Metalitalia Festival 2018: Live Report del Day 1 con Hammerfall, Grave Digger e altri

Il Metalitalia Festival è ormai diventato un appuntamento fisso per tutti gli appassionati del genere, e questo non solo per l’impeccabile organizzazione che da sempre l’accompagna e la presenza ogni anno di band di spessore, ma anche perché per un pubblico che esula dall’ascolto delle solite super-band e che vive la propria appartenenza al metal come una bandiera, potersi ritrovare sotto un tetto comune rimane un rituale al quale è doveroso partecipare. La prima delle due giornate, l’unica a cui abbiamo potuto intervenire, ha rappresentato un vero toccasana per tutti i fan del power metal classico ed epico, con la presenza sia di importanti formazioni nostrane come gli inossidabili White Skull, gli Asgard e i mitici Rosae Crucis, nonché di due tra le band di maggior successo internazionale arrivate dalla scena italica come gli Elvenking e i Domine. Vista l’impossibilità di giungere in loco ad un orario che ci permettesse di assistere a tutto questo ben di Dio, ci siamo dovuti accontentare di presenziare alla performance dei soli Domine. Uno show che ci ha impressionato, non solo per la impeccabile e trascinante esibizione della band (se pur penalizzata da diversi problemi tecnici), ma anche dalla partecipazione di un pubblico che evidentemente non ha dimenticato l’impatto di canzoni come “Thunderstorm” o “The Hurricane Master”, nonostante il lungo periodo in cui la band ha centellinato la propria attività (l’ultimo album in studio risale addirittura al 2007). La voce di Morby sembra non invecchiare mai, vista la naturalezza con cui si esprime sulle stesse tonalità di sempre, ma più in generale il gruppo è totalmente all’altezza del proprio ruolo di rodata macchina power-epic. E quando arriva una canzone eccezionale come “The Aquilonia Suite” la tensione nella sala raggiunge davvero l’apice. Amatissimi e davvero bravi. Che volete chiedere di più?

Dopo di loro tocca ai veterani del metal germanico Grave Digger, ormai un pochetto in decadenza, almeno a sentire le ultime incerte uscite discografiche, ma che per l’occasione rispolverano una scaletta dal sapore storico che si riallaccia alla cosiddetta “Middle Ages Trilogy” (ovvero i tre fondamentali album “Tunes Of War”, “Knights Of The Cross” ed “Excalibur”). Si comincia sinceramente alla grande, con la band che appare in splendida forma ed un Bolthendal molto al di sopra delle nostre personali aspettative per la graffiante potenza con cui interpreta canzoni come “The Dark Of The Sun” o “Lionheart”. Sarà che questo è indubbiamente il periodo migliore della band e che mettere in fila canzoni eccezionali una dopo l’altra aiuta anche a caricarsi, ma stasera i Grave Digger sono da brividi. Il pubblico risponde nel migliore dei modi, anche quando, forse inevitabilmente, la voce del leader comincia a mostrare qualche piccolo cedimento. La massima intensità arriva con il coro condiviso da tutti di “Rebellion (The Clans Are Marching)”, brano che chiude la scaletta dedicata alle vecchie song e che lascia spazio ad un bis di altri pochi pezzi, tra cui la scarsina (almeno per noi) “Healed By Metal” e l’immancabile chiusura riservata al mega-classico “Heavy Metal Breakdown”.

