempi’, ma per usare tutte le nostre esperienze per creare qualcosa di ancora più devastante di prima!’ Ci stai facendo venire l’acquolina in bocca, sentendoti così entusiasta e carico di voglia di fare: dunque, che state combinando? Cosa dobbiamo aspettarci che esca dal vostro laboratorio lungo ‘la Baia’ di San Franscisco? ‘C’è tanto che bolle in pentola amico! Un nuovo album, previsto per l’anno prossimo e soprattutto tante date live, perché volgiamo suonare, suonare e suonare! Ti giuro che bruciamo dalla voglia di rimetterci a fare tour per scatenare il massimo casino possibile. Preparatevi perché sarà un album molto ‘fast and furious’, ma con tutta l’imprevedibilità, la voglia di creare e di non limitarsi che i Death Angel hanno nel loro DNA. Quest’appello lo rivolgiamo, principalmente, ai fan europei. Attualmente, negli States, la scena metal, e soprattutto thrash, è sì in fermento e sta tornando a crescere, ma è ancora troppo indebolita dai trend e dalle limitazioni che creano i numerosi steccati musicale creati in questi anni dal music business. Qui in Europa, al contrario, si ascolta di tutto, c’è più voglia di sentire cose nuove, che rompano gli schemi ed i trend non sono così soffocanti.’ Benissimo Mark, ti ringrazio a nome di Metallus.it per il tempo che ci hai concesso ma, prima di lasciarti ancora all’assalto dei tuoi fan (e soprattutto ‘delle’ tue fan!), ti chiedo un saluto al pubblico italiano, che vi ha sempre seguito come una ‘cult band’. ‘Siete eccezionali e per questo vi ringraziamo! Stasera ci avete strabiliato con la vostra passione e l’energia che sapete tirare fuori! Siete realmente incredibili e vi assicuro, torneremo per fare con voi un altro massacro! God bless you, Italy!’ Una benedizione così non può che esaltare, almeno quanto il concerto dei Death Angel di questa sera. All’orizzonte si profila qualcosa di terribile e grandioso: annunciamo il ‘lieto evento’. L’Angelo della Morte è tornato! Let’s Thrash!!!!   A tanta convinzione cercano di rispondere sul palco i black metal-gods Marduk e l’introduzione affidata alla funerea ‘Blackcorwned’ non lascia presagire nulla di tranquillizzante. L’attacco è fulminante: ‘With Satan And Victorious Weapon’ apre uno squarcio nel cuore dei neri sostenitori della band. Ottimi i suoni e taglienti come lame le chitarre, tutto lascia intendere che sarà una grande serata. Invece l’esibizione si concentra in modo forse eccessivo sull’ultimo album con l’esecuzione di ‘Bleached Bones’, ‘Hearse’ e ‘World Funeral’. Probabilmente una parte dei fan non ha ancora ben presenti le singole canzoni e così l’entusiasmo esplode il modo incontrollato soprattutto con le più classiche ‘Of Hell’s Fire’, ‘Wolves’ e ‘Christraping Black Metal’. Evitabile anche ‘Obedience’, valida ma sicuramente non tra i brani più rappresentativi del repertorio della band, si sarebbe potuto concedere qualcosa di più a lavori come ‘Nightwing’ ed ‘Heaven Shall Burn’. Arriva presto la chiusura, degnamente concessa alla scarnificante ‘Panzer Division Marduk’. Un’esibizione professionale e priva di sbavatura compensa in parte la deludente scaletta, ma Morgan, Legion e soci hanno dimostrato in passato di poter dare davvero molto di più anche a livello di coinvolgimento emotivo. Speriamo di rivederli dalle nostri parti al più presto, magari senza obblighi di promozione. Rimane un’ulteriore considerazione: come i loro album anche i loro concerti sono evidentemente destinati a dividere; tant’è che una parte del pubblico letteralmente si prende una pausa uscendo dall’Alcatarz, mentre altri si accaniscono sotto il palco con una foga convulsiva da veri assatanati. E siamo giunti agli headliner del No Mercy di quest’anno, ma, mi sia consentita la divagazione da fan sfegatato, si tratta di headliner di un altro pianeta: i Testament! Tutti trepidavano di rivederli in azione non solo per la reputazione di ‘generatori di uragani umani’ e memori della grandissima prestazione del Gods 2K, ma anche per testare le condizioni di Chuck Billy all’indomani della sua guarigione dal tumore che aveva fatto trattenere il fiato al mondo metal, viste le numerose ‘partenze per i verdi pascoli del Cielo’ che, negli ultimi periodi, si sono dovute registrare (prima fra tutte quelle dell’altro grande Chuck..Schuldiner – R.I.P.). Precisiamo subito che Chuck è stato, senza dubbio, uno dei più in forma della band di San Franscisco la quale, anche se fautrice di una concerto di altissimo livello, carico di un’energia che molti gruppi emergenti si possono solo sognare, ha risentito di un sound non certo ottimale e che, probabilmente, ha fatto incappare i quattro californiani (visto che alla batteria c’è ora, in pianta stabile, il norvegese Asgeir Mickelson – Spiral Architect/Vintersorg) in errori, proprio a causa di ritorni poco fedeli. Sta di fatto che, al di là di tutto questo, ‘True Believer’, ‘Over the Wall’ e ‘Disciple of the Watch’ abbiano generato un autentico ciclone umano tra le file del pubblico, invitato, ad un certo punto, dagli stessi Testament, a salire sul palco, in una vera invasione che ha fatto capire (se ancora ce ne fosse bisogno) la potenza del thrash, non solo come radice storica per la creazione di nuovi stili, ma come dirompente attualità: certe energie bruciano sempre. Di sicuro il sound delle chitarre, eccessivamente zanzaroso, ha fatto perdere molto ai pezzi più recenti della produzione Testament come ‘D.N.R’ e ‘Low’, oscurando quasi completamente il lavoro funambolico di Steve Di Giorgio, ma il vocione di Chuck, perfettamente a suo agio sia nelle parti più growling che nei suoi classici urli lancinanti che segnano brani da infarto come ‘Into the Pit’ (e veramente sembrava di stare in una fossa, in un reale girone dantesco, almeno dal colpo d’occhio di cui potevo godere io dall’alto, verso le prime file…o meglio, prime linee!), ha dato lo slancio in più alla performance degli americani, sempre mobili sul palco e pronti a dare spettacolo. Tirando le somme? Bene, sicuramente il miglior concerto è stato quello dei Death Angel, ma i Testament (che se ne sono andati un po’ contrariati, tagliando anche due pezzi della scaletta, proprio a causa di questi pesantissimi problemi tecnici) hanno comunque dimostrato che stanno tornando, e questo non è un annuncio, ma un vero e proprio ultimatum.

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