Mark Lanegan Band: Live Report della data di Milano

Troy Van Leeuwen evidentemente è una persona che si annoia facilmente. Infatti suonare la chitarra solamente con A Perfect Circle (che effettivamente ha abbandonato), Queens Of The Stone Age e Mark Lanegan Band evidentemente gli lascia troppo tempo libero, e quindi ha fondato gli Enemy, in cui canta anche. Il trio ci propone un rock grezzo e obliquo, molto rumoroso ma non sempre efficace. Echi di QUOTSA ma più spesso una specie di Foo Fighters imbolsiti, anche se più dissonanti e ossessivi, con echi wave nella chitarra tagliente, nel basso ipnotico e nella batteria incalzante. Non particolarmente efficaci a un primo approccio scaldano parte del pubblico annoiando gli altri, concludendo la loro mezz’ora scarsa con una cover bella e scatenata di ‘City Of Refuge’ di Nick Cave.

Ma ovviamente tutti aspettano Mr. Lanegan, che si presenta forte di tutto il suo carisma, altissimo e spettrale dietro il microfono. Pochissime concessioni al pubblico, solo un paio di "thank you" in un’ora e mezza abbondante di concerto, raccolto, perso nella sua musica, quasi autistico nella chiusura verso l’esterno.

Il set è decisamente elettrico, forse troppo rock rispetto a quanto fatto in studio; la volontà di allontanarsi dal profilo folk-cantautorale in cui si stava incanalando la sua carriera solista, già evidente nel recente EP, trova una dimostrazione evidente sul palco. Volumi alti, distorsione, rock acido e psichedelico a profusione. Con risultati alterni: i brani nuovi sono eccezionali, ipnotici e trascinanti, e anche i brani più vecchi riarrangiati risultano molto credibili; le ballate di ‘Field Songs’ al contrario perdono molta della loro magia, complici i suoni inadatti, in primis una batteria decisamente sopra le righe (a livello sia di volume che di timbri) per brani del genere. La seconda parte di concerto è più omogenea, tutta incentrata sul rock tagliente, e il gorgo di musica distorta trascina tutti i presenti sempre più a fondo, fino a una conclusiva ‘Methamphetamine Blues’ quasi sabbatica nel suo incedere circolare e rituale. Tra i vari classici della discografia presentati si segnala ‘Death Don’t Have No Mercy’, resa immortale dai Grateful Dead sul loro ‘Live Dead’, qui proposta in una versione più immediata e blues, almeno nelle intenzioni. Luciferina e roca come solo i maestri del delta sapevano fare, con in più tutta la disillusione e la disperazione di cinquant’anni di rock’n’roll. Rientro per i bis con un brano e mezzo solo con chitarra acustica, per poi lasciare deflagrare di nuovo la vena psichedelica e distorta, per un finale incandescente. In definitiva Mark Lanegan su un palco è un evento da non lasciarsi sfuggire; carismatico e magnetico anche senza fare nulla, dotato di una voce assolutamente da brividi, è veramente un predestinato. Certo un minimo di interazione in più sarebbe gradita, come pure una maggiore atmosfera e raccoglimento su brani che lo richiedono. Ma evidentemente c’è voglia di andare oltre, e c’è chi ha il dono di riuscire bene in ogni cosa che fa. Mark Lanegan è una di queste persone.

MARK LANEGAN BAND – Here Comes That Weird Chill

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