Sempre nell’ottica di regalare al pubblico del Festival uno show del tutto particolare, per la prima volta salgono sullo stesso palco e nella stessa sera le due incarnazioni dei Rage. Per primi arrivano infatti i Refuge, ovvero i Rage di vecchia scuola, con al fianco dell’inamovibile (per ovvi motivi) Peavy Wagner Manni Schmidt e Chris Efthimiadis. Come da copione i nostri partono a razzo con una velocissima “Don’t Fear The Winter”, per poi ripiegare su un paio di brani tratti dall’ultimo album (bella la versione live soprattutto di “The Man In The Ivory Tower”). Da subito si capiscono due cose: la prima è che la band ha un suono e una coesione devastanti, assolutamente un gradino sopra tutte le altre formazioni della serata, e la seconda è che una parte del pubblico pare non essere del tutto a proprio agio con alcune delle canzoni suonate. Ipotizziamo che la fetta un poco più giovane dei presenti, che forse ha più nelle orecchie le band e gli album della seconda metà degli anni novanta (d’altronde gli headliner della serata sono gli Hammerfall) possa non avere del tutto assimilato canzoni come “Enough Is Enough” o “Invisible Horizons”. Detto ciò, a chi invece era lì per loro i Refuge hanno presentato una scaletta emozionante e hanno regalato un’intensità formidabile. Approvati. Dopo un velocissimo cambio palco tocca alla più recente line-up targata Rage scaldare gli animi dei presenti, e bisogna dire che se il cambio c’è stato, sicuramente nulla è mutato per ciò che concerne la qualità dell’esecuzione e la compattezza dei musicisti. In questo caso la scaletta copre un arco di tempo molto maggiore e se le sole “My Way”, “Justify” e “Season Of the Black” arrivano dalle uscite più recenti, a suscitare la reazione più intensa sono indubbiamente le più datate “Sent By The Devil” e “Black In Mind”, a riprova che quella è la produzione della band più amata e conosciuta nel nostro paese. In ogni caso ancora una volta la prestazione è inappuntabile, con un Peavy in perfetta forma vocalmente, sempre gioviale e comunicativo verso l’audience, ma anche due musicisti d’accompagnamento che non avranno alle spalle la lunga carriera di altri loro colleghi, ma che ci sanno davvero fare. Il lungo finale, in cui la band propone la sempre amatissima “Higher Than The Sky”, mixandola con il classicissimo “Heaven And Hell” (interpretata alla grande dal chitarrista Marcos Rodriguex nel ruolo che fu di Ronnie James Dio), è ormai un must dei loro show e riesce sempre a creare il giusto pathos. Ottimi sotto tutti i punti di vista.

Tocca ora agli Hammerfall, gravati del non facile ruolo di capofila in uno show che fino ad ora ha visto solo alti, mantenere la giusta tensione. Bisogna dire che il pubblico ha davvero aiutato molto l’atmosfera, dimostrando tutta la propria passione per molte delle canzoni presentate, ma ovviamente tocca poi a chi sta sul palco restituire al meglio la carica ricevuta. Sinceramente ci pare che la band abbia si provato a mettere tutto quelle che aveva, ma il dubbio che, almeno rispetto ad altre band di giornata, si sia fatta più scena che sostanza un po’ ci è rimasto. Anche se la questione può ridursi ad un gusto puramente personale, non ci sentiamo, ad esempio, di sottoscrivere la scelta di non includere in scaletta nessuna canzone dal debutto “Glory To The Brave” (ovvero uno dei migliori e più acclamati esempi di puro heavy metal degli anni novanta), così come il medley dedicato a “Legacy Of Kings” ci è parso abbastanza privo di senso e, in una parola, insipido. Vero è poi, al contrario, che canzoni come “Renegade”, “Heading The Call” o la consueta “Hearts On Fire” (come spesso accade messa fine serata) sono in grado di rialzare velocemente il livello di entusiasmo e di adrenalina, ma rispetto ad altre esibizioni della band a cui abbiamo presenziato in passato, stasera ci è parso di assistere ad uno spettacolo buono solo in parte. Perplessità che comunque gran parte del pubblico presente non è sembrato condividere, visto che tantissimi sono stati comunque gli applausi e le urla di approvazione. A riprova che l’appeal della band di Cans e Dronjak rimane notevole dalle nostre parti.

A prescindere dal gradimento o meno delle singole band a vincere è stato in ogni caso ancora una volta il Festival, sia per ciò che concerne il lato organizzativo (e qui si migliora ogni volta!!) che per lo splendido pubblico presente. Complimenti a tutti e appuntamento al prossimo anno!

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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