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Metalitalia.Com Festival: Live Report e foto del Day 1 con Edguy, Rhapsody Of Fire, Grand Magus

Mai come quest’anno il Metalitalia Festival ha rispettato le premesse implicite nella propria presentazione. Gran parte delle band che si sono alternate sul palco nei due giorni della manifestazione sono infatti un bell’esempio di come nel nostro Bel Paese l’heavy metal sia vivo e vegeto, nonché di ottima qualità. Alla faccia della, a volte vera, altre volte solo presunta, esterofilia del pubblico nostrano, la risposta in fatto di audience è stata altamente positiva. Merito sicuramente anche di un Festival che si è ormai affermato come uno degli eventi meglio organizzati dell’anno e di un locale, il Live Club di Trezzo Sull’Adda, che mette tutti nelle condizioni migliori per assistere ad uno show di altissimo livello.

La prima giornata si apre con la gradita presenza dei Trick Or Treat, formazione che nasce come tributo agli Helloween e che vede nelle proprie file la presenza di un singer ormai di fama internazionale come Alessandro Conti (splendido il suo lavoro a fianco a Luca Turilli). Dei citati Helloween i nostri riprendono il lato più giocoso e scanzonato del periodo Kiske e mi sarebbe davvero piaciuto poter assistere alla loro breve esibizione in apertura. Purtroppo il classico imprevisto sulla strada verso il locale mi obbliga a saltare di netto l’intero show… E a dover solo riportare i commenti più che favorevoli di chi invece ha potuto assistervi. Una buon motivo per tornare a vederli alla prima occasione. I

Subito dopo tocca ai veterani dell’epic metal italico Holy Martyr e da una band così sappiamo tutti cosa poterci attendere. L’afflato mistico e la potenza del suono sono quelli della migliore tradizione dell’heavy anni ottanta… il concerto si apre esattamente come l’ultimo album, con l’intro “Shores Of Elenna” e la Tolkeniana “Numenor”, per chiudersi circa mezz’ora dopo con la imponente “Lakedaimon”, tributo alla forza dei guerrieri spartani. In mezzo tanta energia e una convinzione che non ha nulla da invidiare ai grandi esempi che hanno reso immortale il genere. Bravi.

Se parliamo di convinzione, pochi nel corso degli anni ne hanno dimostrata più dei veneti White Skull. Ormai in circolazione da moltissimi anni sono diventati una vera e propria istituzione del power ed heavy metal, e non solo in Italia. Il ritorno in formazione della frontman Federica “Sister” De Boni ha permesso loro di tornare ai fasti degli album migliori e dal vivo i nostri mettono in pratica al meglio i dettami di un genere che non ha alcuna intenzione di mollare il colpo. Canzoni più recenti come “Holy Warrior” e “Under This Flag” si alternano a brani storici come “The Roman Empire” o la finale “Asgard” (forse il loro pezzo più noto). Nel complesso la prestazione è impeccabile, confezionata sulle aspettative degli amanti del power come un vestito su misura. Gli anni passano per tutti, ma questi “ragazzi” ancora non ne vogliono sapere di cedere il passo. Bene così!

Tocca adesso ai Secret Sphere, anche loro ormai dalla storia quasi ventennale, ma che qui propongono uno show maggiormente concentrato sulle ultime uscite, che vedono l’apporto di Michele Luppi dietro al microfono. La presenza di due coristi, di evidente aiuto nelle parti in cui è necessaria l’enfasi di background vocals ben fatte (e non affidate alle basi pre-registrate), è da segnalare, non fosse altro perché si tratta di qualcosa di non comune da osservare sul palco per una band heavy metal. A metà concerto circa fa la sua apparizione, nel ruolo di ospite, il precedente singer della band, ovvero Rob Messina. Una parentesi che personalmente ho apprezzato molto, visto il maggior legame affettivo verso le prime uscite del gruppo. Si prosegue poi con la consueta perfezione esecutiva (la band è una sicurezza da questi punto di vista) fino al finale di “Lady Of Silence” che vede i due frontman in contemporanea sul palco per un duetto da brividi. L’ennesimo pollice sollevato per una giornata che sta andando di bene in meglio.

