M’Era Luna Festival 2009: Live Report

Come ogni anno torna il carrozzone del M’Era Luna, il festival dedicato alla cultura dark. Tra concerti, sfilate che presentano le nuove tendenze del gotico made in Europe, stand di abbigliamento, accessori e gastronomia (anche i vampiri mangiano…) e party notturni, la nuova edizione del M’Era Luna tinge di nero la cittadina tedesca di Hildesheim, che per due giorni accoglie più di 25.000 persone da tutta Europa. E noi potevamo mancare? Assolutamente no.

SABATO 08 AGOSTO

Arriviamo nei pressi del palco principale nel primo pomeriggio, mentre si esibiscono i Letzte Instanz, una band che mischia le sonorità del metal medievale al pop e a numerosi ritrovati elettronici. Non particolarmente esaltanti su disco, dal vivo i Letzte Instanz appaiono invece a proprio agio, muovendosi sul palco con naturalezza e coinvolgendo il pubblico tedesco, che abbiamo imparato a conoscere come molto tiepido. Il vocalist Robin Sohn è in forma e trascina con sé il gruppo, che offre questa intrigante commistione grazie anche alla presenza di un violino e di un violoncello sul palco. Tra le canzoni eseguite citiamo l’anthemica “Komm!” e la conclusiva “Wir Sind Allein”, eseguita in un medley che comprende “Rebel Yell” di Billy Idol, una hit molto apprezzata dai gotici teutonici a quanto pare, che dopo tanta tranquillità si lasciano andare alle danze.

Con quei pazzi dei Die Apokalyptischen Reiter, il divertimento è assicurato. L’ensemble guidato da Fuchs non è di certo catalogabile in un genere preciso: thrash, heavy metal, folk, industrial, c’è un po’ di tutto e questa abbondanza funziona molto bene. Fuchs tesse subito le fila di un concerto godibilissimo, fatto di battute e trovate cabarettistiche (peccato non capire la lingua a puntino, visto che i nostri vicini irrompono in grosse risate!). Come sempre si distingue la figura del mitico Dr.Pest, che avvolto nel suo completino sadomaso, suona le tastiere seduto su di una enorme altalena sgangherata! E dopo che il Dottore si assicura la compagnia di due procaci fanciulle del pubblico ammanettandole al suo ammennicolo, la grinta e la simpatia dei nostri si riversano sui presenti con l’intrigante “Wir Sind Das Licht”, “Revolution”, la romantica “Seeman” e l’immancabile inno “Reitermaniacs”.

Gli industrial rockers Oomph! si potrebbero paragonare ai Rammstein per l’importanza oggettiva e l’esperienza maturata in oltre vent’anni di attività. Veri pionieri della commistione tra il rock e le tendenze elettroniche, gli Oomph! hanno sempre rifiutato le logiche del mainstream, sfornando album quadrati ed essenziali, alla tedesca maniera. L’autore di questo articolo non è un fan sfegatato del three-piece, ma bisogna comunque riconoscere loro una notevole potenza on-stage: i suoni sono prettamente basati sulle chitarre e la voce di Dero si distingue per la potenza. I brani eseguiti guardano a tutta la carriera: ci sono pezzi del primo periodo come “Sex” e “Mitten Ins Herz” e non mancano episodi più disincantati (ma sempre molto oscuri e dal corpus minimale) come “Gott Ist Ein Popstar”. Si chiude con il singolo “Sandmann” e i loro supporter non possono che apprezzare.

A quanto pare i Birthday Massacre, pur canadesi, godono d una certa fama qui in Germania. Chibi e soci riescono infatti a scaldare l’audience più delle band che si sono esibite fino ad ora. Sarà, ma basta guardare quel loro look un po’ emo e un po’ scherzoso, per provare immediata simpatia. La loro miscela di pop, rock, goth metal e dark wave funziona alla grande e come sempre la piccola vocalist si muove sul palco con un’energia incredibile, entusiasmando i fan con le sue mille smorfie divertite. Lo show è davvero godibile, i nostri mettono in luce delle idee positive e soprattutto una gran voglia di divertirsi. Le sempre piacevoli “Red Stars”, “Falling Down”, “Video Kid” e “Blue”, accompagnano uno show davvero riuscito.

