Magna Grecia Festival: Live Report

A prescindere da un bill troppo monotono e da un fine concerto poco professionale, bisogna innanzitutto far notare che di eventi simili a Napoli se ne vedono ben pochi, e che la risposta del pubblico in tali occasioni è mediamente freddina. Tuttavia in questa occasione mi sono dovuto in parte ricredere: il numero di spettatori del Palapartenope era accettabile e il sound era migliore della media, considerando che si tratta di un festival al chiuso. Aprono le danze gli Zion, una giovane band che vede nei Rush e nei Deep Purple la loro principale fonte d’ispirazione (hanno eseguito ‘Red Barchetta’ e ho notato, con orrore, di essere tra i tre unici spettatori che la conoscessero!). Performance soddisfacente, ma molti margini di miglioramento sotto il profilo scenico e di sicurezza sul palco. Seguono i Valiance, che propongono un metal molto classico, ma che risulta comunque ben suonato e strutturato. Ottima presenza scenica e ugola gradevolmente Dickinsoniana. E’ il turno degli Heimdall, gruppo power con influenze quasi thrash che colpisce, oltre che per l’ottima tecnica, per il timbro del cantante che, a differenza di molti suoi colleghi del genere, lavora bene sulle tonalità più basse, regalando al suo gruppo una espressività che latita in altre formazioni. Impressionante è anche il chitarrista solista che fa correre disinvoltamente le dita frenetiche sul manico con degli sweep Malmsteeniani, disinvoltura non corrispondente ai suoi movimenti sul palco, che ci hanno regalato una esilarante ma ahimè rovinosa caduta… Seguono a ruota i Mind Key, ottimo gruppo power-prog con un album appena uscito per la Frontiers e con una data da supporto ai Dream Theater a Bergamo. Il quintetto dimostra di avere piena padronanza tecnica e delle idee che trascendono dai cliches power che prevalgono in questa manifestazione. Certo i riferimenti ai Symphony X ed agli onnipresenti DT sono più che evidenti, ma questa band porterà senza dubbio una ventata di freschezza alla scena metal nostrana. I pezzi sono piacevolmente interpretati dal nuovo potente singer Aurelio Fierro (entrato in formazione appena una settimana fa) e riescono a spaziare con linearità in ambiti più che inusuali come la reggae. Senza dubbio la band più interessante dell’intera serata. A seguire gli storici Marshall, formazione che, con un album di esordio a fine anni ottanta, è recentemente rinata con la pubblicazione, sempre per la Frontiers, di un buon album power, con venature prog. Teatrale l’interpretazione del singer Bruno Masulli che solca linee melodiche che alternano sapientemente growl e acuti ultrasonici, sul potentissimo tappeto ritmico dell’ottimo drummer Lino Mazzola (unico membro storico nella attuale formazione). Da notare le poche atmosfere quasi Floydiane create dalla tastiera che dovrebbero essere sviluppate per creare più spessore ad una band già matura, ma che forse potrebbe spingersi oltre con la sperimentazione. Dopo un breve cambio palco arriva il momento degli headliners della manifestazione: i genovesi Vision Divine. La band, con la complicità di un buon fonico e del batterista che suona con il metronomo in cuffia, risulta più compatta delle precedenti formazioni, rivelando il loro indubbio valore tecnico e di esperienza. Il repertorio spazia un po’ ad ogni periodo della loro carriera, con una leggera prevalenza per il materiale più recente. Olaf Thoersten, prima chitarra e mente della formazione, si rivela essere un ottimo esecutore, pulito ed espressivo. Ma la sorpresa più grande (e piacevole) è stata il nuovo singer Michele Luppi, che riesce ad interpretare senza nessuna difficoltà i gorgheggi del più blasonato predecessore Fabio Lione. Forse il timbro risulta essere diverso e leggermente meno particolare, ma a questi livelli di bravura devo riconoscere che è difficile essere oggettivi sul giudizio. Una cosa però colpisce un ascoltatore più attento della loro performance: i loro pezzi sono decisamente più lineari (a volte questi banali) della maggioranza delle bands che li hanno preceduti, e ciò tristemente si scontra con i dati di vendita dei loro dischi. Quale peso si deve dare a tale situazione? Qual è il futuro di questo genere di musica? A concludere la loro prestazione succede un fatto un po’ increscioso: l’organizzazione accende le luci senza dare preavviso alla band, che è costretta ad interrompere a metà un pezzo e a concludere così la serata. A parte questo inconveniente la serata è stata ben organizzata, i cambi palco gestiti velocemente ed i livelli di suoni quasi accettabili, a parte in generale delle chitarre poco percepibili. Napoli ha bisogno di manifestazioni di questo tipo, meglio se organizzate con un pizzichino di più esperienza e un po’ più di coraggio nelle scelte artistiche musicali.

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