Un altro ritorno con i fiocchi è infatti quello dei Labyrinth, di nuovo in sella con un album di tutto rispetto e sempre capaci, in sede live, di mettere in pratica tutti i dettami di chi la musica seria la mastica anche a colazione. A dire il vero a questo giro qualche imprevisto c’è stato e subito ad inizio concerto un problema di volumi ha reso meno impeccabile del solito l’esibizione, almeno dal punto di vista tecnico. Non di meno una scaletta ben suddivisa tra le varie uscite, con brani più raffinati e altri più power oriented, ha infiammato i tanti fan della band presenti (con loro ormai il locale comincia ad essere bello pieno!). Immancabile l’esecuzione di “Moonlight” in coda… e anche dopo averla ascoltata centinaia di volte, l’emozione rimane quella. Un hit che davvero poche band posso vantare in repertorio.

La prima band non italiana ad esibirsi sono gli svedesi Grand Magus, diversi anche per la sfumatura del genere proposta, dato che qui le componenti classic heavy metal ed epic si distanziano in modo molto marcato dal power metal, per approdare a lidi più hard & heavy, sfumati su alcune inflessioni doom. Una variazione che sinceramente ci voleva, perché il rischio di andare in overdose di doppia cassa e cori tipicamente power. I nostri piazzano poi un’esibizione davvero tosta, con la voce particolare e calda di JB a dominare l’intera scena e i riff corposi e metallici a fare da traino. La classica “Steel Versus Steel”, la epica “Forged In Iron, Crowned In Steel” e la conclusiva “Hammer Of The North” spaccano sul serio, ma la mia personale preferenza va alla Manowariana “Iron Will”… ascoltata live è davvero da pelle d’oca. Grandiosi.

Tocca ora alla band che desta probabilmente la maggiore curiosità dell’intera giornata, ovvero i Rhapsody Of Fire, che vedono al debutto in sede live il nuovo cantate Giacomo Voli. Se qualcuno avesse avuto il dubbio che il nostro non fosse in grado di sostituire un mostro come Fabio Lione… beh, lasciatemelo dire… sticazzi! La prestazione è infatti di quelle che non lasciano feriti e l’impressione finale è che un cambio migliore non si potesse trovare! Splendida anche la scaletta, soprattutto nella seconda parte dello show, quando la band tira fuori carichi come “Land Of Immortals”, “Holy Thunderforce” o “Dawn Of Victory”. Imprescindibile l’esecuzione in chiusura della favolosa “Emerald Sword”, ancora una volta suonata e cantata senza nessuna sbavatura davanti ad una fanbase in visibilio. Se proprio c’è da fare un appunto (e non una critica) all’esibizione si può solo dire che la mancanza di tanti membri storici non passa inosservata e che, per forza di cose, i Rhapsody Of Fire sono oggi più che mai la band di Staropoli. Non di meno la qualità dei musicisti non si può discutere e la prestazione odierna lo mette in luce. Per il futuro c’è quindi di che stare allegri.

Siamo arrivati ora agli headliner, gli Edguy dell’istrionico Tobias Sammet, che portano in giro il tour per celebrare i 25 anni di attività (ammazza come passa velocemente il tempo!). Pur non essendo il fan numero uno della band, devo ammettere che dal vivo lo spettacolo è sempre di alto livello. Non solo perché in fondo le canzoni girano, ma anche perché le doti di intrattenitore di Mr. Sammet sono di prim’ordine e alla fine è impossibile non divertirsi. La scaletta ricalca in gran parte quella della raccolta appena uscita sul mercato (“Monuments”) e non poteva essere altrimenti, visto il tono celebrativo della suddetta, ma in un caso come questo l’effetto greatest hits non ha nulla di negativo ed il pubblico è davvero caldissimo, anche perché pochi sanno essere accattivanti come Tobias Sammet on stage. C’è quindi di tutto un po’, dall’hard rock scanzonato di “Love Tyger”, all’heavy priestiano di “Mysteria”, passando per la indimenticabile “Vain Glory Opera” e la melodica ballata “Save Me”. Tutto fila perfettamente liscio, fino all’encore finale affidato a “Out Of Control” e “King Of Fools”, una conclusione più che degna per uno show che ha messo d’accordo tutti.

Finisce qui un primo giorno con pochissime sbavature e tanto divertimento. Appuntamento a domani, con aspettative forse ancora più elevate (almeno per me).

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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