Gli appassionati di elettronica accolgono con un’ovazione i Blutengel. Il three-piece propone delle song estremamente gradevoli e romantiche, pregne di elementi facenti del parte dell’immaginario gotico (cosa che talvolta li rende tacciabili di conformità ai cliché). Tra vampiri, amanti perduti, passione e paesaggi cimiteriali, il loro show scorre in maniera impeccabile ed è ovvio lasciarsi andare a queste note così sensuali. Anche l’impatto visivo è ottimo, con tanto di background dal sapore vittoriano e giochi pirotecnici. Pare tutto perfetto, ma troviamo un po’ discutibile vedere Chris Poland e le sue affascinanti partner limitarsi a cantare sulle delle basi senza alcun musicista sta on stage. Bravi ma artificiali…in ogni caso, ascoltare brani come “Lucifer” e “Bloody Pleasures”, fa sempre effetto.

Andiamo poi nei territori del synth pop con Peter Heppner, leader dei Wolfsheim, qui a promuovere il suo album solista, intitolato semplicemente “Solo”. Accompagnato da un valido insieme di musicisti, Robert esplora territori melodici ma tutt’altro che immediati, preferendo una forma canzone snella ma elegante e garbata prima che ruffiana. Le song puntano sulle tastiere e le linee di basso , suscitando un senso di malinconia, al di là dei ritmi orecchiabili. Robert riesce a conquistare i presenti con pochi e semplici sorrisi, con una performance poco chiassosa ma vissuta, priva di ogni possibile eccesso scenografico. La set-list è vasta, comprende sia brani tratti da “Solo” che vecchi successi dei Wolfsheim, tra cui spicca la celebre “The Sparrows And The Nightingales”, accolta con entusiasmo dai rappresentanti della vecchia guardia .

I metalhead presenti iniziano a gridare il nome degli Apocalyptica. I violoncellisti più celebri del mondo non si fanno pregare e danno vita a uno show a dir poco incandescente. Eicca, Perttu e Paavo, insieme al batterista Mikko, sono dei navigati metallari, altroché! I violoncelli roteano tra le loro mani come fossero chitarre, l’energia profusa è enorme e il buon Eicca non fa mancare un attimo l’interazione con il pubblico. La set-list tributa in modo particolare i Metallica, ma non mancano altri successi come “Bittersweet” e “Betrayal”. A sorpresa, il vocalist Tipe Johnson, anch’egli finlandese e con una lunga carriera in ambito prog rock, sale sul palco e interpreta tre brani della band: “I’m Not Jesus”, “Life Burns” e “I Don’t Care”. Un concerto davvero intenso, una performance convincente sia dal punto di vista artistico che da quello dell’intrattenimento.

L’autore di questo articolo attendeva con una certa curiosità lo show dei Nightwish (headliners del Main Stage di questa edizione del festival), non avendo mai avuto la possibilità di valutare una performance della vocalist Anette Olzon. E la bionda cantante non deluderà le aspettative, nonostante la band metta in luce un ormai consolidato cambiamento che implica la rinuncia alla tonalità soprano della celeberrima Tarja. Marko Hietala è ormai il mattatore della situazione, la persona che dialoga con il pubblico e fa di tutto per intrigarlo. Si comincia con “7 Days To The Wolves” e da lì è un crescendo di successi, come “Amaranth”, “Romanticide” e “Wishmaster”, che qualche buontempone si diverte a cantare a squarciagola con le liriche “misheard” tanto popolari su You Tube…Per una buona mezz’ora la band è in gran forma e disinvolta, ma sulle note di “The Poet And The Pendolum”, crolla improvvisamente tutto l’impianto e rimane in funzione solo il monitor del palco. In effetti sulle prime la band non se ne accorge e solo dopo alcuni minuti si rende conto di non poter proseguire lo show. Strano incidente, vista soprattutto l’inappuntabile precisione (tecnica e logistica) dei colleghi tedeschi. Nel momento in cui i microfoni vengono ripristinati, Marko tenta di intrattenere il pubblico canticchiando una improponibile parodia di “Poker Face” di Lady Gaga (“I Want Your Cock, I Want Your Cock On My Face”!), per fortuna tutto ritorna alla normalità in pochi minuti e si ricomincia. Spazio alla bella “Nemo” e poi “Dark Chest Of Wonder”. L’encore, molto breve, fatto imputabile forse al nervosismo che i finlandesi avevano accumulato durante l’inaspettato break (bastava guardare l’espressione terribilmente corrucciata di Anette per rendersi conto che il buon umore se n’era andato) vede i nostri eseguire la celebre “I Wish I Had An Agel”. Un buon concerto in fondo, peccato solo che il vero delirio accorso nella seconda metà, ne abbia inficiato una riuscita lineare.

