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Metalitalia.Com Festival: Live Report e foto del Day 2 con Death SS, Moonspell, Samael

Dopo una prima giornata all’insegna del power e dell’heavy metal più classico, il Day 2 si presenta con una line-up di ben altra risma. Il tempo dei “buoni” è finito, qui a farla da padrone sono quelli “cattivi” e incazzati, i mostri, l’orrore e il colore nero. C’è poco da star allegri quindi? Insomma, a vedere in giro le facce belle contente e soddisfatte dei migliaia di presenti (affluenza nel complesso superiore a quella del giorno precedente) verrebbe da pensare tutto il contrario. In fondo il lato oscuro è da sempre quello dove ci si diverte di più… e che si fottano gli Jedi!

Non sono riuscito ad assistere per intero allo show degli opener Shores Of Null, ma dalla ancora scarsa presenza di pubblico mi pare di aver capito che in molti devono aver avuto problemi ad arrivare in orario a causa del clima proibitivo. Nei quindici minuti che ho potuto ascoltare la band ha comunque fatto il suo, presentando con estrema compattezza e intensità uno stile certo non facile da proporre dal vivo come il death doom dalle inflessioni gotiche. Il rischio è sempre quello di risultare troppo pesanti e di scarso intrattenimento. Un pericolo però del tutto sviato dalla band romana che invece riesce a coinvolgere al meglio i presenti, affascinando un po’ tutti coloro che hanno avuto il buon gusto di prestato loro orecchio. Molto validi e da riascoltare sulla durata più lunga.

Avendo avuto il piacere di ascoltarli sin dagli albori, i Necromass sono tra le band che più mi incuriosivano della bill odierna, ma devo ammettere che nell’insieme non mi hanno particolarmente colpito. Partiti con suoni non del tutto ben calibrati i nostri risultano forse un po’ troppo penalizzati nell’impatto e anche se l’impressione è che la band suoni bene, l’insieme è meno di presa di quanto sperato. L’effetto ritualistico cercato, sia per la sostanza delle canzoni, sia per l’immagine proposta dalla band non si è del tutto concretizzato… è mancato qualcosa all’atmosfera insomma. Probabilmente ci sarebbe da riascoltarli in una serata a loro dedicata e con suoni migliori.

Impatto e coinvolgimento sono invece le parole d’ordine dello show degli alessandrini Mortuary Drape. In circolazione ormai da tantissimi anni i nostri non temono nulla e l’esperienza si vede, sia nella gestione del palco, impeccabile, sia nell’intensità con cui la band sciorina uno dopo l’altro brani che arrivano direttamente dalla preistoria del metal estremo. Si inizia con la folgorante “Necromaniac”, ed è subito un putiferio di riff maligni e ritmiche incontenibili. Il gruppo è letteralmente travolgente sul palco, soprattutto nella presenza del leader storico Wildness Perversion. Tantissima l’energia messa in campo e molte le hit proposte, tra cui spicca la bellissima “Tregenda (Dance in Shroud)”, pezzo preferito dal sottoscritto e, a giudicare dalle reazioni, molto amato anche dagli altri fan presenti. La fama di cult band che si portano dietro è sicuramente del tutto meritata.

Non ce ne vogliano le eccellenti band precedenti, ma con l’arrivo sul palco di un’istituzione come Goblin il livello dell’intera giornata sale vertiginosamente. Qui si parla di storia della musica, di una magia che è ben lontana dall’avere esaurito la propria carica espressiva… lo spettacolo musicale e visivo (con la proiezione di spezzoni delle pellicole a cui la musica ha fatto da colonna sonora) è estremamente affascinante. Nonostante la differenza stilistica con il resto della giornata, l’atmosfera è sostanzialmente in linea con i gusti del pubblico presente e canzoni dal respiro brumoso come “Demoni”, “Suspiria” e “Profondo Rosso” raccolgono applausi e partecipazione. Sorprende l’anima molto rockeggiante delle versioni proposte, in cui ovviamente molto spazio viene lasciato ai synth e alle tastiere del leader Simonetti, ma con una forte spinta apportata dalla batteria, suonata da Titta Tani. Prevedibile l’omaggio al compianto George Romero, accompagnato dall’esecuzione di parte della colonna sonora di “Dawn Of The Dead”. Superbi.

