Nile + Melechesh: Live report della data di Bologna

I Nile sono tornati in Italia per supportare ancora una volta “What Should Not Be Unearthed”. Il pubblico di Bologna ha risposto presente alla chiamata dei musici dell’antico Egitto. Buona l’affluenza per Melechesh e Nile, mentre per i primi due act della serata (Mitrhridatic ed Embryo) pochissimo pubblico complice anche l’orario di inizio del concerto (ore 19 spaccate) forse poco adatto al death metal ma più consono alle normative italiane….

Ad aprire ufficialmente la serata i francesi Mitrhridatic, originari di Saint Etienne ed autori di un mix piuttosto canonico di death e black metal. La band è stata purtroppo penalizzata dall’orario d’inizio del concerto, con poche persone sotto il palco ad incitare i 5 francesi. Buone le risposte per “Miserable Miracle”, title track del loro esordio sulla lunga distanza. Da rivedere con un minutaggio più “importante”.

Seconda band della serata i tricolori Embryo: buona prestazione della band lombarda che ha saputo intrattenere il pubblico (poco in verità vista l’ora d’inizio del live…) con una robusta dose di death metal dai forti tratti melodici. Tempi stringati per i nostri, ma nel poco – pochissimo – tempo a disposizione si è riuscita ad intravedere una scintilla luminosa. Bene la scelta di giocare la setlist tra presente e passato, con canzoni tratte dal recente “No God Slave” (bella la versione live di “The Scarecrow” e della stessa title track, dal vivo davvero convincente) ed il più recente “Embryo” dove è spiccata una bella versione di “Insane Lucidity”.

Rapido cambio di palco e subito i Melechesh si ritrovano a fronteggiare un pubblico sempre più numeroso. La band israeliana (oramai da anni trapiantata in Olanda) nell’oretta scarsa a disposizione ha saputo convincere i fan che non hanno risparmiato urla e qualche accenno di pogo nei momenti più tirati del loro set. Un palco molto semplice, “abbellito” da alcuni bastoncini di incenso strategicamente posizionati sul palco, ha permesso di godere appieno di una band che avrebbe meritato miglior fortuna nel corso di una valida carriera. Convincente la prova del leader Ashmedi, ottimo screamer e valido solista con una flying v sempre pronta a ringhiare riff dal sapore medio-orientale. “Tempest Temper Enlil Enraged”, “Ladders To Sumeria” (invocata e cantata a gran voce dal pubblico), “Multiple Truths” e la finale “Rebirth Of The Nemesis” sono state le più apprezzate di un set purtroppo troppo stringato per accontentare i fan della band israelo-olandese. Da sottolineare la disponibilità del quartetto dopo il concerto, uscito dall’ipotetica “zona rossa” del backstage per chiacchierare con i fan e per firmare autografi. E per qualche birra condita da obbligatorie foto ricordo.

Parlare dei Nile male è praticamente impossibile: grandi musicisti da disco, istrionici sul palco nel dialogare con il pubblico e grandi professionisti nel “raccontare” storie pescate nei meandri della mitologia egizia. Un death metal tecnico, brutale e per certi versi dal grande piglio “storico”: difficile immaginare una band prima degli americani ed una dopo di loro attualmente capace di riassumere e comprendere la brutalità di un periodo storico che non aveva certo meno violenza di quello attuale. I Nile hanno ipnotizzato il pubblico bilanciando la loro setlist tra produzioni recenti (“What Should Not Be Unearthed”) e pezzi storici pescati dall’ormai vasta discografia. Un pubblico stranamente composto, quasi rapito, ha accompagnato urlando a pieni polmoni la band Karl Sander, George Kollas, Dallas Toler-Wade e Brad Parris, con la benedizione delle divinità egizie.

“Call To Destruction”, “The Inevitable Degradation Of The Flesh”, “In The Name Of Amun”, “The Howling Of The Jinn” e la title track dell’ultimo album sono state tra le più apprezzate dai kids presenti alla Zona Roveri, ma il momento di maggiore partecipazione è arrivato sulla coda, con canzoni del calibro di “Evil To Cast Out Evil” (urlata talmente forte dal pubblico che per Toler-Wade è stato impossibile nascondere un ghigno decisamente compiaciuto), “Lashed To The Slave Stick” e l’obbligatoria “Black Seed Of Vengeance” posta in chiusura.

Pregevole l’invito fatto al pubblico di Toler-Wade: “Abbandonate i telefonini: quelle cose vi succhiano la vita. Voi lo state facendo e questo fa di voi un gran pubblico”. Mostruosa, come prevedibile, la prestazione di George Kollas che non ha mai smesso di percuotere una batteria capace di resistere alla bordate death dei nostri. Una band che dovrebbe essere patrimonio di tutti coloro che si definiscono “metallari”, perché senza la linea tracciata da chi scorge qualcosa di nuovo all’orizzonte non si va da nessuna parte.

Nile European Tour 2016

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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