Mott The Hoople: Live Report della data di Londra

La sensazione generale è quella di trovarsi di fronte ad un evento epocale, difficilmente replicabile. I fattori in gioco sono diversi; prima di tutto il luogo in cui si svolge questa serata, ovvero l’Apollo Hammersmith, un grande teatro con alcune centinaia di posti fra platea e balconata, i cui lampadari di cristallo hanno più volte vibrato al suono di molti fra i gruppi che hanno fatto la storia del rock nei decenni passati e presenti. In secondo luogo, e molto più importante, la presenza di un gruppo talmente tanto pilastro del glam rock da risultare facilmente sconosciuto alle nuove generazioni. I Mott The Hoople, è bene ricordarlo, sono stati dei precursori del loro genere, essendo stati attivi a partire dalla fine degli anni ’60, e l’occasione della serie di concerti tenuti all’Hammersmith è proprio quella di celebrare il quarantennale dalla formazione della band. Che cosa ci si può aspettare da gente che sale sul palco a settant’anni suonati? Pensiamo a qualche grande vecchio del rock o del metal: ci renderemo conto che, a parte qualche eccezione, l’anacronismo è di casa. Bene, i settantenni che calcano ancora una volta il palcoscenico dell’Hammersmith hanno una grandissima lezione da insegnare a tanti frontmen di oggi, mostrando da subito un fortissimo senso per lo spettacolo, una capacità immutata di incantare e coinvolgere il pubblico (tra parentesi, tutte le serate sono risultate sold out già alcuni mesi prima dell’evento, cosa che purtroppo in Italia sarebbe stato impossibile aspettarsi) e un senso della spettacolarità senza bisogno di effetti speciali che lascia di stucco.

Ancora prima che i Mott The Hoople salgano sul palco, la serata regala una piacevole sorpresa con il gruppo di apertura, una band costruita per l’occasione che vede Joe Elliott dei Def Leppard ripercorrere una serie di successi hard rock scritti a detta sua fra il 1975 e il 1978, estremamente piacevoli e divertenti. A sorpresa, bandana rossa in testa e giacca nera addosso, compare anche Spike, cantante dei Quireboys, che esegue un pezzo mentre Elliott è seduto al piano.

Le numerose teste grigie, bianche o calve si sollevano all’unisono quando entrano in scena i Mott The Hoople, capeggiati da un Ian Hunter che di cambiato ha solo il colore dei capelli. Chitarra sulle spalle, occhiali scuri sugli occhi, immancabile classe inglese, l’attacco di “Hymn For The Dudes” viene salutato con entusiasmo dal pubblico. Certi cantanti, con l’età perdono purtroppo smalto nelle proprie capacità vocali. Questo non è accaduto a Ian Hunter che, pur non essendo un virtuoso alla Ian Gillan o alla Ronnie James Dio, ha mantenuto immutato il suo timbro, ed esegue oltre due ore di concerto senza mai abbandonare la scena e senza mai dare il minimo segno di cedimento. La band esegue successivamente molti brani del repertorio, spaziando tra “Rock & Roll Queen”, “Sucker”, “One Of The Boys”, “Ballad Of Mott” e “Ready For Love”. Non mancano gli omaggi ad artisti del tempo, come Lou Reed in “Sweet Jane”, e Bob Dylan, con un medley fatto da chitarre acustiche e cembali che comprende fra gli altri la classica “Knockin’ On Heaven’s Doors”, e “Like A Rolling Stone”, che invece è eseguita singolarmente. “All The Way From Memphis” conclude la parte “ufficiale” della serata, nella quale Ian Hunter è accompagnato da sei coristi (quattro dei quali sono suoi figli e figlie), e lascia spazio al lungo valzer degli encore. La prima sorpresa è la comparsa sul palco di un tremolante vecchietto che si siede dietro una seconda batteria, fino a quel momento rimasta nascosta, e che si scopre essere Dale “Buffin” Griffin, primo batterista dei Mott The Hoople, instabile sulle sue gambe, affetto da morbo di Alzheimer, ma ancora estremamente preciso nell’eseguire “Roll Away The Stone”, la celeberrima “All The Young Dudes” e “Keep a Knockin”, nella quale compare anche Joe Elliott. Si chiude con “Itï’s Goodbye”: la band esegue il pezzo, lascia che il pubblico ripeta ad libitum il ritornello e poi abbandona la scena in silenzio, mentre le luci si spengono piano e senza clamori. Un vero coup de théatre, che fa correre un brivido lungo la schiena per la semplicità e la trascinante emozione che un saluto del genere suscita. Da segnalare inoltre che, nel corso di questo brano, i due maxischermi posti ai lati del palco proiettano le locandine di concerti dei primi anni ’70 (uno svoltosi addirittura in un bar di Riccione!), ed è impressionante vedere che i Mott The Hoople hanno avuto come gruppi di supporto band come Queen, New York Dolls, e Wishbone Ash. Siamo quindi a metà fra la festa e la celebrazione di un tempo ormai passato, ma questa sera vince un passato che ritorna, fedele a se stesso e per niente anacronistico, che può veramente insegnare qualcosa ai musicisti attuali.

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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