Non avendoli mai potuti ascoltare live in precedenza gli svizzeri Samael sono la seconda delle mie curiosità di giornata… e che botta! La band di Xy e Vorph si presenta sul palco supportata da basi e tastiera a fare da batteria elettronica (con un’appendice apparentemente acustica che però non ci ha del tutto convinto), ma chi segue la band sa che questo non toglie certamente impatto globale all’insieme, anzi. Sono loro senza dubbio la formazione più estrema della giornata, lo sono come attitudine e lo dimostrano buttando all’aria ogni schema, con un concerto caratterizzato da un sound devastante e dal carisma di un frontman con i fiocchi. Canzoni come “Rain” o “Baphomet’s Throne” sono trascinanti e di presa, ma il vero top della serata è rappresentato dalla presentazione live in anteprima di alcuni brani del nuovo album, tra cui singolo “Black Supremacy”, anche questo in bilico tra metal estremo e ritmi di derivazione elettro-industrial. Se il buon giorno si vede dal mattino, direi che ci attende una nuova uscita da non mancare.

Stupisce, sinceramente, osservare quanta gente sia qui stasera per vedere i Moonspell. Al terzo passaggio in meno di un anno sul nostro territorio Ribeiro e soci dimostrano di avere un pubblico tra i più affezionati e fedeli in assoluto, visto che è proprio con loro che l’arena si riempe per la prima volta alla massima capienza. La band ripaga tanto amore con una prestazione a dir poco perfetta, sia tecnicamente che come intensità emotiva. Rispetto alle ultime date si nota come la scaletta abbia ripreso la sua naturale eterogeneità (mentre l’ultimo tour si concentrava quasi esclusivamente su “Irreligious” e “Wolfheart”), con brani che arrivano dalle uscite recenti, ad esempio “Breathe”, “Extinct” o la rispolverata, e bellissima, “Scorpion Flower”. Non mancano però episodi più datati come l’imprescindibile “Opium” o “Vampiria”, e anche la favolosa “Alma Mater”. Un equilibrio praticamente perfetto, per uno show che meglio di così era impossibile attendersi. Quando si arriva al finale dedicato alla eccezionale “Full Moon Madness” dispiace davvero che il tempo a loro disposizione sia terminato. Strepitosi.

Mancavano da qualche tempo dalla scena i mitici Death SS e quale migliore occasione per rientrare nel giro se non una bella presenza da headliner in uno dei festival più importanti dell’anno? Come annunciato la band approfitta della serata anche per girare il nuovo Dvd/Bluray e quindo lo show è a dir poco assicurato. Si comincia con “Let The Sabbath Begin”, cantata all’unisono da Steve Sylvester e da un’audience già in visibilio. Come sempre la componente teatrale assume una grande importanza nei concerti del gruppo e, fermo restando la favolosa presenza scenica della band, quasi ogni canzone vede l’aggiunta di piccoli siparietti recitati, con attori e attrici di volta in volta nel ruolo di inquisitori, suora, demone, etc. Una componente che forse oggi farà sorridere alcuni, ma le cui radici vanno ricercate agli albori di un horror-dark rock che quarant’anni fa era davvero qualcosa di shockante. La scaletta scorre via senza nessuna pausa, proponendo una sorta di greatest hits live che lascia senza il tempo di pensare (inusuale solo la mancanza di “Kings Of Evil”). “Horrible Eyes”, “Cursed Mama”, “Vampire” e “Hi-Tech Jesus” sono solo alcuni dei titoli proposti e ci traghettano verso un finale totalmente dedicato alle canzoni di “Heavy Demons”. Ben sei i pezzi tratti da quello che è forse il miglior disco tra quelli incisi dal gruppo, eseguiti insieme all’ospite Al Priest, chitarrista storico proprio del periodo di riferimento. Proprio dopo il lancio dei coriandoli, l’ultima song e i saluti di rito, spunta, inaspettato, un annuncio che anticipa la prossima uscita di un nuovo album targato Death Ss. “Rock ‘n’ Roll Armageddon” il titolo scelto…

Si conclude qui, con una mezza sorpresa (molti dubbi lasciavano le preventive dichiarazioni di addio) un Festival ancora una volta inappuntabile sotto ogni aspetto. Complimenti alle band, al locale e all’organizzazione.

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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