DOMENICA 09 AGOSTO

Al nostro arrivo, gli industrial rockers Zeromancer stanno terminando il loro show. Giusto il tempo di ascoltare “Photographic” (cover deiDepeche Mode) e il singolo “Dr.Online”, che l’act guidato dal bravo vocalist Alex Moklebust lascia lo stage. La resa sembra ottima, ma due brani sono davvero troppo pochi per formulare un giudizio attendibile.

Non conoscevamo invece gli Schelmish, una band di rock medievale misto a qualche tocco industrial che si presenta sul palco con un look a metà strada tra i secoli andati e l’immaginario cyber punk. Il gruppo è davvero divertente e intrattiene i convenuti con una grande energia, creando un clima disincantato grazie alla loro aria ironica e a canzoni che non hanno proprio nulla di nuovo ma davvero intriganti. Ben presto, i freddi amici teutonici iniziano a battere le mani e a muovere timidamente le gambe, divertendosi insieme all’ensemble.

Si passa al gothic metal (non scevro da alcune contaminazioni pop) de L’Ame Immortelle. La band austriaca è estremamente popolare in Germania, grazie a una serie di riusciti singoli che hanno costruito una solida base di fan. Eppure la formula è sempre quella: metal melodico con abbondanti dosi di synth e voce femminile. Dalla loro, gli Ame Immortelle hanno però una capacità compositiva degna di nota che li porta ad incantare con brani dalla costruzione tanto semplice quanto sensuale. Il set comincia con “1000 Voices”, cantata dal solo Thomas Rainer in un contesto intimista. Dal secondo brano, “Suffocating Endlessly”,fa la sua comparsa sul palco la rossa Sonia Kraushofer e inizia lo spettacolo vero e proprio. Abbiamo visto una band molto concentrata qui a Hildesheim, soprattutto attenta e professionale, molto elegante ma sobria per quanto concerne il look. Il piacevole spettacolo raggiunge il climax con la drammatica “Fallen Angel” e la celebre “Bitterkeit”, scelta come congedo.

Si passa poi all’irresistibile ed energico gothic/folk dei Cruxshadow. La band occupa il palco nella quasi totale interezza, con i violinisti David Wood e Johanna Moresco che si mettono ai lati opposti, mentre al centro, le performer si esibiscono in danze che finiscono per irretire tutto il pubblico, coinvolto in una vera festa. La punta di diamante di questa band è il vocalist Rogue: la sua prova infuocata parte proprio dagli astanti. E’ infatti dal centro dell’area antistante lo stage che Rogue fa la sua comparsa, camminando tranquillamente tra i fan. Poi, come se niente fosse, salta le transenne e si arrampica sul palco! Lo show è davvero divertente, al di là dello spessore dei vari episodi (comunque molto buoni, soprattutto se ci riferiamo alle produzioni meno recenti), lo spettacolo vive molto dell’impatto visivo, garantito in primis dal look bizzarro dei musicisti e dalle belle danzatrici. “Dragonfly” e “Sonia” sono come sempre brani piacevoli da ascoltare dal vivo, a giudizio di chi scrive, il climax del concerto. Paradossalmente, solo la voce di Rogue sembra essere sotto i suoi standard.

