Motorpsycho: Live Report della data di Pordenone

Puntuali negli orari (inizio alle 20.30, fine alle 23 in punto) e nel concedersi con generosità a improvvisazioni e divagazioni, i Motorpsycho hanno portato al Capitol di Pordenone il loro terremoto di suoni ed emozioni amplificate dalle visual alle loro spalle, costruito su una scaletta che pescava da passato e presente di una band in continuo movimento e in rumorosa mutazione, ma sempre riconoscibilissima.

Un concerto decisamente intenso, due ore e mezza senza soste e con poche parole (qualche battuta) tra un pezzo e l’altro, una band in trance agonistica a partire dall’ispirato Snah alla chitarra: se la voce e il basso profondo e violento di Bent Saether erano la guida più razionale (se così si può dire) dello spettacolo, Snah ne è stata indubbiamente l’anima, si leggeva nel suo sguardo quel lampo di genio o di follia, l’intuizione capace di portare fuori e dentro i binari uno show che ha ben messo in mostra le diverse anime della band. Perché non si può parlare di semplici contaminazioni di fronte all’energia con cui sono stati assimilati e rimasticati psichedelia, stoner, blues e più recentemente progressive. La batteria di Tomas Järmyr ha accompagnato i campi di tempi e di umore, mentre Reine Fiske ha avuto un ruolo fondamentale nel riempire con il suono del suo mellotron il quadro disegnato dal resto della band, oltre ad imbracciare occasionalmente la chitarra.

Ad aprire la serata, se può essere utile ad immaginare quale genere sia attualmente nel cuore e nella mente dei Motorpsycho, è stata la monumentale “The Crucible”, dall’ultimo omonimo album, con i suoi evidenti richiami ai King Crimson, mentre per chiudere la scaletta ufficiale è stata scelta “The Tower” dal penultimo lavoro in studio. In mezzo, spazio sia alle distorsioni e alle allucinazioni dei primi album della band sia (parecchio) a estratti dalle ultime fatiche, che hanno segnato una sterzata più decisa verso il prog, seppur inteso alla loro personale maniera. Tra le chicche, “California (I’m So Sold)”, pezzo suonato con due chitarre acustiche e nato al Rancho De La Luna: in effetti i legami sonori tra la fredda Trondheim e le desert sessions di Josh Homme sono un’altra delle cose che vengono fuori e prendono fuoco sul palco in una serata ad alto volume, alta energia, alta intensità. Perché è chiaro che non sono ammesse vie di mezzo.

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