Motorhead: Live Report della data di Udine

Il succo della serata, banale a dirlo, è il momento in cui Lemmy chiede al pubblico se il volume è abbastanza alto. Ottenuta una risposta negativa, si gira e va ad armeggiare con le manopole del muro di Marshall alle sue spalle. Un attimo dopo, il livello dei suoni che investono gli spettatori si commenta da solo. Questi sono i Motörhead, ieri oggi e domani: una sicurezza fatta di velocità e potenza, che ha la sua forza nel non cambiare di una virgola e in un impatto live che, a prescindere dal volume, ha pochi eguali.

Nella splendida cornice di Villa Manin, ad aprire le danze sono i Bulldozer, storica band italiana che non ci mette molto a conquistare anche chi non conosce le sue gesta pionieristiche degli anni Ottanta. Presenza scenica e la capacità di non scendere, musicalmente, a compromessi sono gli ingredienti base di una performance di cui riusciamo a vedere soltanto le battute finali, ma che pure infiamma il pubblico e nutre le speranze in un seguito di serata ancor più incendiario.

Quando è finalmente buio, ecco salire sul palco Lemmy accompagnato dai fidi Phil Campbell e Mikky Dee. Partono le note di “Iron Fist” e i circa tremila presenti di dedicano anima e soprattutto corpo alla musica che arriva dall’impressionante schiera di casse. Fin da subito è evidente lo stato di grazia di Mikky Dee, una potenza impressionante e la dimostrazione di forza del fatto che è lui l’animale, oggi: dall’alto della sua batteria manda scariche di adrenalina pura, facendo tremare il prato del parco di Villa Manin. La scaletta, pur presentando tutti i pezzi imprescindibili del repertorio della band, riserva anche qualche chicca, come la B-side “Cradle To The Grave”, eseguita subito prima dell’elettrizzante “In The Name Of Tragedy”, in occasione della quale c’è tempo per un breve ricordo di Ronnie James Dio. I Motörhead non prendono fiato e non lo lasciando prendere neppure agli spettatori, bersaglio spontaneo di un assalto sonoro di crescente intensità e che vede il suo apice nell’attesissima sequenza finale, da “Going To Brazil” alla più melodica (per quanto senso possa avere quest’affermazione) “Killed By Death”, da “Ace Of Spades” all’inevitabile conclusione con il botto di “Overkill”. In mezzo Lemmy, 65 anni a dicembre, infila battute al vetriolo, aizzando i suoi seguaci ed invitandoli a ribellarsi al sistema, come quando introduce “Just ‘Cos You Got The Power”, o semplicemente riconfermandone sapientemente l’attaccamento.

Una parola ancora sull’amalgama della line-up: Phil Campbell è arrivato nel 1984, Mikky Dee nel 1992, ed è evidente come senza i loro ingranaggi la macchina da guerra che risponde al nome di Motörhead non sarebbe la stessa. Il carisma di Lemmy è imprescindibile ed insostituibile, ma senza questi due compagni di viaggio la band non potrebbe continuare a mettere ko il pubblico in serate come questa.

giovanni.barbo

view all posts

Appassionato di cinema americano indipendente e narrativa americana postmoderna, tra un film dei fratelli Coen e un libro di D.F.Wallace ama perdersi nelle melodie zuccherose di AOR, pomp rock, WestCoast e dintorni. Con qualche gustosa divagazione.

0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Login