Alexander Veljanov: chi ha partecipato all’edizione del M’Era Luna di due anni fa, conserva ancora il ricordo del magnifico show dei suoi Deine Lakaien insieme all’Orchestra Filarmonica di Francoforte. Oggi, per il cantante, musicista e attore, è il momento di tributare una lunga carriera solista, che affiancata a quella della band madre, lo vede nella scena già dalla metà degli anni ’80. Il vocalist propone una serie di brani che percorrono le sue release discografiche in un lungo lasso di tempo, episodi memori di una darkwave di stampo classico. Le canzoni sono eleganti, severe, ricche di momenti melodici sensuali ma non ruffiani. Alexander li interpreta con estrema sobrietà, forte di un timbro morbido e “notturno”, potremmo dire, tanto suscita un senso di intimismo e malinconia. Uno show molto interessante ma per pochi, complice uno stile che di certo non è alla portata dell’ascoltatore medio.

I Tiamat sono ormai una garanzia. La band guidata da Johan Edlund riporta il metal sul palco del M’Era Luna, una magnifica commistione tra doom, death e gothic che si sublima in un continuo percorso di ricerca sonora. Un percorso che negli ultimi tempi non ha escluso episodi più romantici ed accessibili, ma non per questo scontati. Johan è un performer malinconico e si pone sul palco con rigore e solidità. La show passa da brani maggiormente malinconici e derivati dalla matrice doom ad altri più disimpegnati, accolti con entusiasmo anche da chi non conosce la band. L’opener “Vote For Love” lascia supporre uno show incentrato sui brani più fruibili, ma l’immediata inversione di rotta con “Raining Death Angel”, rivela l’intenzione della band, cioè quella di offrire uno spettacolo il più possibile comprensivo. “The Sleeping Beauty” e l’immancabile dolcezza di “Gaia”, concludono uno show coinvolgente.

Mentre il chiassoso popolo del M’Era Luna si dedica agli ultimi acquisti sfruttando i generosi sconti esposti nei vari stand, i Subway To Sally salgono sul palco. La band tedesca, attiva dall’inizio degli anni ’90 e tra le prime a proporre la commistione tra metal e musica medievale, guadagna lo stage con i l suo seguito di flauti e cornamuse. Si sa cosa riserva il destino a queste band: dopo il successo iniziale, complice anche la novità della proposta, arriva una parabola discendente e si ha come l’impressione che i dischi usciti negli ultimi anni si limitino ad una produzione in serie che di certo non brilla per originalità. Eppure, su di un palco, gruppi come il loro ci sanno fare e davvero bene. Sarà la voce da smargiasso di Eric, sarà il sound talmente scanzonato e coinvolgente, i Subway To Sally creano un clima festoso e trascinano gran parte del pubblico in un party d’altri tempi. Tutto questo senza offrire nulla di nuovo da un punto di vista artistico, ma la grinta e l’energia profuse sono invidiabili.

Dopo la lunga attesa, ecco finalmente il main event dell’edizione 2009 del M’Era Luna, calcare le assi del palco. Scenografia stranamente sobria per i britannici The Prodigy, che si limitano all’utilizzo di alcuni fasci di luce alle spalle e del fumo colorato. Keith Flint e Maxim Reality si prodigano in uno show particolarmente energico e coinvolgente, portandosi più volte in prossimità delle prime file, mai fermi un istante. La performance vocale è aggressiva e non fa prigionieri, mentre la loro musica, che fa storcere il naso ai più indefessi conservatori della purezza metal, è tanto potente che alcuni acts estremi o presunti tali, avrebbero solo da imparare. Per la cronaca, nessuna base è stata usata questa sera. Questi sfacciati ravers, che il popolo gotico della Germania apprezza particolarmente, suonano e la fanno nel migliore dei modi, con un session alla chitarra e uno alla batteria a rendere l’impatto ancora più vivo, mentre Liam Howell martella l’arsenale di synth con una potenza inaudita. I successi ci sono proprio tutti: le immancabili “Firestarter” e “Breathe”, ma anche “Poison”, “Voodoo People”, “Diesel Power”, Warrior’s Dance”, oltre al singolo “Take Me To The Hospital”, dalle ironiche venature reggae. Inutile specificare che tra la band e il pubblico si crea un’immediata sinergia ed è automatico lasciarsi trasportare da uno show così bollente. Peccato soltanto per la durata davvero risicata dello spettacolo, appena 65 minuti.

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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