Myles Kennedy: Live Report della data di Roma

Dal “paesello” verso la storia di Roma e di Ostia Antica per la nuova tappa del tour solista di Myles Kennedy. La strada in fin dei conti è secondaria, è la meta quella che interessa di più. Il viaggio è solamente del “tempo” da impiegare per impreziosire occhi ed orecchie. Quando sai di dover affrontare un percorso di oltre 300 chilometri da mare a mare (da Adriatico a Tirreno nello specifico), ti metti l’anima in pace e ti affidi a San Google pregando che non ti faccia perdere nei mille affluenti del Sacro GRA.

Pia illusione.

Almeno una volta, in un viaggio, ti devi perdere. Devi sudare l’arrivo, devi arrivarci con le unghie per poi scoprire di essere finito indietro nel tempo: al settimo secolo avanti Cristo. Imperatore più, imperatore meno. La folla però fa tornare al presente e fa capire che Myles Kennedy è pronto per salire su uno dei palchi più belli d’Italia, accompagnato in apertura dal chitarrista dei Blues Pills Dorian Sorriaux, che ha lanciato le canzoni del suo progetto solista.

E quando arrivi nel cuore del teatro romano, capisci cosa hai attorno. Un luogo magico, letteralmente senza tempo che ha visto tragedie e commedie, e che nel 2018 ancora non ha perso la sua forza e la sua arte. E questa forza aiuta molto Dorian, perché le canzoni dal suo EP di debutto solista “Hungry Ghost” risultano piacevoli e convincenti.

Chitarrista di qualità, con uno stile che ricorda in qualche passaggio Tommy Emmanuel, colpisce però per la voce sottile e quasi sospesa. Canzoni che si incastrano, che lasciano una sensazione positiva e profonda e quando il nostro presenta “Need To Love” e lo vedi sorridere, capisci che quello che portando sul palco è davvero il suo cuore. Una buona prestazione, un pubblico caldo, e la passione senza tempo di un menestrello che non avrebbe sfigurato negli anni ’60 quando il folk era il cuore di tutto.

#TheDayOfTheTiger

Dorian ai saluti e l’attesa per Myles Kennedy che cresce. Il pubblico si è fatto decisamente numeroso, ed il catino romano è pronto per accogliere uno dei musicisti più amati dal pubblico italiano. Quando il sole si è ormai spento, ecco salire il nostro sul palco sulle note di “Devil On The Wall”.

Non prende respiro Myles ed infila subito “The Great Beyond” e “The Ghost Of Shangri-La” per poi riaprire la porta della collaborazione con Slash (nel frattempo online il primo singolo) e “Standing In The Sun” ci riporta indietro di qualche anno. E poi ancora “Haunted By Design”, “Turning Stones” e “Blind Faith” dal suo disco solista senza dimenticare gli Alter Bridge e “Addicted To Pain” piazzata nel mezzo.

Non poteva mancare una “The Trooper” (davvero dobbiamo ricordare di chi è questa canzone? nda.) introdotta da un giro di chitarra lunghissimo, ma che poi si è trasformata in una festa vera e propria per tutto il pubblico. In fondo siamo un po’ tutti metallari. E poi perché Myles si diverte un mondo nell’avvicinarsi al pubblico accalcato (letteralmente) sotto il palco, si diverte nel chiacchierare tra una canzone e l’altra, prendendosi anche in giro per la pessima memoria e per qualche errore nei testi che “A volte fanno percorsi strani nella mia testa”.

Da fan dei “bei-tempi-che-furono” dei Mayfield Four non ho potuto non riconoscere dietro le pelli Zia Uddin, batterista dei due capolavori dei MF4. Ed è proprio quando i due compagni di mille battaglie lanciano la spettacolare “White Flag”, capisci che quell’alchimia non si è mai spezzata.

Racconti di una gioventù mai dimenticata, di clamorose sbornie  (“Signora Kennedy, suo figlio è ubriaco nel mio seminterrato”, come ha raccontato lo stesso Kennedy ridacchiando a proposito di una avventura alcolica finita male a casa Uddin) e di sogni di conquista del mondo della musica nel cuore della notte. Il rock alla fine è anche questo, la normalità che diventa palco e ti fa immergere nei ricordi degli altri, facendoli diventare memoria condivisa.

Il cuore della serata però si avvicina e quando Myles infila nella scaletta “Wonderful Life” e “Watch Over You” dei ‘Bridge l’urlo del pubblico è altissimo. Due canzoni per legare ancora di più artista e fan, con il sorriso di Myles ed i suoi ringraziamenti sinceri a fine canzone/i che fanno capire che certe corde sono state toccate, non solo quelle della chitarra.

Ci avviamo verso la fine del live, ed il solito travolgente tributo (“Travelling Riverside Blues”) al Dio del Blues Robert Johnson piace e perché a quasi 100 anni dalla sua composizione è ancora anarchica ed innovativa più di cerca di vendervi la trap come rivoluzione musicale più importante dalla scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo. Ultime due “tacche” della prima parte del set “World On Fire” dal periodo Slash e la title track “Year Of The Tiger”. Applausi. Solo applausi.

Non si tira il fiato, il pubblico urla, ed ecco il finale: drammatico e poetico. “All Ends Well” e “Love Can Only Heal”. Due canzoni da strappare l’ultimo fiato rimasto nei polmoni di tutti i presenti, due canzoni per salutare un pubblico consapevole di aver visto uno degli show più belli di quest’estate 2018. E poi rotta verso casa, glorificando San Google e tutto il Sacro GRA.

(Le foto di copertina ed all’interno del live report fanno riferimento alla data del giorno prima, al Teatro del Verme di Milano)

Saverio Spadavecchia

view all posts

Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Login